Parlano le donne «Traguardi: sanità e servizi per i figli»
REGGIO EMILIA. Nell’intervistare i migranti africani residenti in zona stazione, abbiamo cercato di mantenere un equilibrio fra uomini e donne per capire se la differenza di genere comportasse anche...
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REGGIO EMILIA. Nell’intervistare i migranti africani residenti in zona stazione, abbiamo cercato di mantenere un equilibrio fra uomini e donne per capire se la differenza di genere comportasse anche sensibilità, interessi e bisogni differenti. E così, in parte, è stato. Se le opinioni di voto, o su Reggio Emilia e i suoi abitanti, sono state mediamente uniformi fra maschi e femmine, entrando nella categoria delle necessità lo stacco è piuttosto evidente. Soprattutto quando abbiamo chiesto cosa si aspettassero prima di affrontare il lungo viaggio che alla fine li ha condotti qui.
Mentre i mariti, i fratelli, i padri e i cugini sono più sensibili al lavoro, ai soldi, all’ottenere una vita agiata, le migranti al contrario si interessano di più al welfare, alla sanità, ai servizi a disposizione dei propri figli e alla socialità in genere. «Quando sono arrivata qui diversi anni fa – racconta Kayla, 18enne fra poco – speravo di trovare un mondo più aperto, dove potessi vivere liberamente rispetto al mio paese. Avevo paura di ciò che non conoscevo, avevo paura di non essere accettata. E così è stato per un certo periodo, a scuola all’inizio mi prendevano in giro ma poi mi sono fatta conoscere e ora ho tante amiche. Reggio per i giovani è una bella città, ci sta tanto da fare e ci divertiamo moltissimo».
Farisa, che di anni ne ha 34, lavora invece come domestica in un appartamento di una famiglia reggiana. E la cosa che l’ha colpita di più sono i servizi sanitari del nostro territorio. «La prima volta che sono andata in ospedale per dei controlli sono rimasta stupita. Vedevo tanta gente che si lamentava e sbuffava per pochi minuti di attesa ma io ero estasiata, forse perché ero abituata ad altro. Questa per me è senza dubbio la cosa più importante, la sanità. E sapere che i miei figli, quando ne avrò, potranno godere di questi servizi».
Ma non sono mancati nemmeno i complimenti nei confronti dei suoi datori di lavoro. «Le persone alle quali pulisco l’appartamento – prosegue Farisa – sono bravissime. All’inizio erano un po’ diffidenti, avevano una domestica marchigiana che rubava in casa, ma poi mi hanno accolto come una di famiglia». Sheba invece, 25 anni, è rimasta colpita dalla cucina reggiana: «Cappelletti, tortellini, erbazzone, salumi, fritti di ogni genere. Io che sono golosa la prima volta che ho visto queste cose pensavo di essere in paradiso. Sono incredibili, spesso prendo in giro le mie amiche musulmane perché non possono mangiarle. Col tempo mi sono appassionata di cucina e ora lo faccio di lavoro, assieme alle mie amiche ho interpretato molte ricette escludendo la carne di maiale così possono provare anche loro la tradizione reggiana. Anche se – conclude scherzando – so che molti anziani mi ucciderebbero per aver cambiato le ricette della nonna».
Passando dalla gola ai libri, l’istruzione è un altro dei temi principalmente sentiti dalle donne migranti da noi intervistate. «Io ormai sono un po’ troppo avanti con gli anni – spiega Fathima che, ridendo, si rifiuta di dirci la sua età – ma il fatto che i miei figli possano studiare per me è tutto. È l’unico modo che hanno per potersi costruire un futuro migliore rispetto a me e a loro padre, integrarsi con i loro coetanei, avere un’apertura mentale diversa. Emanciparsi». (l.g.)
Mentre i mariti, i fratelli, i padri e i cugini sono più sensibili al lavoro, ai soldi, all’ottenere una vita agiata, le migranti al contrario si interessano di più al welfare, alla sanità, ai servizi a disposizione dei propri figli e alla socialità in genere. «Quando sono arrivata qui diversi anni fa – racconta Kayla, 18enne fra poco – speravo di trovare un mondo più aperto, dove potessi vivere liberamente rispetto al mio paese. Avevo paura di ciò che non conoscevo, avevo paura di non essere accettata. E così è stato per un certo periodo, a scuola all’inizio mi prendevano in giro ma poi mi sono fatta conoscere e ora ho tante amiche. Reggio per i giovani è una bella città, ci sta tanto da fare e ci divertiamo moltissimo».
Farisa, che di anni ne ha 34, lavora invece come domestica in un appartamento di una famiglia reggiana. E la cosa che l’ha colpita di più sono i servizi sanitari del nostro territorio. «La prima volta che sono andata in ospedale per dei controlli sono rimasta stupita. Vedevo tanta gente che si lamentava e sbuffava per pochi minuti di attesa ma io ero estasiata, forse perché ero abituata ad altro. Questa per me è senza dubbio la cosa più importante, la sanità. E sapere che i miei figli, quando ne avrò, potranno godere di questi servizi».
Ma non sono mancati nemmeno i complimenti nei confronti dei suoi datori di lavoro. «Le persone alle quali pulisco l’appartamento – prosegue Farisa – sono bravissime. All’inizio erano un po’ diffidenti, avevano una domestica marchigiana che rubava in casa, ma poi mi hanno accolto come una di famiglia». Sheba invece, 25 anni, è rimasta colpita dalla cucina reggiana: «Cappelletti, tortellini, erbazzone, salumi, fritti di ogni genere. Io che sono golosa la prima volta che ho visto queste cose pensavo di essere in paradiso. Sono incredibili, spesso prendo in giro le mie amiche musulmane perché non possono mangiarle. Col tempo mi sono appassionata di cucina e ora lo faccio di lavoro, assieme alle mie amiche ho interpretato molte ricette escludendo la carne di maiale così possono provare anche loro la tradizione reggiana. Anche se – conclude scherzando – so che molti anziani mi ucciderebbero per aver cambiato le ricette della nonna».
Passando dalla gola ai libri, l’istruzione è un altro dei temi principalmente sentiti dalle donne migranti da noi intervistate. «Io ormai sono un po’ troppo avanti con gli anni – spiega Fathima che, ridendo, si rifiuta di dirci la sua età – ma il fatto che i miei figli possano studiare per me è tutto. È l’unico modo che hanno per potersi costruire un futuro migliore rispetto a me e a loro padre, integrarsi con i loro coetanei, avere un’apertura mentale diversa. Emanciparsi». (l.g.)
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