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Cinquanta anni fa l’addio al ponte di barche sul Po

di Andrea Vaccari
Cinquanta anni fa l’addio al ponte di barche sul Po

Il 26 luglio 1967 veniva dismesso lo storico collegamento tra Boretto e Viadana Formato da 92 chiatte, suddivise in 46 coppie di barche, era lì da più di 100 anni

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BORETTO. In questo periodo di grande secca per il Po, in cui si sta verificando una seria emergenza siccità, ricorre un anniversario storico. Cinquant’anni fa è infatti passata l’ultima auto sul ponte di barche che collegava Boretto e Viadana, ossia la sponda reggiana e mantovana del grande fiume: lo storico manufatto venne ufficialmente dismesso il 26 luglio 1967 e il suo posto venne preso dal ponte in cemento che tuttora sovrasta il Po. A raccontare questa storia d’altri tempi è Romano Gialdini, l’ideatore del museo dei pontieri che porta il nome di suo padre Dino. Romano è stato l’ultimo dei pontieri, e non senza nostalgia ricorda i tempi in cui il transito era meno “freddo” di quanto non lo sia ora.

«Oggi si passa sul ponte in cemento ai cento all’ora – spiega – e quasi non ci si accorge di essere sopra a un fiume. Il ponte in barche è un ricordo ancora molto vivo in tanti borettesi e non solo, che lo hanno attraversato tante volte. Era formato da 92 chiatte, suddivise in 46 coppie di barche, ed era lungo 920 metri, poi ridotti a 620 quando vennero realizzate le testate. Ebbe in tutto un’esistenza di circa 100 anni perché la sua costruzione iniziò nel 1866 e si concluse l’anno successivo».

Tante le peripezie che il ponte ha conosciuto nel corso della sua vita. Su tutte, spicca il bombardamento datato 16 luglio 1944: in quell’occasione venne distrutto dagli aerei americani e inglesi e venne poi ricostruito per durare altri 23 anni. «Il ponte – aggiunge Gialdini – era sorvegliato giorno e notte. Di notte i due pontieri che erano di turno si alternavano e andavano a dormire in una casetta. C’era un telefono che collegava la due sponde, e al di là dell’aspetto della sorveglianza i pontieri dovevano occuparsi della manutenzione del tavolato, di allentare gli ancoraggi delle barche quando il fiume si alzava di livello e aprire il ponte quattro o cinque volte al giorno quando transitavano natanti che trasportavano merce di ogni tipo. Magari fosse ancora così il trasporto: ci sarebbero meno incidenti e meno inquinamento».

Ma il lavoro più duro, conclude Gialdini «era svuotare le barche quando al loro interno si accumulava l’acqua piovana: ci volevano dieci persone che lavoravano ininterrottamente per tre giorni».

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