Ha “ritrovato” il cugino disperso in Russia nel ’43
di Andrea Vaccari
Premiate le ricerche del famigliare: svelati gli ultimi giorni di Osvaldo Zambelli Il sergente Battistuzzi: «Vittima di un accerchiamento di carri armati a Rossosh»
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BORETTO. Ci sono voluti oltre cinquant’anni di ricerche, ma finalmente è stata resa giustizia a Osvaldo Zambelli, uno dei tantissimi caduti italiani sul fronte russo. O almeno in parte: perché se anche il suo tragico destino è ormai compiuto, perlomeno è stata fatta piena luce sulle circostanze che lo hanno portato alla morte, nel lontano gennaio del 1943. L’impresa è stata possibile grazie alle instancabili ricerche di suo cugino, il borettese Giancarlo Zambelli, che dopo così tanti anni ha accumulato lettere, dati e ricordi che sono poi confluiti nella pubblicazione “Io resto qui”, curata dal Gruppo Alpini di Abbiategrasso (Milano), oltre che da Maria Giovanni Respighi Palmi e Antonio Respighi.
In questo libro, di oltre 600 pagine, è ricostruita la storia di centinaia di soldati italiani di caduti sul fronte russo, tra i quali figurano anche alcuni reggiani. Osvaldo Zambelli, classe 1922, che faceva parte della terza divisione Julia (terzo reggimento artiglieria alpina, gruppo artiglieria Conegliano), venne arruolato nel maggio del 1942. Era orgoglioso di fare parte del corpo degli Alpini e periodicamente scriveva ai genitori per aggiornarli del proprio stato di salute. Nel settembre dello stesso anno si trovò in prima linea e dai suoi scritti si evince che affrontò ogni situazione con grande coraggio. L’ultima sua cartolina ai genitori è del 6 gennaio 1943, poi per diversi mesi di lui non si seppe più nulla, fino a quando da Roma arrivò una comunicazione che il giovane era fermo a Towoloshawca a causa di un lieve congelamento ai piedi.
Negli anni Sessanta, il cugino Giancarlo (figlio di Mario, lo zio di Osvaldo) iniziò a interessarsi alla sorte del parente partendo proprio da quella comunicazione, e solo dopo diversi anni riuscì a trovare qualcuno che gli raccontasse la verità.
Si tratta del sergente Olindo Battistuzzi, che rispose a una lettera di Giancarlo: «Osvaldo era nella mia batteria e precisamente nella mia squadra – si legge in una lettera conservata da Zambelli –. Il fatto è che la sera del 14 gennaio del 1943, provenienti da un ripiegamento da Galubaia, ci siamo fermati a Rossosch per riposare. Ma quella sera venne un accerchiamento di carri armati e avvenne il massacro di molti nostri soldati».
I dettagli della vicenda vennero poi raccontati a Zambelli di persona, nel corso di una adunata di alpini che si svolse a Brescia. «Per anni – spiega Giancarlo Zambelli – la mia famiglia non ha più saputo nulla di Osvaldo. La comunicazione che era arrivata da Roma non era corretta, e venne firmata da un colonnello che non aveva nemmeno partecipato alla campagna di Russia. Non mi sono mai arreso, ho continuato a cercare e anche dopo le rivelazioni di Battistuzzi ho continuato a studiare e a documentarmi su quella tragica parentesi di storia italiana. Ho continuato a cercare, e da quanto ho appurato la versione del compianto Battistuzzi è assolutamente attendibile. Almeno siamo riusciti a sapere dove morì il nostro congiunto».
Ora la storia di Osvaldo è stata messa nero su bianco, assieme a quella di tanti suoi commilitoni. «Avevo contattato gli autori del libro anni fa – conclude Zambelli – per chiedere loro se, in occasione dei loro viaggi in Russia, avessero mai trovato delle piastrine di mio cugino. Poco tempo fa mi hanno chiesto se ero disponibile a fornire loro tutto il materiale su Osvaldo, e ne sono stato ben felice. Mi piacerebbe presentare il libro a Boretto».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
In questo libro, di oltre 600 pagine, è ricostruita la storia di centinaia di soldati italiani di caduti sul fronte russo, tra i quali figurano anche alcuni reggiani. Osvaldo Zambelli, classe 1922, che faceva parte della terza divisione Julia (terzo reggimento artiglieria alpina, gruppo artiglieria Conegliano), venne arruolato nel maggio del 1942. Era orgoglioso di fare parte del corpo degli Alpini e periodicamente scriveva ai genitori per aggiornarli del proprio stato di salute. Nel settembre dello stesso anno si trovò in prima linea e dai suoi scritti si evince che affrontò ogni situazione con grande coraggio. L’ultima sua cartolina ai genitori è del 6 gennaio 1943, poi per diversi mesi di lui non si seppe più nulla, fino a quando da Roma arrivò una comunicazione che il giovane era fermo a Towoloshawca a causa di un lieve congelamento ai piedi.
Negli anni Sessanta, il cugino Giancarlo (figlio di Mario, lo zio di Osvaldo) iniziò a interessarsi alla sorte del parente partendo proprio da quella comunicazione, e solo dopo diversi anni riuscì a trovare qualcuno che gli raccontasse la verità.
Si tratta del sergente Olindo Battistuzzi, che rispose a una lettera di Giancarlo: «Osvaldo era nella mia batteria e precisamente nella mia squadra – si legge in una lettera conservata da Zambelli –. Il fatto è che la sera del 14 gennaio del 1943, provenienti da un ripiegamento da Galubaia, ci siamo fermati a Rossosch per riposare. Ma quella sera venne un accerchiamento di carri armati e avvenne il massacro di molti nostri soldati».
I dettagli della vicenda vennero poi raccontati a Zambelli di persona, nel corso di una adunata di alpini che si svolse a Brescia. «Per anni – spiega Giancarlo Zambelli – la mia famiglia non ha più saputo nulla di Osvaldo. La comunicazione che era arrivata da Roma non era corretta, e venne firmata da un colonnello che non aveva nemmeno partecipato alla campagna di Russia. Non mi sono mai arreso, ho continuato a cercare e anche dopo le rivelazioni di Battistuzzi ho continuato a studiare e a documentarmi su quella tragica parentesi di storia italiana. Ho continuato a cercare, e da quanto ho appurato la versione del compianto Battistuzzi è assolutamente attendibile. Almeno siamo riusciti a sapere dove morì il nostro congiunto».
Ora la storia di Osvaldo è stata messa nero su bianco, assieme a quella di tanti suoi commilitoni. «Avevo contattato gli autori del libro anni fa – conclude Zambelli – per chiedere loro se, in occasione dei loro viaggi in Russia, avessero mai trovato delle piastrine di mio cugino. Poco tempo fa mi hanno chiesto se ero disponibile a fornire loro tutto il materiale su Osvaldo, e ne sono stato ben felice. Mi piacerebbe presentare il libro a Boretto».
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