La sinistra unita si divide sul caso Reggio Emilia
Al Politicamp prove d’intesa tra Possibile, Mdp, Sinistra Italiana e Campo Progressista. Divergenze sulle alleanze locali
REGGIO EMILIA. Il nuovo Manifesto per una sinistra alternativa a livello nazionale parte dalla città del Tricolore. Al Chiostro della Ghiara, davanti a circa 200 persone, si riuniscono i quattro moschettieri Pippo Civati (Possibile), Roberto Speranza (Art 1-Mdp), Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana) e Alessandro Capelli (Campo Progressista).
Sono pronti a indossare la stessa casacca in vista della battaglia elettorale, ma sulla sfida all’eminenza rossa del Pd di Matteo Renzi i quattro si muovono a velocità diverse. Il più deciso nell’affondo è l’ormai padrone di casa, Pippo Civati, che ripropone a Reggio l’appuntamento di Possibile. «Nessuna alleanza con il Pd – risponde il fuoriuscito Dem della prima ora – perché ormai va sulla sua strada. È stato Renzi a tagliare qualsiasi relazione con il libro “Avanti” che riporta invece molto indietro».
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In gioco non c’è soltanto il mancato sostegno a livello nazionale, ma compaiono anche i meccanismi di alleanze locali. Come quelle che sostengono la giunta Vecchi, supportata dal Pd e da Mdp: un partito a cui appartengono sia il vicesindaco, Matteo Sassi, sia l’assessore alle Infrastrutture, Mirko Tutino, entrambi presenti ieri.
«Le alleanze dipendono dai progetti – ribadisce Roberto Speranza, coordinatore nazionale Mdp – e non si possono fare in provetta. In alcuni casi, si governa insieme in condivisione di orizzonti e si guarda alle elezioni comunali e amministrative. Sul piano nazionale, le due agende non si possono più tenere insieme».
Stare uniti è la sfida di quattro realtà che hanno tanti punti in comune, ma anche tante differenze da limare.
Alcune le sottolinea esplicitamente lo stesso Civati nel suo abbraccio a Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana: «Collaboriamo anche in Parlamento e sarebbe bello se la collaborazione si estendesse anche ad altri», afferma il leader di Possibile in relazione alla mancata alleanza in Parlamento con gli altri due schieramenti.
D’altra parte, è Fratoianni a dire: «Non me ne frega niente di stabilire chi sia più a sinistra, non mi interessa il purismo». Per il segretario nazionale di Sinista Italiana, occorre «costruire un quarto polo esplicitamente alternativo al Movimento 5 Stelle, alle destre e al Partito democratico».
Se Mdp sembra tentennare sul versante alleanze, Civati si dice «convinto della nostra autonomia da sempre» e lancia una missione di salvataggio per l’amico Gianni Cuperlo, rimasto «in ostaggio del Partito democratico».
Un linguaggio quasi militare a cui replica indirettamente Speranza: «Per me la comunità del Pd non sarà mai nemica, ma sarà sempre un punto d’interlocuzione importante». «Faremo il dibattito fuori dal Pd – risponde a sua volta nel suo discorso Civati – perché il dibattito nel Pd non c’è più». «Il progetto del Pd è fallito», ammette d’altra parte Speranza. E se il Pd barcolla anche sullo ius soli, il diritto d’esser italiani per i nati in Italia, è da Alessandro Capelli che arriva la scossa.
«Non si può più temporeggiare – tuona il portavoce di Campo Progressista – perché è una battaglia di civiltà. Le bambine e i bambini nati in Italia sono italiani: non si può più rinnovare l’appuntamento per risolvere tale segregazione di fatto». D’altronde, l’immigrazione è un punto su cui i quattro trovano un forte accordo contro il «tradimento» del Pd. «Se Renzi fa a gara a chi ha la ruspa più grande con Salvini vince il secondo», commenta Speranza. «Dobbiamo essere molto duri con Di Maio», aggiunge Civati, spostando la polemica sul Movimento 5 Stelle.
Un altro terreno comune è la lotta all’evasione fiscale, su cui è efficace il giudizio del politico lombardo: «Questa è la mia lotta personale contro il nero». I temi spaziano dal lavoro all’ambiente, dalla legalità alla pace. Lo sguardo, insomma, è rivolto molto avanti. «Proviamo ad andare in giro lanciando una campagna elettorale – esorta Civati – perché il nostro obiettivo non è prendere un voto in più del 3% (di sbarramento), ma prendere un voto in più degli altri».
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