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L'inchiesta

«Vivere di talento a Reggio Emilia? Complesso»

di Gabriele Farina
«Vivere di talento a Reggio Emilia? Complesso»

Marco Vicini (Arci Tunnel): «Non basta dedicare spazi agli artisti, la dimensione reggiana è stantia»

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REGGIO EMILIA. «Vivere di creatività in questo momento è molto complicato». Marco Vicini, presidente del circolo Arci Tunnel, da decenni conosce il mondo degli artisti e dei creativi in genere.

Sono lontani per lui i tempi di un Rinascimento reggiano dei luoghi e delle atmosfere. Non sono tanto gli spazi a mancare, quanto «qualche sostegno in più». Così, quando si è al bivio tra la passione e la certezza economica, risulta facile propendere per la seconda strada. Proprio come emerge dalla ricerca sulla creatività commissionata dal Comune, da cui emerge che il 65% dei creativi reggiani intervistati non si mantiene unicamente grazie al talento, ma deve avere una professione collaterale per sbarcare il lunario.

Una ricerca che ha ispirato la nostra inchiesta sulla creatività nella città del Tricolore, un percorso di cui questa è la seconda tappa.

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Marco Vicini, quindi è possibile vivere di creatività?
«In questo momento è molto complicato, non soltanto a Reggio. Il lavoro è molto più sfruttato e poco riconosciuto già in ambito tradizionale; negli ambiti creativi, legati molto agli aspetti immateriali (e quindi difficili da quantificare), ciò diventa ancora più complesso e aleatorio. Conosco persone che trovano percorsi affini nei loro settori, ma con la cultura, la musica e arte non è così semplice».

Anche a Reggio?
«Reggio è una realtà piccola ma nonostante questo offre alcune opportunità. Possiamo augurarci che i giovani artisti, musicisti e artisti di strada abbiano riconoscimenti maggiori. Non ci sono da noi grandi forme di sostegno pubblico né di mecenatismo privato. L’auto-organizzazione dona soddisfazione, ma crea anche ostacoli».

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Si possono trovare ostacoli legati ai luoghi, come emerso nella ricerca commissionata dal Comune?
«Noi facciamo lavorare tanti creativi nel nostro circolo, ma è veramente molto complesso. Richiede un incrocio tra la buona volontà d’investire e la proposta di contenuti innovativi per innovare. Reggio è piccola come pubblico e spazi, offre meno opportunità di Bologna e di realtà più grandi; tuttavia, può essere una discreta base di partenza».

Potrebbe servire un nuovo luogo d’incontri per creativi, come suggerito da Lucia Catellani (la prima imprenditrice coinvolta nell’inchiesta)?

«Discutere dei luoghi è riduttivo: i luoghi ci sono e un artista esprime la propria creatività nel suo contesto. Ci sono creativi straordinari che lavorano in una stanza di un appartamento in affitto e poi espongono in tutto il mondo. L’interazione non si può stimolare dall’alto».

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Eppure, a Reggio gli esempi di stimoli non mancano.
«Alle Reggiane si era creata un’interazione straordinaria anche a livello nazionale. Era un “non luogo”, ne l senso che era tutto ed era niente. Il punto è come si fa la valorizzazione: se lo spazio rimane vuoto, se non ci sono le risorse per valorizzare le esperienze allora diventa più complesso. Gli spazi devono essere vivi. Come Arci organizziamo attività di livello, ma si confida sempre nella buona volontà. Non basta dedicare uno stanzone agli artisti per far ritrovare davvero gli artisti».

In passato si faceva di più?
«Negli anni Settanta c’era più attenzione alle manifestazioni artistiche, oggi la dimensione è più stantia. Con un sostegno in più Reggio potrebbe diventare una realtà di primissimo piano».

Cosa è per lei la creatività?
«La capacità di reinterpretare la realtà, trasmettendo emozioni e sensazioni. È un’opera di trasformazione, con cui si creano nuovi significati».
 

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