Pedofilo, il caso al Csm Il giudice: no comment
di Enrico Lorenzo Tidona
Richiesta valutazione sull’ipotesi di incompatibilità ambientale o funzionale Ghini al lavoro ieri dopo la bufera. Spunta un’altra interrogazione al ministro
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REGGIO EMILIA. «No, guardate, non rilascio dichiarazioni. Grazie ma non aggiungo nulla». Poche battute e il giudice reggiano Giovanni Ghini si congeda dopo aver aperto la sua porta ai giornalisti. La notizia dell’avvio di una pratica in prima commissione al Csm (l’organo di autogoverno dei magistrati) lo apprende dai cronisti. Si ferma e chiede: «Chi è che l’ha presentato?». La risposta è il consigliere laico del Csm, Pierantonio Zanettin: «Ha chiesto di valutare eventuali profili di incompatibilità ambientale o funzionale nei suoi confronti. Vuole commentare?» incalzano i cronisti. «No, ma vi ringrazio per l’informazione. Ne sapete più voi di me».
Il suo studio in tribunale è un crocevia tra avvocati, cancellieri e colleghi. Lui, come sempre, ieri si è presentato puntuale al lavoro ma nel palazzo di giustizia reggiano non si parla quasi d’altro. La ribalta nazionale occupata dalla scarcerazione del pedofilo pakistano di 21 anni reo confesso della terribile violenza sessuale perpetrata nella Bassa reggiana ai danni di un ragazzino di 13 anni con deficit cognitivi, è sulla bocca di tutti. Non solo: è sulle tivù e sui giornali di mezza Italia. Il documento di condanna firmato dalla quasi totalità dei sindaci reggiani contro l’ordinanza di scarcerazione del giudice, il dito puntato dal presidente della Regione Stefano Bonaccini e la sollevazione popolare della società civile reggiana, rende l’idea della bufera che sta fagocitando l’attualità reggiana, facendone discutere tutti i livelli: dalla base alla testa, dai cittadini alla politica.
Dopo che il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha attivato gli ispettori, anche il consigliere laico Zanettin ha quindi chiesto l’avvio di una verifica sull’operato del gip del tribunale di Reggio Emilia. Ghini ha deciso di revocare la misura cautelare degli arresti domiciliari, alla luce «dello straordinario senso di autodisciplina dimostrato dall'indagato» disponendo solo il divieto di avvicinamento al minore e l'obbligo di firma in caserma, ricorda Zanettin. Una decisione che «è stata impugnata dal pm», di fronte alla quale «l’opinione pubblica appare sconcertata» e che ha provocato la reazione delle onlus che combattono la pedofilia, come «la Caramella buona» che ha deciso di organizzare per giovedì sera un sit-in di protesta davanti al tribunale. Su Ghini, però, il Csm potrebbe decidere un trasferimento d’ufficio o addirittura di tribunale. Ma le ipotesi sono del tutto virtuali al momento. Serviranno alcuni passaggi e bisognerà attendere che l’organo che regola la vita professionale dei magistrati, torni a pieno regime dopo le ferie estive.
Anche il deputato Elio Massimo Palmizio, presidente di Forza Italia dell'Emilia-Romagna, annuncia, dopo la «discutibilissima decisione del Gip» di Reggio Emilia - scrive - che alla riapertura della Camera dei Deputati presenterà «una interrogazione al Ministro della Giustizia affinché siano inviati ispettori per le opportune verifiche con l'auspicio che ne consegua un deferimento al Csm».
Azione che ne segue una uguale avviata dal Maria Edera Spadoni, deputata reggiana del Movimento 5 stelle. Inoltre «deve essere chiaro ai richiedenti asilo che si macchiano di un qualsiasi reato - scrive Palmizio - in special modo reati di questa gravità, che la loro domanda non può e non deve esser in alcun modo accettata. Troppo spesso passa l'errato messaggio che i delinquenti in Italia possono fare ciò che vogliono. Le leggi ci sono ma devono essere applicate meglio e in maniera più rigorosa». «Il pedofilo reo confesso, a mio avviso - prosegue - dovrebbe essere in carcere» ed è «aberrante che una volta assolti gli obblighi di presentarsi (una o due volte al giorno) e di non avvicinarsi alla vittima possa tranquillamente muoversi indisturbato sul territorio ponendo a rischio la sicurezza di altri minori. Non sarebbe stato meglio almeno mandarlo in un centro di accoglienza?».
