Bonaccini: la Lega non colorerà l’Emilia di verde
di STEFANO SCANSANI
Il governatore dell’Emilia Romagna replica a Salvini E rilancia l’“autonomia emiliana costituzionale”
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Presidente, Salvini ha detto che il Pd ormai è a rimorchio della Lega. Anche sulle autonomie delle Regioni. Che risponde?
«Che mi piace individuare un problema o, come in questo caso una opportunità, discuterla e poi decidere come risolverla, cioè ottenerla. Il resto è teatrino di quella politica politicante dalla quale cerco di stare alla larga il più possibile, che invece sembra piacere tanto a Salvini. Zaia governa il Veneto da sette anni, Maroni la Lombardia da quattro, io l’Emilia-Romagna solo da due anni; ma soprattutto entrambi i miei colleghi, a differenza mia, sono stati ministri della Repubblica e non risulta a nessuno che in tutti questi lunghi anni alla guida del governo prima, delle loro Regioni poi abbiano mai chiesto o concesso alcuna autonomia. Dunque evitiamo di litigarci primogeniture e diciamo invece che è giusto che, fatta salva l’unità nazionale per me sacra, le Regioni virtuose e con i conti in ordine, dunque ben governate, possano avere premialità e opportunità. Peraltro noi abbiamo le idee molto chiare su cosa chiedere e per fare cosa».
È più efficace il referendum o più rapida l'opportunità del decreto 116?
«Intanto facciamo chiarezza su un punto per me decisivo: noi vogliamo ottenere maggiore autonomia su alcune competenze con gli strumenti previsti dalla Costituzione, ma non spendendo venti milioni di euro dei cittadini emiliano-romagnoli, perché tanto costerebbe indire un referendum consultivo. Quelle risorse io le investirò in politiche attive per il Lavoro e attrattività per le imprese. Perché la Lega Nord in Regione non ci viene a dire dove tagliare venti milioni di euro dal bilancio in spesa corrente?
Inutile girarci intorno: il referendum consultivo convocato a pochi mesi dalle elezioni politiche, con un quesito che è come chiedere se vuoi bene a tua mamma, è la ricerca di un consenso plebiscitario da sfruttare politicamente. Ma nel merito è un gioco dell'oca da cui il giorno dopo la consultazione saranno costretti a ripartire dal via, perché dovranno chiedere al governo di aprire un confronto, esattamente ciò che stiamo già facendo noi».
Lei chiede l'autonomia a Gentiloni e il gioco è fatto...
«In un Paese serio il governo non può trattare differentemente le Regioni a seconda dell’affinità del colore politico. Noi abbiamo già avuto un incontro con il sottosegretario Bressa, abbiamo avuto il via libera a seguire il percorso costituzionale da tutte le parti sociali, in primis dai rappresentanti del mondo del lavoro e delle imprese. Prima di incontrare il presidente Gentiloni voglio arrivarci con una proposta la più largamente condivisa dalla società regionale. Dal governo abbiamo avuto massima disponibilità e conoscono la nostra serietà. Dunque sono obiettivamente fiducioso».
Ma al passaggio di competenze dallo Stato alla Regione deve corrispondere anche il conferimento di fondi... Fantascienza?
«Assolutamente no. Noi abbiamo già individuato le quattro aree su cui chiedere maggiore autonomia: lavoro e formazione; impresa e ricerca; ambiente e cura del territorio; salute. Ad esempio sui temi della formazione e del lavoro potremmo creare un Politecnico regionale, d'intesa col sistema produttivo, che formi migliaia di diplomati ogni anno, quei tecnici specializzati così richiesti dalle nostre aziende. E un Politecnico del genere potrebbe avere sede in questo territorio, viste le peculiarità.
Una volta affinate le specifiche richieste di competenza indicheremo quante risorse serva trattenere per gestirle».
Un territorio come il nostro che cosa se ne farebbe dell'autonomia di quel genere che Maroni e Zaia vanno predicando? Ne ha bisogno?
«Noi da due anni siamo la Regione che cresce di più nel Paese, quella con il maggior tasso di occupazione e con la disoccupazione che dal 9% del marzo 2015 dopo soli due anni è già scesa al 6.6%, con possibilità a fine anno di scendere ulteriormente verso il 6%. Merito anche del Patto per il Lavoro che ho firmato due anni fa con tutte le parti sociali e che decise che le direttrici su cui costruire un nuovo modello di sviluppo fossero tre: manifatture, saperi e cultura, turismo.
Con 15 miliardi di risorse certe da investire in cinque anni. Appena eletto Presidente, tra lo stupore di molti, dissi che obiettivo preciso era dimezzare la disoccupazione al 2020: io sono convinto che possiamo farcela davvero e riportare questa regione al 4/5% di disoccupazione, dunque piena occupazione. Maggiore autonomia significa maggiore libertà di manovra su alcune politiche e questo potrebbe farci crescere ancora più rapidamente e dunque dare una mano anche alla crescita più rapida del Paese».
