Peppone e don Camillo a teatro
“Ritratto di una nazione” inquadra anche Brescello, tra Ungaro e la ’ndrangheta
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BRESCELLO. Stazionano sulle due estremità della piazza e si guardano in lontananza, le due statue bronzee che raffigurano Don Camillo e Peppone. Davanti ai loro occhi è avvenuto il “terremoto” che negli ultimi due anni circa ha portato prima al commissariamento e poi allo scioglimento del Comune. Sono proprio loro a raccontare “Saluti da Brescello”, il nuovo testo teatrale di Marco Martinelli interpretato da Gigi Dall’Aglio e Gianni Parmiani.
Una grande produzione, che andrà in scena dall’11 al 16 settembre a Roma, al teatro Argentina. Lo spettacolo fa parte di un progetto corposo di Antonio Calbi e Fabrizio Arcuri che si chiama “Ritratto di una Nazione. L'Italia al lavoro”, con venti quadri teatrali dalle diverse regioni del Belpaese.
Per l’Emilia Romagna, Calbi e Arcuri hanno coinvolto Marco Martinelli del teatro delle Albe di Ravenna. Il tema affrontato da Martinelli è l’articolo 1 della Costituzione, il lavoro. L’autore ha elaborato un testo che doveva avere caratteristiche ben precise: non doveva durare più di 30 minuti, con al massimo tre personaggi.
A colpire la sua attenzione era stata, nei mesi scorsi, la vicenda occorsa a Donato Ungaro, il vigile urbano che lavorava anche come giornalista e che aveva iniziato a porre all’attenzione generale il tema della presenza della ’ndrangheta in paese. Ungaro, com’è noto, venne poi licenziato dal sindaco dell’epoca Ermes Coffrini, e da allora si avviò un lunghissimo processo.
Ma come ha pensato l’autore di sviluppare lo spettacolo? «Nella piazza di Brescello ci sono due statue in bronzo di Peppone e Don Camillo ad altezza naturale – afferma Martinelli –. Ho immaginato che nella notte le due statue commentino la situazione, dicendo “Che vergogna” e dipingendo il quadro di un’Italia che sta cambiando. Credo sia sempre importante che un drammaturgo racconti delle miserie del presente e insista sul fatto di non abbassare mai la guardia, come quando si dice che la mafia non esiste. L’Emilia Romagna era una regione che sembrava avere tutti gli anticorpi, adesso è sempre più attraversata dalla corruzione».
Uno spettacolo che non parla solo dei fatti di Brescello, ma che utilizza le vicende locali per portare ad una riflessione generale. Un modo diverso e originale di trattare il tema delle infiltrazioni mafiose, offrendo allo spettatore la possibilità di farsi un’idea su come siano andati realmente i fatti.
A Brescello sicuramente ad alcuni non farà piacere questo nuovo tipo di “pubblicità”. Chissà che il teatro non possa essere un viatico per aiutare i cittadini ad affrontare temi delicati senza sentirsi, come spesso è avvenuto in questi mesi, il dito puntato addosso. (a.v.)
Una grande produzione, che andrà in scena dall’11 al 16 settembre a Roma, al teatro Argentina. Lo spettacolo fa parte di un progetto corposo di Antonio Calbi e Fabrizio Arcuri che si chiama “Ritratto di una Nazione. L'Italia al lavoro”, con venti quadri teatrali dalle diverse regioni del Belpaese.
Per l’Emilia Romagna, Calbi e Arcuri hanno coinvolto Marco Martinelli del teatro delle Albe di Ravenna. Il tema affrontato da Martinelli è l’articolo 1 della Costituzione, il lavoro. L’autore ha elaborato un testo che doveva avere caratteristiche ben precise: non doveva durare più di 30 minuti, con al massimo tre personaggi.
A colpire la sua attenzione era stata, nei mesi scorsi, la vicenda occorsa a Donato Ungaro, il vigile urbano che lavorava anche come giornalista e che aveva iniziato a porre all’attenzione generale il tema della presenza della ’ndrangheta in paese. Ungaro, com’è noto, venne poi licenziato dal sindaco dell’epoca Ermes Coffrini, e da allora si avviò un lunghissimo processo.
Ma come ha pensato l’autore di sviluppare lo spettacolo? «Nella piazza di Brescello ci sono due statue in bronzo di Peppone e Don Camillo ad altezza naturale – afferma Martinelli –. Ho immaginato che nella notte le due statue commentino la situazione, dicendo “Che vergogna” e dipingendo il quadro di un’Italia che sta cambiando. Credo sia sempre importante che un drammaturgo racconti delle miserie del presente e insista sul fatto di non abbassare mai la guardia, come quando si dice che la mafia non esiste. L’Emilia Romagna era una regione che sembrava avere tutti gli anticorpi, adesso è sempre più attraversata dalla corruzione».
Uno spettacolo che non parla solo dei fatti di Brescello, ma che utilizza le vicende locali per portare ad una riflessione generale. Un modo diverso e originale di trattare il tema delle infiltrazioni mafiose, offrendo allo spettatore la possibilità di farsi un’idea su come siano andati realmente i fatti.
A Brescello sicuramente ad alcuni non farà piacere questo nuovo tipo di “pubblicità”. Chissà che il teatro non possa essere un viatico per aiutare i cittadini ad affrontare temi delicati senza sentirsi, come spesso è avvenuto in questi mesi, il dito puntato addosso. (a.v.)
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