Rei, l’innovazione è una voragine: scatta la liquidazione
Perdita quadruplicata nel 2016 per Reggio Emilia Innovazione: i soci pubblici e privati sciolgono la partecipata nata che doveva fungere da volano per le imprese
REGGIO EMILIA Non c’è più ossigeno nei polmoni dell’azienda pubblico-privata che doveva tirare la volata all’innovazione reggiana. Reggio Emilia Innovazione (Rei) è stata liquidata: i soci pubblici e quelli privati hanno sciolto la società consortile a responsabilità limitata che nel 2016 ha chiuso il bilancio con una perdita più che triplicata rispetto a quella già indigesta del 2015.
Un rosso da 1,3 milioni di euro contro i 400mila euro dell’anno prima seguiti ai 334mila euro del 2104. La sequenza è giunta al capolinea il 13 luglio con lo scioglimento.
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Resterà viva la Fondazione Rei, verso la quale i soci conferiscono le risorse con un aumento dell’impegno finanziario da parte degli industriali reggiani, che avevano espresso il presidente Aimone Storchi fino al cambio al vertice nel 2017. La Fondazione farà nascere una start-up che assorbirà i dipendenti e affitterà i laboratori operativi nel Tecnopolo di Reggio Emilia, soldi che serviranno per onorare i troppi debiti. Quanti? Un milione e 700mila euro.
Ma il problema sono gli esigui ricavi, 1,9 milioni, superati dai costi, il maggiore dei quali risiede nella voce stipendi, pagati per 610mila euro ai 13 dipendenti che passeranno alla Fondazione. I ricavi sono generati dalla prestazione dei servizi offerti alle aziende: si va dai 712mila euro della camera climatica agli 850 euro di quel che resta del Fab Lab.
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L’innovazione di iniziativa istituzionale per ora fa acqua da molte parti. Quella delle imprese è di tutt’altro segno e pone Reggio Emilia in cima alle classifiche europee, prodotta e finanziata “in casa” dalle grandi e medie aziende, oggetto a loro di acquisti da parte delle grandi multinazionali nazionali ed estere che ne riconoscono l’indubbio valore aggiunto (ultimi casi Brevini, Cellular Line, Brevini, Meta System, Modelleria Brambilla per citarne solo alcuni).
I soci pubblici avevano tentato di puntellare il patrimonio dell’azienda ma i soldi sono finiti presto. A farne le spese soprattutto i soci di riferimento, molti dei quali pubblici: il Comune di Reggio (che detiene il 25,41% di Rei tramite l’Istituzione Nidi e scuole d’infanzia), la Camera di Commercio di Reggio (che ha il 25,57% ma è destinata a diluire il peso sul territorio con l’ormai prossima alla fusione con Parma e Piacenza), la Provincia di Reggio (ha il 15,09% ma è affossata dai tagli strutturali). Poi ci sono i privati, come Unindustria (13,84%) Unicredit (7,43%), senza scordare l’Unimore (5,47%) che gestisce a sua volta alcuni spazi.
L’ultima pesante perdita è la goccia che ha fatto traboccare il vaso di Rei facendo venire meno il presupposto della continuità aziendale. Si tratta di un fallimento (non giuridico ma progettuale) che coinvolge la società chiamata peraltro a fare da calamita verso le aziende tecnologiche per il Tecnopolo di Reggio Emilia, il grande centro di sviluppo dedicato sempre all’innovazione, cartina di tornasole per la rigenerazione urbana in grado di attirare gli appetiti degli immobiliaristi nel quadrante degradato di Santa Croce, per ora però votata al marketing più che ai ritorni di contenuto tecnologico.
La Stu Reggiane, società che si occupa della ristrutturazione della grande ex area industriale alle porte della città ha bisogno di tempo e risorse. Il 70% della Stu – e parte consistente delle risorse – è di Iren Rinnovabili, società che ha chiuso a sua volta il 2016 con una perdita di 2 milioni. Rinnovabili è a sua volta controllata da Iren Ambiente, società che ha a sua volta l’1% di Rei.
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Intrecci infiniti che, quando si tratta di trovare soldi freschi, toccano sempre la multiutility dell’energia e dei rifiuti, partecipata dai comuni reggiani e ultima cassaforte in città. La fortuna dei progetti insediatisi nei quartieri a nord della ferrovia di Reggio – che rappresentano il futuro della città e sono tutti declinati all’innovazione – sembra essere altalenante. L’altro caso emblematico sono le fiere di Reggio, da tre anni in concordato liquidatorio. Liquidazione dichiarata sempre in questi giorni anche per Fieremilia, la società pubblica della Provincia che doveva risollevare gli eventi. Cesare Bellentani, capogruppo delle civiche in consiglio comunale, ha presentato un’interrogazione all’assessore al sindaco Vecchi.
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