«Le Ong strumentalizzate da chi dovrebbe governare»
di Martina Riccò
L’operatore umanitario Giovanni Vezzani racconta la situazione dall’interno «Abbiamo obiettivi diversi, dobbiamo mantenere neutralità e imparzialità»
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REGGIO EMILIA. «Chi governa non può e non deve aspettarsi che le Ong tolgano le castagne dal fuoco, risolvendo i problemi creati dalla politica. Si tratta di uno scontro tra valori e obiettivi che sono per loro natura a volte diametralmente opposti».
Giovanni Vezzani ha trent’anni, lavora per una delle più importanti Ong italiane e da qualche settimana si trova ad Erbil, capitale della regione autonoma del Kurdistan iracheno, per occuparsi di emergenza e cooperazione allo sviluppo in risposta alla cosiddetta crisi di Mosul, la città simbolo dello Stato Islamico riconquistata dopo uno strenuante e sanguinoso conflitto.
Alle spalle, però, ha anni passati tra le comunità cristiane dei campi profughi palestinesi del Libano, tra gli sfollati che fuggivano dai miliziani di Gaddafi in Libia, tra le bambine-soldato dell’Uganda, tra i pastori del Lago Ciad in fuga dall’estremismo di Boko Haram, tra i migranti che si imbarcavano per attraversare il Mediterraneo in Tunisia. «Anni spesi a inseguire guerre, catastrofi e carestie, per cercare di portare un aiuto professionale e concreto a quanti si trovano nel bisogno e non sanno a chi guardare», racconta. E così, adesso, per lui è chiaro che le Ong siano finite al centro di una polemica che nulla ha a che fare con i soccorsi. «Si tratta di un problema più complesso – spiega – che però viene presentato in maniera approssimativa e distorta all’opinione pubblica italiana, col risultato che quanti come me fanno questo lavoro finiscono per essere additati come assistenzialisti cronici e anti-patriottici, una sorta di subdoli collaborazionisti sovversivi dell’ordine costituito».
Medici Senza Frontiere ha ribadito il suo no alla firma del codice di condotta del ministro Minniti, crede sia la scelta giusta?
«Risponderò con una frase di Sadako Ogata, alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati dal 1991 al 2000: “Non esistono soluzioni umanitarie a problemi umanitari”. In altre parole se per il Governo italiano contenere l’unica via di fuga dallo sfruttamento e dalla violenza è un obiettivo strategico nella lotta all’immigrazione clandestina, per noi operatori umanitari – che crediamo che le persone in difficoltà debbano essere soccorse ovunque si trovino – si tratta di una strategia in netto contrasto con i quei principi di neutralità, imparzialità e indipendenza dell’aiuto umanitario che ci permettono di accedere alle aree più martoriate del pianeta con la coscienza pulita e in relativa sicurezza».
C’è chi sostiene che non ci si possa nascondere dietro al principio di neutralità quando ci si trova a operare tra la legge e l’illegalità. Tra le organizzazioni criminali nordafricane e le forze dell’ordine italiane incaricate di contrastare il crimine, per esempio.
«Da interno posso dire che in contesti di conflitto ed emergenza umanitaria è impossibile non scendere a compromessi, seppur con i dovuti distinguo. Durante la Seconda Guerra Mondiale, ad esempio, Icrc non rivelò mai al mondo l’esistenza dei campi di sterminio nazisti, ma lo fece per poter continuare ad assistere i deportati nei lager. Medici Senza Frontiere sbarcò in Rwanda per assistere i Tutsi spazzati via dal genocidio, finanziato da una Francia che cercava frettolosamente di rifarsi una verginità dopo anni di supporto agli Hutu. In generale soltanto le organizzazioni che godono di immensi fondi raccolti privatamente possono dirsi veramente indipendenti permettendosi di non scendere a compromessi con nessuno».
Qualche esempio?