Salvini avverte Reggio e quindi gli emiliani che la Lega sta arrivando. Come la state attendendo?
«Salvini ha avuto indubbiamente un merito: quello di resuscitare una Lega travolta dagli scandali dei diamanti portati in Tanzania e le lauree comprate all’estero. Ma è stato agevolato da un vento populista di destra che ha soffiato impetuoso in questi anni in tutta Europa, tra una pesante crisi economica mai conosciuta in tutto il dopoguerra con milioni di posti di lavoro perduti e la ripresa di migrazioni verso il nostro Continente: un mix di fattori che hanno premiato chi soffiava e soffia sul fuoco della paura piuttosto che quello della speranza. In ogni caso io sono abituato a non esultare quando le cose vanno bene e non deprimermi troppo quando sembra tutto negativo. Anche qualche anno fa ci furono copertine e manifesti titolati “coloreremo l’Emilia di verde”, eppure anche in un momento complicato per il Pd ed il centrosinistra, continuiamo a governare oltre alla Regione, ben sette capoluoghi su nove, e dodici città sulle quattordici con più di quarantamila abitanti. In ogni caso è bene sapere che, indebolite le ideologie ed i partiti, qualsiasi luogo può essere espugnato, dunque vinci se sai risolvere i problemi dei cittadini».
Risponda non politicamente, ma sinceramente: il Pd indebolito sta vivendo con preoccupazione l'inversione del consenso? La paura, la rabbia, le tensioni?
«Conosco una sola ricetta: discutere di cose e non di persone. Quando discutiamo troppo di nomi e cognomi e non di contenuti diventiamo imbarazzanti, quando invece mettiamo al centro i problemi e le opportunità dei nostri territori possiamo vincere contro chiunque, perché peraltro non ci manca nemmeno la classe dirigente. Ma anche il migliore di noi può fare poco se intorno si discute di correnti e correntine, di formule tattiche e ricerca di posti al sole. Avremo a breve i congressi e quelli siamo il luogo non delle conte, ma del rilancio del Pd, in nome di una idea di società che metta al centro lavoro e impresa, persone, diritti, sostenibilità. Sa perché in regione stiamo ottenendo risultati positivi? Perché in due anni e mezzo pur con una maggioranza larga di centrosinistra non abbiamo mai litigato una mezza giornata, ne' nel Pd ne' in maggioranza. Tenendo fede al programma che avevamo proposto e le cose che avevamo promesso».
Il collante renziano sulla via Emilia si è depotenziato oppure è messo in discussione all'interno del Pd. Lei ha una soluzione?
«Io ho fatto per cinque anni il segretario regionale gestendo il partito in maniera unitaria assieme alle minoranze. Ma se ogni cinque minuti mettiamo in discussione chi ha vinto le primarie diventiamo surreali. Questo deve valere a livello nazionale e a livello locale. Dove peraltro può non esserci una ricetta precostituita, perché ogni territorio ha una sua specificità. Per me un partito, come una famiglia sta assieme se a tutti si permette di dire la propria, ma poi una volta decisa e votata, la decisione presa la si deve difendere tutti assieme».
Il modello amministrativo reggiano che nonostante scissioni e strappi mantiene insieme sinistra e centro sinistra è un fenomeno indigeno? Oppure è esportabile?
«Io penso che il Pd non possa pensarsi autosufficiente, in particolare laddove si voti con il doppio turno. Ma chi alla nostra sinistra pensa si possa battere la destra a trazione leghista o Grillo, senza il Pd, o è un irresponsabile o preferisce perdere senza nemmeno combattere».