Secondo Palmizio, «oltre alla leggerezza con cui ha trattato il caso, il giudice ha dimostrato poco rispetto anche verso l’istituzione che rappresenta sfoggiando un abbigliamento poco consono, una t-shirt a mezze maniche di colore rosso. Così come è giusto per noi parlamentari l'obbligo della giacca per entrare in Parlamento, dovrebbe essere altrettanto corretto per un giudice l'uso della toga».
Enrico Lorenzo Tidona
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Il suo studio in tribunale è un crocevia tra avvocati, cancellieri e colleghi. Lui, come sempre, ieri si è presentato puntuale al lavoro ma nel palazzo di giustizia reggiano non si parla quasi d’altro. La ribalta nazionale occupata dalla scarcerazione del pedofilo pakistano di 21 anni reo confesso della terribile violenza sessuale perpetrata nella Bassa reggiana ai danni di un ragazzino di 13 anni con deficit cognitivi, è sulla bocca di tutti. Non solo: è sulle tivù e sui giornali di mezza Italia. Il documento di condanna firmato dalla quasi totalità dei sindaci reggiani contro l’ordinanza di scarcerazione del giudice, il dito puntato dal presidente della Regione Stefano Bonaccini e la sollevazione popolare della società civile reggiana, rende l’idea della bufera che sta fagocitando l’attualità reggiana, facendone discutere tutti i livelli: dalla base alla testa, dai cittadini alla politica.
Dopo che il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha attivato gli ispettori, anche il consigliere laico Zanettin ha quindi chiesto l’avvio di una verifica sull’operato del gip del tribunale di Reggio Emilia. Ghini ha deciso di revocare la misura cautelare degli arresti domiciliari, alla luce «dello straordinario senso di autodisciplina dimostrato dall'indagato» disponendo solo il divieto di avvicinamento al minore e l'obbligo di firma in caserma, ricorda Zanettin. Una decisione che «è stata impugnata dal pm», di fronte alla quale «l’opinione pubblica appare sconcertata» e che ha provocato la reazione delle onlus che combattono la pedofilia, come «la Caramella buona» che ha deciso di organizzare per giovedì sera un sit-in di protesta davanti al tribunale. Su Ghini, però, il Csm potrebbe decidere un trasferimento d’ufficio o addirittura di tribunale. Ma le ipotesi sono del tutto virtuali al momento. Serviranno alcuni passaggi e bisognerà attendere che l’organo che regola la vita professionale dei magistrati, torni a pieno regime dopo le ferie estive.
Anche il deputato Elio Massimo Palmizio, presidente di Forza Italia dell'Emilia-Romagna, annuncia, dopo la «discutibilissima decisione del Gip» di Reggio Emilia - scrive - che alla riapertura della Camera dei Deputati presenterà «una interrogazione al Ministro della Giustizia affinché siano inviati ispettori per le opportune verifiche con l'auspicio che ne consegua un deferimento al Csm».
Azione che ne segue una uguale avviata dal Maria Edera Spadoni, deputata reggiana del Movimento 5 stelle. Inoltre «deve essere chiaro ai richiedenti asilo che si macchiano di un qualsiasi reato - scrive Palmizio - in special modo reati di questa gravità, che la loro domanda non può e non deve esser in alcun modo accettata. Troppo spesso passa l'errato messaggio che i delinquenti in Italia possono fare ciò che vogliono. Le leggi ci sono ma devono essere applicate meglio e in maniera più rigorosa». «Il pedofilo reo confesso, a mio avviso - prosegue - dovrebbe essere in carcere» ed è «aberrante che una volta assolti gli obblighi di presentarsi (una o due volte al giorno) e di non avvicinarsi alla vittima possa tranquillamente muoversi indisturbato sul territorio ponendo a rischio la sicurezza di altri minori. Non sarebbe stato meglio almeno mandarlo in un centro di accoglienza?».
Secondo Palmizio, «oltre alla leggerezza con cui ha trattato il caso, il giudice ha dimostrato poco rispetto anche verso l’istituzione che rappresenta sfoggiando un abbigliamento poco consono, una t-shirt a mezze maniche di colore rosso. Così come è giusto per noi parlamentari l'obbligo della giacca per entrare in Parlamento, dovrebbe essere altrettanto corretto per un giudice l'uso della toga».
Enrico Lorenzo Tidona
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