Noi in mezzo tra gli hater e i chiêter
Il corsivo di Massimo Sesena sugli hater e i "chiêter"
REGGIO EMILIA. Avversione, rifiuto, ripugnanza. Sono gli ingredienti dell’odio, secondo il vocabolario. E di definizione in definizione, si arriva anche a quella di paura, che i testi di psicologia definiscono appartenente alla famiglia delle emozioni primarie, ovvero innate e comuni a qualsiasi popolazione.
Tutti, prima o poi fanno i conti con la paura. Anche a Reggio si fanno i conti con la paura. E con una situazione mai vista prima. Fa bene il sindaco Luca Vecchi a ricordarci chi siamo, cosa ha fatto in questi decenni questa terra. E fa bene anche a ribadire che questa è la strada giusta. O meglio l’unica possibile se vogliamo restare umani e reggiani.
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Perché se si parla di identità, allora è bene prendersela tutta la narrazione del com’è fatto un uomo (o una donna) di queste terre. Mai, nella sua storia il reggiano, si è rifiutato di accogliere, dare una mano (al punto che qualche volta c’è stato chi si è preso anche il braccio, ma questa è un’altra storia). Allo stesso tempo però il reggiano ha preteso e pretende il rispetto delle regole.
E non si può negare che questo non sempre accada. Non in questo frangente storico che non ha precedenti nella storia del nostro vecchio Continente. Reggio Emilia è un puntino quasi invisibile sulla cartina dell’Europa, eppure a volte sembra di portare sulle spalle tutte le sfighe del pianeta. Tutte a Reggio Emilia. O Peggio Emilia, come qualche genio l’ha ribattezzata sul web.
Già, il web. Quel posto sempre più puzzolente dove la realtà viene deformata, anche grazie al binomio più devastante che esista: paura e odio insieme per servirti su un piatto d’argento la città invivibile. Che magari non c’è, che magari viene combattuta ogni giorno dai volonterosi che il sindaco è riuscito a chiamare attorno a sè - potenza di whatsapp - e attorno a un’idea, quella di città accogliente e solidale che magari non alza la voce, nè in piazza nè sulla rete, ma che magari, se vede una cartaccia per terra, prima di postarla su Facebook per insultare l’amministratore di turno, la raccoglie e la butta nel cassonetto.
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Bastano i volontari volonterosi? Assolutamente no. Perché quello che stiamo vivendo ha in sè le caratteristiche di qualcosa di epocale e serve uno sforzo comune. Uno sforzo che è prima di tutto culturale. E riguarda tutti noi e quelli che ci governano.
Delle 700 firme attorno al “manifesto del sindaco”, tante sono quelle di amministratori locali, e tante sono anche di operatori di quel welfare che - dice Luca Vecchi - in questi anni ha superato un mare di nuove sfide. Vero. Ma anche questo adesso non basta più.
Occorre comunicare, rassicurare quando si riesce, altrimenti condividere, fare a metà con la paura dell’anziano che magari vive solo e magari è rimasto nel quartiere dove è nato, un quartiere dove gh’eren sol nueter e invece adesa ghin sol chiêter. E occorre non minimizzare, perché se ai nostri occhi risulta becero il calcolo di chi cavalca la paura.
Non ci piace nemmeno l’approccio - un po’ snob e un po’ buonista - di chi ti guarda storto se confessi che non ti piace vedere un ragazzo stravaccato sotto un monumero o il solito bivacco nella zona della stazione. Lo sforzo più importante è quello di restare umani - tutti - e che significa anche semplicemente far lavorare il cervello e non far parlare la pancia.
Facile? Per niente: ogni giorno corriamo il rischio di passare dall’altra parte, perché ogni giorno c’è qualcosa che ci fa incazzare. Con l’altro, il diverso da noi.Ma una cosa è certa: non possiamo permetterci di dare anche un corpo fisico a quell’odio che corre ogni giorno sul web.
Perché la storia di Reggio Emilia è diversa da quella di altre parti del Paese, e se scorrendo i social network oggi questo non sembra, allora c’è soltanto una cosa da fare: tornare alla realtà, ricondurre una narrazione che spesso è artefatta da chi punta ad avvelenare i pozzi, e riappropriarsi di quella reale.
Che magari non è nemmeno perfetta come magari qualche volta vogliono farci credere, magari ci riserverà altri fatti di cronaca legati agli altri, chiêter , ma non deve mai trasformare ciò che siamo in odio, rendendoci dei miserabili hater.
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