«Save The Children conta più di 100 impiegati nel solo quartier generale di Londra. Ha un amministratore delegato – che coordina progetti di emergenza in 120 paesi su 194, raggiungendo un totale stimato di circa 56 milioni di bambini nel solo 2016 – che percepisce uno stipendio di 21.500 euro al mese a fronte di un giro d’affari complessivo da 2.1 miliardi di dollari: lo 0,012% del budget totale dell’organizzazione. Questi numeri la rendono un’organizzazione virtuosa? Loro dicono di sì. D’altra parte lo stipendio medio di un impiegato delle Nazioni Unite di medio livello in un Paese africano ammonta a circa 10.000 euro al mese, esentasse. Questo quando i normali operatori umanitari delle Ong guadagnano in media cinque volte meno per rischiare la vita e la salute sul campo. È pur vero, però, che spesso le Ong vendono l’anima e la dignità pur di guadagnare fondi istituzionali e perpetuare se stesse senza dover fare lo sforzo di auto-finanziarsi. E quando tutti i finanziamenti provengono da quegli stessi governi che finanziano anche le missioni militari, è difficile mantenere la propria neutralità tra le parti in causa».
Difficile parlare di questi argomenti mentre in Italia e in Europa si alzano muri (non solo di parole).
«È vero, siamo nel pieno della più grande crisi di rifugiati dagli anni Quaranta e assistiamo impotenti alla fine del processo di costruzione dell’Europa (anzi alla sua disgregazione), alla violazione sistematica del Diritto internazionale, all’affermarsi di movimenti politici fascisti e xenofobi, ma io mi rifiuto di accettare che non possa esistere un’alternativa a questa catastrofe. Storicamente è solo con una politica etica, coerente e coraggiosa che abbiamo saputo sconfiggere i violenti, non con l’autoritarismo e la negazione dei diritti. Spendiamo centinaia di miliardi per dispiegare immense flotte navali e imponenti apparati di sicurezza (solo le guardie private dislocate alle frontiere ci costano 7 miliardi di euro l’anno), mentre non ci sono più fondi per gli aiuti umanitari e per i campi di rifugiati».
Resta il fatto che in Italia sono sbarcati, ad oggi, 96.930 migranti. Anche nel fronte degli “accoglienti” in tanti iniziano a sentirsi accerchiati. E così si pensa a come fermare i barconi.
«Però l’unico effetto di Frontex e dei fili spinati stesi attorno a mezzo continente è stato quello di sovralimentare il sistema criminale che gestisce il traffico di esseri umani. Questo contrabbando di uomini utilizza oggi gli stessi canali e le stesse strutture del traffico di droga, la più potente industria del mondo. Dopo anni di lavoro come operatore umanitario posso dire una cosa: i flussi di persone che scelgono di imbarcarsi alla volta delle nostre coste non si fermeranno. Perché sono persone che hanno perso tutto, e dunque non hanno più nulla da perdere. Perché di noi hanno visto cure sanitarie gratuite, possibilità di movimento tra i confini nazionali, opportunità di crescita professionale e culturale. In altre parole, la libertà. Sanno che i nostri suoli non sono contaminati dalle mine, non ti pioveranno mortai sulla testa quando meno te l’aspetti, nessuno verrà a strappare la tua bambina dal suo letto nel cuore della notte per venderla come schiava. Non saranno costretti a scegliere quale dei propri cari far vivere o lasciar morire, per mancanza di una medicina o di un dottore».
E dunque cosa bisognerebbe fare?
«Rafforzare i rapporti di collaborazione con i paesi di origine dei migranti, rimettendo il bacino del Mediterraneo al centro della scena geopolitica internazionale. In questo l’Italia può sicuramente giocare un ruolo di primo piano, ma risollevare paesi in situazioni di conflitto è tutt’altro che semplice, servono approcci multi-settoriali e investimenti che pagheranno soltanto nel lungo periodo. Un concetto aberrante per un sistema che si basa sull’idea di un profitto immediato e possibilmente a costo zero. Ma è solo con una strategia internazionale che preveda meno aiuti e più sinergie – possibilmente legate alla green economy e alle startup giovanili – che si potrà uscire da questa crisi. Bisogna ridistribuire la ricchezza con scambi commerciali tra membri della società civile e nuovi modi di fare impresa accessibili a tutti. Discorsi pericolosi per chi con le crisi fa affari, ma che otterrebbero risultati più concreti e duraturi di qualsiasi programma di aiuto. Il mantra è sempre lo stesso: non esistono soluzioni umanitarie a problemi umanitari».