Dalle torri di Bologna o dalla sua casa di Campogalliano come s'avvista Reggio? Com'è o come le sembra? (non ne parli solo bene)
«Reggio Emilia rappresenta una porta d’ingresso a nord ovest al grande distretto della manifattura dell’Emilia centrale, dall’eccellenza ceramica fino alla meccanica di precisione, una porta che trova nelle opere di Calatrava anche un tratto architettonico tangibile. I dati dell’occupazione e dell'export testimoniano la dinamicità del territorio reggiano, che già oggi viaggia verso la piena occupazione e a che a mio parere ha davanti a sé un'altra sfida non indifferente, come l'arena del Campovolo, unica in Europa, e che può essere un volano per realizzare una nuova filiera di servizi su cultura, musica e sapere, capace di valorizzare maggiormente un territorio tra l'Appennino e il Po che deve necessariamente crescere anche per attrattività turistica. Su questi capisaldi, tenendo alta l’attenzione al contrasto all’illegalità, io penso si giochi la Reggio Emilia del futuro, già forte peraltro di suo per quanto riguarda la qualità dei servizi per l’infanzia, il welfare e la sanità».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
«Che mi piace individuare un problema o, come in questo caso una opportunità, discuterla e poi decidere come risolverla, cioè ottenerla. Il resto è teatrino di quella politica politicante dalla quale cerco di stare alla larga il più possibile, che invece sembra piacere tanto a Salvini. Zaia governa il Veneto da sette anni, Maroni la Lombardia da quattro, io l’Emilia-Romagna solo da due anni; ma soprattutto entrambi i miei colleghi, a differenza mia, sono stati ministri della Repubblica e non risulta a nessuno che in tutti questi lunghi anni alla guida del governo prima, delle loro Regioni poi abbiano mai chiesto o concesso alcuna autonomia. Dunque evitiamo di litigarci primogeniture e diciamo invece che è giusto che, fatta salva l’unità nazionale per me sacra, le Regioni virtuose e con i conti in ordine, dunque ben governate, possano avere premialità e opportunità. Peraltro noi abbiamo le idee molto chiare su cosa chiedere e per fare cosa».
È più efficace il referendum o più rapida l'opportunità del decreto 116?
«Intanto facciamo chiarezza su un punto per me decisivo: noi vogliamo ottenere maggiore autonomia su alcune competenze con gli strumenti previsti dalla Costituzione, ma non spendendo venti milioni di euro dei cittadini emiliano-romagnoli, perché tanto costerebbe indire un referendum consultivo. Quelle risorse io le investirò in politiche attive per il Lavoro e attrattività per le imprese. Perché la Lega Nord in Regione non ci viene a dire dove tagliare venti milioni di euro dal bilancio in spesa corrente?
Inutile girarci intorno: il referendum consultivo convocato a pochi mesi dalle elezioni politiche, con un quesito che è come chiedere se vuoi bene a tua mamma, è la ricerca di un consenso plebiscitario da sfruttare politicamente. Ma nel merito è un gioco dell'oca da cui il giorno dopo la consultazione saranno costretti a ripartire dal via, perché dovranno chiedere al governo di aprire un confronto, esattamente ciò che stiamo già facendo noi».
Lei chiede l'autonomia a Gentiloni e il gioco è fatto...
«In un Paese serio il governo non può trattare differentemente le Regioni a seconda dell’affinità del colore politico. Noi abbiamo già avuto un incontro con il sottosegretario Bressa, abbiamo avuto il via libera a seguire il percorso costituzionale da tutte le parti sociali, in primis dai rappresentanti del mondo del lavoro e delle imprese. Prima di incontrare il presidente Gentiloni voglio arrivarci con una proposta la più largamente condivisa dalla società regionale. Dal governo abbiamo avuto massima disponibilità e conoscono la nostra serietà. Dunque sono obiettivamente fiducioso».
Ma al passaggio di competenze dallo Stato alla Regione deve corrispondere anche il conferimento di fondi... Fantascienza?
«Assolutamente no. Noi abbiamo già individuato le quattro aree su cui chiedere maggiore autonomia: lavoro e formazione; impresa e ricerca; ambiente e cura del territorio; salute. Ad esempio sui temi della formazione e del lavoro potremmo creare un Politecnico regionale, d'intesa col sistema produttivo, che formi migliaia di diplomati ogni anno, quei tecnici specializzati così richiesti dalle nostre aziende. E un Politecnico del genere potrebbe avere sede in questo territorio, viste le peculiarità.
Una volta affinate le specifiche richieste di competenza indicheremo quante risorse serva trattenere per gestirle».
Un territorio come il nostro che cosa se ne farebbe dell'autonomia di quel genere che Maroni e Zaia vanno predicando? Ne ha bisogno?
«Noi da due anni siamo la Regione che cresce di più nel Paese, quella con il maggior tasso di occupazione e con la disoccupazione che dal 9% del marzo 2015 dopo soli due anni è già scesa al 6.6%, con possibilità a fine anno di scendere ulteriormente verso il 6%. Merito anche del Patto per il Lavoro che ho firmato due anni fa con tutte le parti sociali e che decise che le direttrici su cui costruire un nuovo modello di sviluppo fossero tre: manifatture, saperi e cultura, turismo.
Con 15 miliardi di risorse certe da investire in cinque anni. Appena eletto Presidente, tra lo stupore di molti, dissi che obiettivo preciso era dimezzare la disoccupazione al 2020: io sono convinto che possiamo farcela davvero e riportare questa regione al 4/5% di disoccupazione, dunque piena occupazione. Maggiore autonomia significa maggiore libertà di manovra su alcune politiche e questo potrebbe farci crescere ancora più rapidamente e dunque dare una mano anche alla crescita più rapida del Paese».
