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«Inventarsi un lavoro? Si può»

di Gabriele Farina
«Inventarsi un lavoro? Si può»

Lucia Catellani racconta la sua esperienza: «Servono costanza, sacrifici e capacità d’adattamento» 

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REGGIO EMILIA. È possibile vivere grazie alla propria creatività nella nostra città? Secondo una ricerca commissionata dal Comune la risposta è sì, ma comporta numerose difficoltà. Dalle cifre, infatti, si evince che ci riesce il 35% degli intervistati, mentre il 65% deve occuparsi di altro per mantenersi. Trasformiamo i dati scientifici in casi concreti, sentendo il racconto di creativi reggiani. Come Lucia Catellani, che da anni si occupa di cibo e grafica in modo innovativo.

Si può vivere di creatività?

«È possibile farlo – risponde Catellani – ma bisogna essere preparati, avere capacità di adattarsi e lavorare insieme, avere la costanza di ricercare e sperimentare».

Esistono ostacoli?

«Secondo me, c’è la possibilità di non trovare il lavoro a cui una persona aspira in qualsiasi settore. Tuttavia, se non si trova si possono avere le risorse per crearlo da sé. Da quando ho iniziato a cercare lavoro ho sempre trovato il modo di lavorare. Posso essere stata magari fortunata e aver trovato le persone giuste, possedendo però gli strumenti richiesti in quel momento. Particolari difficoltà non ne ho però avute».

Cosa vuol dire per lei creatività?

«È una maniera di esprimere un’idea in modo innovativo, fantasioso e inventivo. È anche un percorso che ti porta a risolvere una situazione grazie a un’idea».

Dalla ricerca emerge che i creativi reggiani si affidano poco ai luoghi istituzionali.

«È assolutamente vero: i luoghi nascono da gruppi di cittadini, di professionisti e di associazioni. Conosco tantissime persone che si sono sempre occupati di cultura autonomamente, senza particolari aiuti da parte delle istituzioni o di aziende finanziatrici. A Reggio si fa un po’ così, con le risorse che si possiedono».

È problematico?

«Risulta complicato dare continuità ai progetti e alle idee che possono nascere. Penso che uno dei problemi più rilevanti sia il percepire la creatività nella vita quotidiana».

In che senso?

«In città ci possono essere festival, eventi, proiezioni “spot”, ma manca una percezione della creatività in tutti i giorni. Serve uno spazio in cui ritrovarsi tra creativi».

Serve un progetto simile a quanto fatto per le start up?

«Sulle imprese innovative sono stati fatti progetti molto belli a Reggio. Esiste però una differenza tra l’innovazione legata alla creatività alla creatività e la creatività pura e semplice. Serve un luogo in cui i creativi raccontino le loro esperienze, mostrino i propri lavori, condividano le loro esperienze in workshop. Anche nei festival che si organizzano il respiro è ancora molto locale. Magari mancano le risorse per attrarre sia i professionisti sia il pubblico. Si potrebbero creare uno o più luoghi per non dover andare fuori Reggio per cercare idee innovative».

C’è un rischio di fuga di cervelli?

«All’estero ci sono opportunità di formazione e anche di lavoro. Passare qualche anno all’estero può essere utile e aiuta, il problema è quando non si torna».

Magari perché non si trova quello che si cerca in patria.

«Io penso che innanzitutto bisogna avere tanta costanza. Ho fatto molti sacrifici e ho lavorato senza pormi troppi problemi anche come cameriera, anche se non era il mio sogno. Se manca una cosa che ritengo importante la creo da sola o con un gruppo di persone: se lo si vuole davvero il più delle volte ci si riesce».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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