La mafia non esiste (ma persiste)
Ha scritto bene chi ha osservato che la pretesa inesistenza della mafia è data dalla sua irriconoscibilità
La mafia non esiste. Neanche nel mondo di mezzo o nel mondo di sotto, scoperchiati dall’inchiesta Mafia Capitale. Giovedì i giudici hanno stangato con due secoli e mezzo di carcere gli attori protagonisti del sistema corruttivo e minaccioso insediato nel municipio di Roma e dintorni. Delinquenti col callo, privati corrotti, amministratori maneggioni.
Pubblico e privato, col difetto del malaffare organizzato passante per gli appalti, le cooperative, e cascante sulle nomine. Il tribunale ha inflitto pene pesanti per i vari Carminati, Buzzi, Gramazio, Odevaine, cognomi entrati nell’immaginario collettivo che rende sempre più vivido il tandem “Capitale corrotta, nazione infetta”, titolo diventato celebre per una memorabile inchiesta dell’Espresso, pubblicata l’11 dicembre 1955.
L’articolo era firmato dallo scrittore e giornalista bolognese-versiliese Manlio Cancogni. Ancora sull’Espresso, ma appena giovedì scorso, il direttore Tommaso Cerno ha commentato la sentenza: “Per questo dico senza paura che questa condanna non è il migliore regalo di Stato alla memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nell’anniversario delle stragi. E ci costringe a rileggere parole che risuonano come una oscura profezia, anche se stentano a prendere vita dentro un’aula di giustizia”.
Cerno ce l’ha col verdetto che ha fatto cadere l’accusa dell’associazione mafiosa, per tutti i condannati. Allora, anch’io pronuncio la formula ricorrente “le sentenze non si discutono”, ma preciso che fanno discutere. Insieme e oltre la peste romana va infatti considerato che un altro sistema si è sostituito al sistema, che un altro sistema di mezzo e di sotto (criminale organizzato) si è imposto rispetto a quello dello Stato. La solita subdola usurpazione che è tipica dell’innesto della mafia. Ha scritto bene chi ha osservato che la pretesa inesistenza dell’organizzazione mafiosa è data dalla sua irriconoscibilità.
Capita di non vederla, non sentirla, perché immaginata alla maniera vecchia: meridionale, dedita al pizzo e all’estorsione, con segni distintivi rusticani, padrino e lupara. Ma non è più così, e noi anche a Reggio lo sappiamo. Cioè, alla lunga lo abbiamo riconosciuto.
Un lettore chiede su Twitter: perché non prendere atto della sentenza e ammettere che il sistema criminale romano non è mafioso? Cerno risponde secco e senza appello: “Ne prendo atto. come per Magliana, Moro, Pasolini. Chiedo più Stato. La mafia non esiste, lo dicevano a Palermo prima di Falcone”. Voglia di Stato, dunque. Pretendiamo lo Stato (che siamo noi), o finiremo tutti appestati.
Il mio deltaplano domenicale non può non planare dalle parti nostre, reggiane, perché anche qui vi fu e resiste il tentativo di non riconoscere la mafia infiltrata, radicata, residente, non importa di quale geografia o famiglia. “La mafia non esiste” è la frase attribuita a Ernesto Ruffini, cardinale di Palermo tra il 1946 e il 1967. Non c’è documento che confermi l’attribuzione di questa affermazione. Ruffini era un prete valpadano di San Benedetto Po, a dieci chilometri dai nostri confini, tra canali e pioppi. Pragmatico, mezzo lombardo e mezzo emiliano. Più propenso alla difesa di Santa Romana Chiesa e all’impegno politico centrista.
In verità un’intervista rilasciata nel 1959 alla Stampa la dice lunga sull’invocazione dello Stato, sull’indispensabilità dello Stato, sul problema del riconoscimento della mafia. Ruffini: “Qui abbiamo problemi enormi da risolvere, penso a cosa è la mafia, alla sua rete di delitti. Già i mezzi per combatterla sono insufficienti e come se non bastasse arriva una nuova amnistia. Faccia il calcolo di quante amnistie sono state concesse dalla fine della guerra, una ogni due anni”. È una denuncia della debolezza dei poteri.
Da allora, che cosa è mutato sul riconoscimento della mafia, buona e furba a modificarsi e travestirsi? Il giudice Falcone in una sua articolata riflessione apparsa postuma sull’Unità il 31 maggio 1992, otto giorni dopo l’attentato di Capaci sentenziava: “E non mi sembra azzardato affermare che una delle cause dall’attuale virulenza della mafia risieda, proprio, nella scarsa attenzione complessiva dello Stato nei confronti di questa secolare realtà”.
Sempre Falcone aveva principiato quella sua spiegazione così, dal secolo del Gattopardo: “Nella relazione finale della Commissione d’inchiesta Franchetti-Sonnino del lontano 1875/76 si legge che ’La mafia non è un’associazione che abbia forme stabili e organismi speciali... Non ha statuti, non ha compartecipazioni di lucro, non tiene riunioni, non ha capi riconosciuti, se non i più forti ed i più abili; ma è piuttosto lo sviluppo ed il perfezionamento della prepotenza diretta ad ogni scopo di male’». In Sicilia, nel Meridione, in Italia, a Reggio Emilia. Valeva e vale. Riconoscere la mafia è una mezza guerra vinta.
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