Salvini avverte Reggio e quindi gli emiliani che la Lega sta arrivando. Come la state attendendo?
«Salvini ha avuto indubbiamente un merito: quello di resuscitare una Lega travolta dagli scandali dei diamanti portati in Tanzania e le lauree comprate all’estero. Ma è stato agevolato da un vento populista di destra che ha soffiato impetuoso in questi anni in tutta Europa, tra una pesante crisi economica mai conosciuta in tutto il dopoguerra con milioni di posti di lavoro perduti e la ripresa di migrazioni verso il nostro Continente: un mix di fattori che hanno premiato chi soffiava e soffia sul fuoco della paura piuttosto che quello della speranza. In ogni caso io sono abituato a non esultare quando le cose vanno bene e non deprimermi troppo quando sembra tutto negativo. Anche qualche anno fa ci furono copertine e manifesti titolati “coloreremo l’Emilia di verde”, eppure anche in un momento complicato per il Pd ed il centrosinistra, continuiamo a governare oltre alla Regione, ben sette capoluoghi su nove, e dodici città sulle quattordici con più di quarantamila abitanti. In ogni caso è bene sapere che, indebolite le ideologie ed i partiti, qualsiasi luogo può essere espugnato, dunque vinci se sai risolvere i problemi dei cittadini».
Risponda non politicamente, ma sinceramente: il Pd indebolito sta vivendo con preoccupazione l'inversione del consenso? La paura, la rabbia, le tensioni?
«Conosco una sola ricetta: discutere di cose e non di persone. Quando discutiamo troppo di nomi e cognomi e non di contenuti diventiamo imbarazzanti, quando invece mettiamo al centro i problemi e le opportunità dei nostri territori possiamo vincere contro chiunque, perché peraltro non ci manca nemmeno la classe dirigente. Ma anche il migliore di noi può fare poco se intorno si discute di correnti e correntine, di formule tattiche e ricerca di posti al sole. Avremo a breve i congressi e quelli siamo il luogo non delle conte, ma del rilancio del Pd, in nome di una idea di società che metta al centro lavoro e impresa, persone, diritti, sostenibilità. Sa perché in regione stiamo ottenendo risultati positivi? Perché in due anni e mezzo pur con una maggioranza larga di centrosinistra non abbiamo mai litigato una mezza giornata, ne' nel Pd ne' in maggioranza. Tenendo fede al programma che avevamo proposto e le cose che avevamo promesso».
Il collante renziano sulla via Emilia si è depotenziato oppure è messo in discussione all'interno del Pd. Lei ha una soluzione?
«Io ho fatto per cinque anni il segretario regionale gestendo il partito in maniera unitaria assieme alle minoranze. Ma se ogni cinque minuti mettiamo in discussione chi ha vinto le primarie diventiamo surreali. Questo deve valere a livello nazionale e a livello locale. Dove peraltro può non esserci una ricetta precostituita, perché ogni territorio ha una sua specificità. Per me un partito, come una famiglia sta assieme se a tutti si permette di dire la propria, ma poi una volta decisa e votata, la decisione presa la si deve difendere tutti assieme».
Il modello amministrativo reggiano che nonostante scissioni e strappi mantiene insieme sinistra e centro sinistra è un fenomeno indigeno? Oppure è esportabile?
«Io penso che il Pd non possa pensarsi autosufficiente, in particolare laddove si voti con il doppio turno. Ma chi alla nostra sinistra pensa si possa battere la destra a trazione leghista o Grillo, senza il Pd, o è un irresponsabile o preferisce perdere senza nemmeno combattere».
Dalle torri di Bologna o dalla sua casa di Campogalliano come s'avvista Reggio? Com'è o come le sembra? (non ne parli solo bene)
«Reggio Emilia rappresenta una porta d’ingresso a nord ovest al grande distretto della manifattura dell’Emilia centrale, dall’eccellenza ceramica fino alla meccanica di precisione, una porta che trova nelle opere di Calatrava anche un tratto architettonico tangibile. I dati dell’occupazione e dell'export testimoniano la dinamicità del territorio reggiano, che già oggi viaggia verso la piena occupazione e a che a mio parere ha davanti a sé un'altra sfida non indifferente, come l'arena del Campovolo, unica in Europa, e che può essere un volano per realizzare una nuova filiera di servizi su cultura, musica e sapere, capace di valorizzare maggiormente un territorio tra l'Appennino e il Po che deve necessariamente crescere anche per attrattività turistica. Su questi capisaldi, tenendo alta l’attenzione al contrasto all’illegalità, io penso si giochi la Reggio Emilia del futuro, già forte peraltro di suo per quanto riguarda la qualità dei servizi per l’infanzia, il welfare e la sanità».
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