La expulsión de los moriscos
La Domenica, l'editoriale del direttore Stefano Scansani, con titolo in spagnolo e riflessione su attentati e accoglienza
Bisognerebbe cacciarli via tutti. È la tentazione, anche istituzionale, che scorre al di qua e al di là del mondo. Dal suprematista pericolosamente instabile Donald Trump all’Europa atterrita che va nazionalizzandosi e incupendosi. Cacciare via, chi? Tutti coloro che per razza, fede, provenienza e tradizione non sono dei nostri.
La tentazione del repulisti riemerge dalla storia moderna e riguarda – forza della cronaca di questa porzione d’agosto – la Spagna, la Catalogna (per essere regionalmente corretti) e Barcellona, così mediterranea e art nouveau, così ferita e massacrata.
Tra il 1609 e il 1614 per far piazza pulita dei musulmani nel regno unificato, Filippo III d’Asburgo decretò La expulsión de los moriscos, la cacciata dei mori. Cioè dei sudditi di originaria fede islamica che con la forza e per forza non si erano convertiti per bene al cristianesimo. Allora non c’erano le mezze misure.
Via tutti.
Non voglio dire che in quel tempo erano gli occidentali, cattolici europei a imporre il primato della fede e della civiltà sulle minoranze invadenti. La storia non è un elastico. Osservo, piuttosto, che l’odierna pulsione di qualcuno, di qualche partito, di qualche onda drastica a rimandare i musulmani e altri a casa loro, non è un fenomeno nuovo. Quattro secoli fa la Spagna contava 9 milioni di abitanti e gli espulsi furono circa 300mila, quindi un trentesimo della popolazione. La cacciata ebbe diverse motivazioni: i moriscos producevano instabilità (in quanto non omogenei, diremmo oggi non integrati), costituivano gruppi a parte, non emarginati, ma autogestiti), erano una minaccia demografica, commerciale ed economica per le attività degli imprenditori cristiani, e poi avevano contatti costanti con l’altra sponda materna del Mediterraneo, l’Islam. Via tutti.
L’eco di queste due ultime parole si propaga nel passato, fino al presente. È anche indispensabile per leggere l’aggressione islamista a Barcellona e Cambrils, e il piano che doveva essere ancor più deflagrante e sanguinario.
Basta rileggere la nerissima carta del bacino del Mediterraneo e dell’Oriente ridisegnata prima da Al Qaeda e poi dall’Isis per comprendere quale sia il percorso nel tempo e nello spazio (storia e geografia) della mattàna islamista. Essa ripercorre l’espansionismo militare di tredici secoli fa. Tutta la penisola iberica è tinta di nero e quindi viene compresa nei domìni di diritto.
Al-Andalus, quasi tutto il territorio spagnolo e portoghese, per i militanti del nuovo Califfo sarebbe da “riprendere”. L’Iberia, già sede di un califfato, è poi la penisola più vicina al Marocco, al Maghreb, a quella che dalla nostra sponda era definita la terra dei mori. I moriscos. Altroché il braccio di mare che sta fra la Libia e la Sicilia, anch’essa pieno dominio arabo (Palermo fu presa dai Normanni nel 1072), e meno male che non è segnata in nero-appartenenza nella cartografia terrorista.
L’attuale arabismo di Spagna, gli arabismi dell’Andalusia, sono parte della memoria collettiva (quando c’è) dei terroristi. Organizzati in cellule o lupi solitari che siano.
Prima della cacciata dei mori il regno di Spagna aveva vissuto il suo periodo più fecondo da un punto di vista economico e culturale. Cioè la stagione nella quale i cristiani e i musulmani che oggi definiremmo moderati avevano edificato e nutrito una società multietnica, ma ordinata, equilibrata e sicura. La grande espulsione seicentesca dei moriscos (o se volete, l’immane loro rimpatrio) coincise per molte altre cause con la crisi e l’infinita decadenza spagnola.
C’è qualcosa di consimile fra l’allora e i tempi nostri. Da una parte il sogno-incubo dell’Isis di tornare a infilare le sue bandiere nere nell’al di qua del Mediterraneo, compiendo stragi nei luoghi più cosmopoliti, “irredenti” e centrali rispetto alla civiltà occidentale. Dall’altra la reazione populista che nell’al di qua del Mediterraneo immagina uno sbarramento totale, una generale expulsión, in forza di una paura che accatasta e si porta dentro tutto.
Di qua, dopo il lutto, i fiori e i ceri di Barcellona, serve una interpretazione chiarissima della storia e del tipo di misure da adottare nei confronti di chi attacca, spara, esplode, investe in strada. Noi siamo capaci di tanta solidarietà. Di ritrovare l’Europa, ma solo ogni tanto, più carolingia a Roncisvalle che degli stati.
Prima della cacciata dei moriscos, esattamente nel 1492, la corona di Spagna aveva già espulso i marrani, cioè gli ebrei sefarditi non convertiti al cristianesimo. Mahram è un termine arabo che significa impuro, e anche “porco”. Il triangolo dell’incomprensione e dell’odio fra le tre religioni era perfetto. Durò secoli e perdura con ogni olocausto. Qualsiasi follia. Oggi vagano e arrivano le schegge.
Stefano Scansani
s.scansani@gazzettadireggio.it
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