Giovanni Vezzani ha trent’anni, lavora per una delle più importanti Ong italiane e da qualche settimana si trova ad Erbil, capitale della regione autonoma del Kurdistan iracheno, per occuparsi di emergenza e cooperazione allo sviluppo in risposta alla cosiddetta crisi di Mosul, la città simbolo dello Stato Islamico riconquistata dopo uno strenuante e sanguinoso conflitto.
Alle spalle, però, ha anni passati tra le comunità cristiane dei campi profughi palestinesi del Libano, tra gli sfollati che fuggivano dai miliziani di Gaddafi in Libia, tra le bambine-soldato dell’Uganda, tra i pastori del Lago Ciad in fuga dall’estremismo di Boko Haram, tra i migranti che si imbarcavano per attraversare il Mediterraneo in Tunisia. «Anni spesi a inseguire guerre, catastrofi e carestie, per cercare di portare un aiuto professionale e concreto a quanti si trovano nel bisogno e non sanno a chi guardare», racconta. E così, adesso, per lui è chiaro che le Ong siano finite al centro di una polemica che nulla ha a che fare con i soccorsi. «Si tratta di un problema più complesso – spiega – che però viene presentato in maniera approssimativa e distorta all’opinione pubblica italiana, col risultato che quanti come me fanno questo lavoro finiscono per essere additati come assistenzialisti cronici e anti-patriottici, una sorta di subdoli collaborazionisti sovversivi dell’ordine costituito».
Medici Senza Frontiere ha ribadito il suo no alla firma del codice di condotta del ministro Minniti, crede sia la scelta giusta?
«Risponderò con una frase di Sadako Ogata, alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati dal 1991 al 2000: “Non esistono soluzioni umanitarie a problemi umanitari”. In altre parole se per il Governo italiano contenere l’unica via di fuga dallo sfruttamento e dalla violenza è un obiettivo strategico nella lotta all’immigrazione clandestina, per noi operatori umanitari – che crediamo che le persone in difficoltà debbano essere soccorse ovunque si trovino – si tratta di una strategia in netto contrasto con i quei principi di neutralità, imparzialità e indipendenza dell’aiuto umanitario che ci permettono di accedere alle aree più martoriate del pianeta con la coscienza pulita e in relativa sicurezza».
C’è chi sostiene che non ci si possa nascondere dietro al principio di neutralità quando ci si trova a operare tra la legge e l’illegalità. Tra le organizzazioni criminali nordafricane e le forze dell’ordine italiane incaricate di contrastare il crimine, per esempio.
«Da interno posso dire che in contesti di conflitto ed emergenza umanitaria è impossibile non scendere a compromessi, seppur con i dovuti distinguo. Durante la Seconda Guerra Mondiale, ad esempio, Icrc non rivelò mai al mondo l’esistenza dei campi di sterminio nazisti, ma lo fece per poter continuare ad assistere i deportati nei lager. Medici Senza Frontiere sbarcò in Rwanda per assistere i Tutsi spazzati via dal genocidio, finanziato da una Francia che cercava frettolosamente di rifarsi una verginità dopo anni di supporto agli Hutu. In generale soltanto le organizzazioni che godono di immensi fondi raccolti privatamente possono dirsi veramente indipendenti permettendosi di non scendere a compromessi con nessuno».
Qualche esempio?
