La mia jihad contro il terrorismo
di Gabriele Farina
Il 26enne reggiano Abdelhakim Bouchraa invia segni di pace con la cultura e la sua canzone
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REGGIO EMILIA. «Dopo ogni attentato aumenta l’islamofobia, ma “jihad” vuol dire pacificazione: è un concetto estremamente nobile». Abdelhakim Bouchraa, praticante avvocato, già vicepresidente dei Giovani musulmani d’Italia e attuale rappresentante di una delle moschee reggiane, si schiera contro il terrorismo, il dolore e i pregiudizi che esso determina.
A 18 anni ha interpretato la canzone “Nella tensione umana”, in cui è descritto il vero significato del jihad (al maschile): pacificazione e resistenza in senso religioso, non guerra santa contro l’Occidente. Bisogna scegliere, nel testo, «se cerchi pace, calma e l’intima serenità o la rabbia, la gelosia, l’avidità». Era il 2010, sono passati sette anni e il terrorismo resta una minaccia. L’ultima notizia in ordine di tempo è la condanna di un 32enne svizzero del gruppo Jabhat al-Nusra, il quale ha avuto un seguace a Reggio Emilia.
Un segnale inquietante, Bouchraa?
«Il coinvolgimento di un giovane in una rete terroristica, qualunque sia la sua città di provenienza, rappresenta sempre un segnale negativo. Non lo definirei inquietante: ciò di cui c’è bisogno ora non è l’emotività, ma la lucidità. Si tratta di un richiamo a mantenere alta la vigilanza nei luoghi di disagio e di emarginazione. Grazie a Dio però si tratta di un fulmine a ciel sereno: la città di Reggio, come amministrazione e società civile (tra cui le realtà islamiche locali) ha da sempre investito molto sulla coesione sociale e il dialogo. Un esempio recente è la partecipazione al progetto Liase. Un progetto di prevenzione al radicalismo e di riflessione ed azione sulle radici, da parte di giovani di diverse realtà associative. È bene sottolineare come le persone radicalizzate (di qualsiasi “colore”) rappresentano sempre delle estremamente esigue minoranze. Proprio per questo agiscono al di fuori dei contesti sociali tradizionali delle comunità a cui pretendono di appartenere».
Come è possibile difendersi dal terrorismo che corre anche sul web?
«Continuando a promuovere la cultura del dialogo, cercando di far comprendere alle persone la complessità degli scenari internazionali. Innanzitutto, nei luoghi di prevenzione, quali le scuole, gli spazi pubblici, e i luoghi di culto. E agendo sui luoghi di disagio, i luoghi di radicalizzazione: primo tra tutti il carcere, poi i quartieri difficili».
A Reggio c’è il sentore di gruppi terroristici?
«La città è stata più volte premiata a livello italiano ed europeo per il suo sistema di “integrazione” e partecipazione».
Si sentono i pregiudizi verso il mondo musulmano?
«Purtroppo, dopo ogni accadimento criminale, come quello di Barcellona, i fenomeni di violenza fisica e verbale di islamofobia a danno dei musulmani europei aumentano sempre di più. In Spagna sono state vandalizzate diverse moschee. E negli ultimi anni in Occidente sono avvenuti anche diversi omicidi contro cittadini di fede musulmana. Questo è l’esito di una retorica pubblica che, invece di spingere alla risoluzione dei problemi, soffia sul fuoco della paura e dell’odio. Non in maniera disinteressata, sia chiaro».
Come ci si può difendere da tutto ciò?
«Ciò che ci impegniamo a fare a Reggio, ad esempio, è moltiplicare le occasioni di dialogo e confronto tra persone di cultura e fede diversa: lo è stato ad esempio il ciclo d’incontri “Siamo tutti sulla stessa panchina” o le numerose occasioni di incontri tra gruppi di giovani di fede musulmana e giovani delle parrocchie».
Un’iniziativa come l’open day del Ramadan serve?
«Questo Ramadan le tre moschee di Reggio hanno offerto, ad esempio, il pasto di rottura del digiuno alla città. Nell’incontro e nell’ascolto, cadono tutti i pregiudizi».
Le istituzioni culturali possono fare qualcosa in più, con progetti specifici?
«Tutti i processi di “normalizzazione” della presenza delle nuove comunità con origini straniere sono sicuramente un antidoto per prevenire le problematiche future, che possono sorgere nel caso nascano generazioni di giovani “senza cittadinanza”, incapaci di riconoscersi con il proprio Paese di nascita, ma anche con quello d’origine».
Cosa significa davvero la parola jihad?
«La parola Jihad significa “sforzo”. Nel contesto religioso islamico, indica dunque uno sforzo diretto a Dio. È definito “il grande jihad” quell’impegno alla pacificazione interiore, per far emergere della persona le migliori qualità, quali la sincerità, la giustizia, l’interesse verso il prossimo. Il jihad “minore” indica invece quella lotta di resistenza, dunque difensiva, contro un’invasione armata ingiusta della propria terra. Dunque una pacificazione esteriore per ristabilire la giustizia. Si vede bene dunque quale stravolgimento compiano i gruppi terroristici nei confronti di un concetto invece estremamente nobile».
Com’è nata la canzone?
«Mi sono ispirato a un rapper francese di seconda generazione: si chiama Medine. Il suo album è “Jihad: le plus grand combat est contre soi meme” (Jihad, il più grande combattimento è contro te stesso, ndr). La canzone è nata in occasione di un concorso artistico dell’associazione dei Giovani Musulmani. L’idea era quella di far arrivare ai miei coetanei, musulmani e non, in modo provocatorio, il senso profondo del termine».
La riscriverebbe così oggi?
