Gazzetta di Reggio

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Ma lui rincara la dose «Volete sentirvi dire solo che siete bravi?»

di Leonardo Grilli
Ma lui rincara la dose «Volete sentirvi dire solo che siete bravi?»

Lo psichiatra torna a parlare del sistema educativo reggiano «Si sono offesi per quello che ho detto? Non mi invitino più»

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REGGIO EMILIA. «Reggio Children o si innova, oppure è già morta». Psichiatra, scrittore e sociologo, ospite frequente in televisione, la mediazione non è mai stata la caratteristica principe di Paolo Crepet. Anzi. La fortuna sua e dei suoi concetti è stata proprio la schiettezza e l’assenza di verbosità. Quello che doveva dire, condivisibile o meno, lo ha sempre detto senza troppi giri di parole. Un provocatore, direbbe qualcuno, un sollecitatore, direbbero altri. E, coerentemente con il suo stile, così si è comportato anche a FestaReggio raccogliendo molti applausi manifesti e altrettanti malumori sottaciuti.

La sua frase su Reggio Children proprio non è piaciuta. Pensa di aver toccato un nervo scoperto?

«Dei nervi sensibili non so cosa farci, cos’è adesso improvvisamente non si può parlare di Reggio Children? Dobbiamo solo dire quanto siete bravi? Questo sì che è un atteggiamento infantile. Ho semplicemente detto sul palco che per l’educazione ci sono delle nuove sfide, di questo parlavo, e mi aspetto da loro delle proposte. Io non sono un adulatore di nessuno, sono un conoscitore, discutevo con loro già trenta anni fa di queste cose e per questo ho accettato di andare a parlare nella loro sede. Ma questo non vuol dire andare lì con il cappello in mano. Se si sono offesi non mi invitino più a Reggio, pazienza, parlerò di Reggio Children a Parma».

Ma lei pensa davvero che il modello educativo reggiano sia obsoleto?

«Non entro nel merito di ciò che Reggio Children fa, dico però che senza dubbio non è sufficiente come ho ribadito alla festa del Partito Democratico. Era una sana provocazione nella speranza di avere una risposta positiva ma ad oggi non sono stato contattato da nessuno da parte dell’istituzione».

Nonostante questo però in passato si è speso spesso in favore della Fondazione.

«Ma infatti anche oggi io ho il massimo rispetto per loro, ci conosciamo da decenni e mi hanno invitato in diverse occasioni. Allo stesso tempo, tuttavia, sono anche molti anni che sto dicendo mi sarei aspettato un proseguio dell’esperienza. Tanto è vero che già parecchio tempo fa, feci la battuta che dopo Reggio Children mi sarei aspettato una Reggio Adolescence. Che però non c’è mai stata».

In pratica si sarebbe perso lo spirito innovatore.

«Quello che ha reso celebre il modello di Malaguzzi è che faceva una cosa nuova e diversa da quello che facevano in Francia, in Germania e in tutte le altre parti. È per questo che vengono a studiare l’educazione reggiana anche dall’estero. Era una piacevolissima anomalia che si assumeva il peso di andare controcorrente e aprire nuove porte. Ed è questo spirito innovativo che mi aspetto nei prossimi anni e che fino ad ora non ho visto».

E la risposta che si aspetta riguarda l’ingresso prepotente della tecnologia nella vita dei bambini.

«Oggi ci troviamo di fronte a nuove sfide che Malaguzzi all’epoca non si sarebbe mai potuto immaginare. I bambini già dalle scuole materne conoscono il web e hanno in mano un iPad. Sono aspetti che devono essere valutati e ricercati come stanno già facendo molte altre esperienze pedagogiche avanzate in tutta Italia. Reggio Children invece come si pone? Ribadisco che se ci si ferma a un copyright si sta parlando al passato, riguarda ormai la storia».

Quindi cosa si aspetta dagli educatori reggiani nei prossimi anni?

«Anzitutto, dagli applausi che ho ricevuto quando ho detto quella frase, direi che se lo aspettano gli stessi reggiani. Pretendiamo risposte ad esempio sulle nuove direttive del ministero che ha chiesto di introdurre gli Ipad in modo massiccio a scuola. La mia idea è che sarebbe meglio se i bambini usassero il pongo ma mi aspetto che un’organizzazione così importante instauri un rapporto con genitori e nonni in un mondo dove la tecnologia digitale è presente nella vita quotidiana in maniera assillante. La sfida è far capire il danno che tutto ciò può avere nei confronti dei figli».

Se questo dialogo non dovesse instaurarsi?

«Non ci sono alternative. È una tematica molto complessa ma è l’unica che conti nel nostro tempo. Reggio Children o fa così, e si innova, oppure è già morta».

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