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L’esperto: «È più grave diffamare su internet»

di Gabriele Farina
L’esperto: «È più grave diffamare su internet»

Giovanni Ziccardi prende posizione sulle minacce ricevute dall’esponente Si «Ha fatto bene Lusenti a denunciare, per la Polizia facile risalire ai colpevoli» 

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REGGIO EMILIA. «La consigliera Lusenti ha fatto bene a denunciare. La diffamazione online è più grave di quella tradizionale, anche se non tutti sembrano rendersene conto. In ogni caso, non ci sono scusanti». Giovanni Ziccardi, professore associato di Informatica giuridica presso l’università degli studi di Milano, considerato uno dei massimi esperti in materia, interviene sul caso scoppiato alla vigilia di Ferragosto su Facebook. Sulla piattaforma Luca Tadolini ha pubblicato uno stralcio di un intervento sulla Gazzetta in cui Lucia Lusenti prendeva le distanze come Sinistra italiana all’appello anti-paura sottoscritto dal sindaco, Luca Vecchi. Nella sua presa di posizione, la consigliera Si ha espresso riflessioni critiche sui migranti che non sono piaciute a diversi componenti del gruppo Peggio Emilia, in cui l’avvocato ha postato la notizia. Lusenti ha ricevuto offese e minacce, tanto da aver subito anticipato che farà ricorso alle vie legali per tutelarsi. Per l’esperto la posizione è sacrosanta e vi potranno essere anche sanzioni pesanti.

Professor Ziccardi, perché possono arrivare sanzioni?

«Il reato di diffamazione in internet è aggravato. In Italia c’è ormai una giurisprudenza secondo cui il reato è più grave se commesso in rete».

In che senso?

«È aggravato per tre ragioni. Innanzitutto, il danno è amplificato dallo strumento internet; inoltre, il danno è persistente perché non si rimuove più. Anche se i post vengono cancellati, gli screenshot (le foto delle schermate, ndr) rimangono; infine, c’è il danno da social. Su internet le informazioni sono aggregate con facilità e il rischio è quello di creare emulazioni».

Quindi Lusenti ha fatto bene a dire basta?

«Chiunque diffami incorre nel reato di diffamazione. Se Lusenti si ritiene offesa nel suo onore, fa benissimo a denunciare. Ormai tutti diffamano con il nome e il cognome».

Perché ?

«È un modo per ottenere consensi. Tuttavia, come ha detto il presidente della Camera Laura Boldrini, si fa bene a querelare queste persone».

Rientrando nel diritto penale, per la diffamazione l’ignoranza della norma non è ammessa. Non basta dunque dire di non essere stati a conoscenza della norma?

«No. Queste persone rischiano un procedimento per diffamazione aggravata: non ci sono scusanti. Inoltre, mi sembra non sia molto complesso come caso. Le offese rivolte a Lusenti non sono motivate; inoltre, è facilissimo per la Polizia postale recuperare i dati di queste persone, che usano il nome e il cognome».

Una volta i leoni da tastiera li usavano molto meno e adoperavano più pseudonimi. Il fenomeno si sta evolvendo?

«Tradizionalmente, sono quattro i temi altamente infiammabili dalla seconda guerra mondiale a oggi: la razza, la religione, la politica e l’omofobia. Quest’ultimo aspetto, in particolare, ha avuto forme di odio più tardive, negli anni Ottanta. Parlando d’immigrati, siamo quindi nel campo degli hate speech (discorsi di odio, ndr) più tradizionali e anche per questo il diritto si è evoluto e tutela più efficacemente le vittime. L’odio, inoltre, negli ultimi dieci anni è diventato sempre più comune: si prendono di mira anche le foto di Morandi e di miss Italia».

Lusenti ha sostenuto che quelle persone non le avrebbero offesa così se l’avessero incontrata dal vivo. È cambiato qualcosa con la rete?

«Le tecnologie hanno un effetto disinibitorio, per cui le persone non si comportano sui social come si comporterebbero nella vita tradizionale. Un esempio è quello del bullismo femminile, aumentato esponenzialmente a detta di tutti gli esperti da quando non c’è bisogno del confronto fisico; un altro esempio riguarda il ruolo delle donne nell’organizzazione degli attentati terroristici. In alcuni Paesi le donne non possono discutere in pubblico, eppure davanti alla tastiera assumono comportamenti che non avrebbero mai di persona».

Perché?

«Non si percepisce la presenza di qualcuno dall’altra parte. Da anni sosteniamo che internet non è virtuale, ma reale. La vicenda di Reggio ne è una dimostrazione. L’offesa è molto più grave di quella fatta di persona. Non c’è niente di virtuale, non c’è una giustificazione nel dire “non lo sapevo”. A volte dal vivo si sarebbe portati a non offendere, ma il filtro dello schermo fa saltare tale decenza. Ormai l’anonimato sta crollando. Non ci sono più i nick falsi, anche perché si vedono i politici offendere usando i nomi e i cognomi. Così si trovano padri di famiglia che postano altrove foto con figli e poi si lanciano in offe che ricadono su oro stessi».

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