«Sicuramente sì. Forse con altre parole o magari scrivendo un libro. È ciò che comunque cerco di “rifare” ogni giorno: sorridendo al prossimo, ragionando su come poter essere utile, essendo un “pubblico ministero verso i miei errori, e un avvocato verso le mancanze altrui”».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
GUARDA IL VIDEOE COMMENTAwww. gazzettadireggio. it
A 18 anni ha interpretato la canzone “Nella tensione umana”, in cui è descritto il vero significato del jihad (al maschile): pacificazione e resistenza in senso religioso, non guerra santa contro l’Occidente. Bisogna scegliere, nel testo, «se cerchi pace, calma e l’intima serenità o la rabbia, la gelosia, l’avidità». Era il 2010, sono passati sette anni e il terrorismo resta una minaccia. L’ultima notizia in ordine di tempo è la condanna di un 32enne svizzero del gruppo Jabhat al-Nusra, il quale ha avuto un seguace a Reggio Emilia.
Un segnale inquietante, Bouchraa?
«Il coinvolgimento di un giovane in una rete terroristica, qualunque sia la sua città di provenienza, rappresenta sempre un segnale negativo. Non lo definirei inquietante: ciò di cui c’è bisogno ora non è l’emotività, ma la lucidità. Si tratta di un richiamo a mantenere alta la vigilanza nei luoghi di disagio e di emarginazione. Grazie a Dio però si tratta di un fulmine a ciel sereno: la città di Reggio, come amministrazione e società civile (tra cui le realtà islamiche locali) ha da sempre investito molto sulla coesione sociale e il dialogo. Un esempio recente è la partecipazione al progetto Liase. Un progetto di prevenzione al radicalismo e di riflessione ed azione sulle radici, da parte di giovani di diverse realtà associative. È bene sottolineare come le persone radicalizzate (di qualsiasi “colore”) rappresentano sempre delle estremamente esigue minoranze. Proprio per questo agiscono al di fuori dei contesti sociali tradizionali delle comunità a cui pretendono di appartenere».
Come è possibile difendersi dal terrorismo che corre anche sul web?
«Continuando a promuovere la cultura del dialogo, cercando di far comprendere alle persone la complessità degli scenari internazionali. Innanzitutto, nei luoghi di prevenzione, quali le scuole, gli spazi pubblici, e i luoghi di culto. E agendo sui luoghi di disagio, i luoghi di radicalizzazione: primo tra tutti il carcere, poi i quartieri difficili».
A Reggio c’è il sentore di gruppi terroristici?
«La città è stata più volte premiata a livello italiano ed europeo per il suo sistema di “integrazione” e partecipazione».
Si sentono i pregiudizi verso il mondo musulmano?
«Purtroppo, dopo ogni accadimento criminale, come quello di Barcellona, i fenomeni di violenza fisica e verbale di islamofobia a danno dei musulmani europei aumentano sempre di più. In Spagna sono state vandalizzate diverse moschee. E negli ultimi anni in Occidente sono avvenuti anche diversi omicidi contro cittadini di fede musulmana. Questo è l’esito di una retorica pubblica che, invece di spingere alla risoluzione dei problemi, soffia sul fuoco della paura e dell’odio. Non in maniera disinteressata, sia chiaro».
Come ci si può difendere da tutto ciò?
«Ciò che ci impegniamo a fare a Reggio, ad esempio, è moltiplicare le occasioni di dialogo e confronto tra persone di cultura e fede diversa: lo è stato ad esempio il ciclo d’incontri “Siamo tutti sulla stessa panchina” o le numerose occasioni di incontri tra gruppi di giovani di fede musulmana e giovani delle parrocchie».
Un’iniziativa come l’open day del Ramadan serve?
«Questo Ramadan le tre moschee di Reggio hanno offerto, ad esempio, il pasto di rottura del digiuno alla città. Nell’incontro e nell’ascolto, cadono tutti i pregiudizi».
Le istituzioni culturali possono fare qualcosa in più, con progetti specifici?
«Tutti i processi di “normalizzazione” della presenza delle nuove comunità con origini straniere sono sicuramente un antidoto per prevenire le problematiche future, che possono sorgere nel caso nascano generazioni di giovani “senza cittadinanza”, incapaci di riconoscersi con il proprio Paese di nascita, ma anche con quello d’origine».
Cosa significa davvero la parola jihad?
«La parola Jihad significa “sforzo”. Nel contesto religioso islamico, indica dunque uno sforzo diretto a Dio. È definito “il grande jihad” quell’impegno alla pacificazione interiore, per far emergere della persona le migliori qualità, quali la sincerità, la giustizia, l’interesse verso il prossimo. Il jihad “minore” indica invece quella lotta di resistenza, dunque difensiva, contro un’invasione armata ingiusta della propria terra. Dunque una pacificazione esteriore per ristabilire la giustizia. Si vede bene dunque quale stravolgimento compiano i gruppi terroristici nei confronti di un concetto invece estremamente nobile».
Com’è nata la canzone?
«Mi sono ispirato a un rapper francese di seconda generazione: si chiama Medine. Il suo album è “Jihad: le plus grand combat est contre soi meme” (Jihad, il più grande combattimento è contro te stesso, ndr). La canzone è nata in occasione di un concorso artistico dell’associazione dei Giovani Musulmani. L’idea era quella di far arrivare ai miei coetanei, musulmani e non, in modo provocatorio, il senso profondo del termine».
La riscriverebbe così oggi?
«Sicuramente sì. Forse con altre parole o magari scrivendo un libro. È ciò che comunque cerco di “rifare” ogni giorno: sorridendo al prossimo, ragionando su come poter essere utile, essendo un “pubblico ministero verso i miei errori, e un avvocato verso le mancanze altrui”».
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