Gazzetta di Reggio

Reggio

La tragedia di Marina nel racconto di un prof reggiano

di Chiara Cabassa
La tragedia di Marina nel racconto di un prof reggiano

Daniele Castellari tra i narratori di “Cantiere 2 agosto”  «In quella studentessa 16enne rivedo i miei alunni» 

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REGGIO EMILIA. Ottantacinque vittime, quelle della strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna. Ottantacinque luoghi, quelli trasformati in palcoscenici naturali tutti diversi l’uno dall’altro. Così come diverse pur nel loro comune epilogo sono le storie delle vittime raccontate da altrettanti narratori. Accadrà domani quando nel 37esimo anniversario della strage, cupa testimonianza di uno dei misteri più sanguinosi della storia repubblicana, prenderà vita il progetto “Cantiere 2 agosto”. Promosso dall’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna in collaborazione con l’Associazione familiari delle vittime della strage del 2 agosto, il progetto è stato ideato e diretto da Matteo Belli con la consulenza storica di Cinzia Venturoli. Ogni narratore, dalle ore 11 alle ore 23, racconterà la storia di una delle vittime per dodici volte, iniziando allo stesso minuto di ogni ora. Tra i narratori, anche Daniele Castellari, docente di lettere al liceo scientifico “Aldo Moro” di Reggio, oltre che scrittore e regista teatrale.

Come nasce questa partecipazione?

«L’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna ha girato il progetto “Cantiere 2 agosto” ai Comuni con l’obiettivo di reclutare i narratori, tutti volontari. Il Comune di Sant’Ilario, dove risiedo, mi ha proposto di partecipare e io ho accettato soprattutto per curiosità. Poi, iniziando ad esaminare i materiali ed entrando nel vivo del lavoro, il progetto mi ha coinvolto sempre di più».

Da cosa è stato colpito?

«Innanzitutto dalle pochissime informazioni, sulla carta, riguardanti Marina Antonella Trolese, la ragazza sedicenne di Sant’Angelo di Piove, in provincia di Padova, della quale mi sono occupato, vittima della strage insieme alla madre. La sua famiglia in questi anni è sempre stata lontana dai riflettori e di conseguenza le notizie erano poche e frammentarie. Tramite una professoressa del liceo Tito Livio di Padova, che Marina frequentava, sono riuscito a ricostruire una storia che mi ha coinvolto in quanto padre ed educatore».

Perché Marina era in stazione?

«Marina doveva partire con la sorella di 15 anni per un viaggio studio. Il padre avrebbe voluto portarle a Bologna in auto ma loro hanno insistito per andare in treno, sarebbe stata la loro prima volta. Poi avrebbero proseguito in pullman. La mamma, avendo paura di lasciarle andare sole, le ha accompagnate. Con loro anche il fratello dodicenne. Lo scoppio colpì in pieno la mamma Anna Maria che morì immediatamente, i fratelli rimasero feriti mentre Marina riportò gravissime ferite e morì il 22 agosto all’ospedale di Padova. Ho poi scoperto che il padre, medico condotto a Sant’Angelo di Piove, è morto nel 2013».

In quella giovane vita spezzata, cosa ha visto?

«Ho visto e continuo a vedere le mie cinque figlie e miei ragazzi che incontro ogni mattina a scuola. E che spesso durante l’estate partono per vacanze studio. Penso a quanto può essere deflagrante, per un professore, tornare a scuola a settembre e trovare un banco vuoto. Quello di una propria studentessa vittima di una strage, proprio mentre stava coronando il sogno di tanti: un viaggio all’estero. È innegabile: in quanto educatore immergermi in quella storia è stata un’esperienza forte».

Dove e come si snoderà la sua narrazione?

«Io sarò in Largo Benassi, davanti al liceo Galvani. Dietro a una simbolica cattedra, cercherò di fare una lezione parlando di quel futuro negato a Marina che rappresenta lo stesso futuro negato a tanti altri giovani. In cinque minuti, e per dodici volte nel corso della giornata, il tentativo è quello di raccontare in modo delicato e rispettoso una storia di una potenza esplosiva».



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