«Save The Children conta più di 100 impiegati nel solo quartier generale di Londra. Ha un amministratore delegato – che coordina progetti di emergenza in 120 paesi su 194, raggiungendo un totale stimato di circa 56 milioni di bambini nel solo 2016 – che percepisce uno stipendio di 21.500 euro al mese a fronte di un giro d’affari complessivo da 2.1 miliardi di dollari: lo 0,012% del budget totale dell’organizzazione. Questi numeri la rendono un’organizzazione virtuosa? Loro dicono di sì. D’altra parte lo stipendio medio di un impiegato delle Nazioni Unite di medio livello in un Paese africano ammonta a circa 10.000 euro al mese, esentasse. Questo quando i normali operatori umanitari delle Ong guadagnano in media cinque volte meno per rischiare la vita e la salute sul campo. È pur vero, però, che spesso le Ong vendono l’anima e la dignità pur di guadagnare fondi istituzionali e perpetuare se stesse senza dover fare lo sforzo di auto-finanziarsi. E quando tutti i finanziamenti provengono da quegli stessi governi che finanziano anche le missioni militari, è difficile mantenere la propria neutralità tra le parti in causa».
Difficile parlare di questi argomenti mentre in Italia e in Europa si alzano muri (non solo di parole).
«È vero, siamo nel pieno della più grande crisi di rifugiati dagli anni Quaranta e assistiamo impotenti alla fine del processo di costruzione dell’Europa (anzi alla sua disgregazione), alla violazione sistematica del Diritto internazionale, all’affermarsi di movimenti politici fascisti e xenofobi, ma io mi rifiuto di accettare che non possa esistere un’alternativa a questa catastrofe. Storicamente è solo con una politica etica, coerente e coraggiosa che abbiamo saputo sconfiggere i violenti, non con l’autoritarismo e la negazione dei diritti. Spendiamo centinaia di miliardi per dispiegare immense flotte navali e imponenti apparati di sicurezza (solo le guardie private dislocate alle frontiere ci costano 7 miliardi di euro l’anno), mentre non ci sono più fondi per gli aiuti umanitari e per i campi di rifugiati».
Resta il fatto che in Italia sono sbarcati, ad oggi, 96.930 migranti. Anche nel fronte degli “accoglienti” in tanti iniziano a sentirsi accerchiati. E così si pensa a come fermare i barconi.
«Però l’unico effetto di Frontex e dei fili spinati stesi attorno a mezzo continente è stato quello di sovralimentare il sistema criminale che gestisce il traffico di esseri umani. Questo contrabbando di uomini utilizza oggi gli stessi canali e le stesse strutture del traffico di droga, la più potente industria del mondo. Dopo anni di lavoro come operatore umanitario posso dire una cosa: i flussi di persone che scelgono di imbarcarsi alla volta delle nostre coste non si fermeranno. Perché sono persone che hanno perso tutto, e dunque non hanno più nulla da perdere. Perché di noi hanno visto cure sanitarie gratuite, possibilità di movimento tra i confini nazionali, opportunità di crescita professionale e culturale. In altre parole, la libertà. Sanno che i nostri suoli non sono contaminati dalle mine, non ti pioveranno mortai sulla testa quando meno te l’aspetti, nessuno verrà a strappare la tua bambina dal suo letto nel cuore della notte per venderla come schiava. Non saranno costretti a scegliere quale dei propri cari far vivere o lasciar morire, per mancanza di una medicina o di un dottore».
E dunque cosa bisognerebbe fare?
«Rafforzare i rapporti di collaborazione con i paesi di origine dei migranti, rimettendo il bacino del Mediterraneo al centro della scena geopolitica internazionale. In questo l’Italia può sicuramente giocare un ruolo di primo piano, ma risollevare paesi in situazioni di conflitto è tutt’altro che semplice, servono approcci multi-settoriali e investimenti che pagheranno soltanto nel lungo periodo. Un concetto aberrante per un sistema che si basa sull’idea di un profitto immediato e possibilmente a costo zero. Ma è solo con una strategia internazionale che preveda meno aiuti e più sinergie – possibilmente legate alla green economy e alle startup giovanili – che si potrà uscire da questa crisi. Bisogna ridistribuire la ricchezza con scambi commerciali tra membri della società civile e nuovi modi di fare impresa accessibili a tutti. Discorsi pericolosi per chi con le crisi fa affari, ma che otterrebbero risultati più concreti e duraturi di qualsiasi programma di aiuto. Il mantra è sempre lo stesso: non esistono soluzioni umanitarie a problemi umanitari».
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