Iren Rinnovabili chiamata a salvare Rei
Spunta una lettera d’intenti tra le società siglata a fine 2015 con la quale la controllata di Iren doveva rilevare i laboratori
REGGIO EMILIA. Iren Rinnovabili doveva comprare i laboratori di Reggio Emilia Innovazione e salvarla dal naufragio lasciandole in carico però i debiti. Un salvagente lanciato a fine 2015 dalla multiutility dell’energia e dei rifiuti partecipata dai comuni reggiani, che sarebbe certamente accolto a braccia aperte dai tanti soci pubblici e privati - Camera di commercio, Comune, Provincia e Unindustria in primis - invischiati nella liquidazione di Rei dopo tre anni segnati dalle perdite.
A testimoniare il possibile matrimonio - apparentemente stoppato ma non naufragato secondo quanto appreso - è una lettera di intenti sottoscritta il 18 dicembre 2015 da Aimone Storchi, presidente di Rei fino a fine 2016, e Ettore Rocchi, presidente di Iren Rinnovabili e vice presidente di Iren. Una lettera che svela un retroscena importante e l’intreccio tra industria, finanza e politica che regola i rapporti all’interno del perimetro reggiano, che hanno agito per tentare di evitare il peggio rivolgendosi all’unico interlocutore “liquido” al momento presente in città. Non è detto, visto la liquidazione in sordina di Rei del 13 luglio scorso, che la questione non torni di attualità. Alla cessazione di Rei Scarl seguirà il trasferimento delle attività alla Fondazione Rei - già esistente - che sarà scremata dai soci non attivi e vedrà un aumento dell’investimento da parte degli industriali reggiani, con i soci pubblici presenti ma marginali. Parliamo infatti del destino della società creata come volano per l’innovazione a Reggio Emilia, gestore anche degli spazi del grande e costoso Tecnopolo di Reggio - 32 milioni l’investimento - eretto dal Comune con soldi pubblici e privati, quelli di Iren Rinnovabili, partecipata al 70% da Iren Ambiente (che ha a sua volta lo 0,99% di Rei) e al 30% dalle coop “rosse” tramite il Ccpl. In pratica Iren Rinnovabili aveva e ha tutt’ora interesse che Rei sopravviva così come il suo impegno tra innovazione e Tecnopolo, investimento quest’ultimo che ha spostato l’interesse della società nata per la produzione di energia rinnovabile verso il mattone a Reggio Emilia.
Inoltre, all’epoca della sottoscrizione della lettera di intenti l’amministratore di Rei era Arturo Tornabuoni, uomo giunto proprio da Iren Rinnovabili mentre il presidente Storchi è un imprenditore in quota a Unindustria. Il capo di Tornabuoni, Ettore Rocchi, firmò la lettera con l’intento di acquisire le strutture e i laboratori di Rei, la cui crisi era conclamata da tempo, con perdite crescenti fino a quella record di 1,3 milioni di euro del 2016, triplicata rispetto all’anno prima. L’attuale presidente, il commercialista reggiano Guido Prati, ha tirato una linea e optato per la liquidazione in bonis insieme al neo amministratore Andrea Parmiggiani. L’acquisto del ramo d’azienda da parte della controllata del gruppo Iren sarebbe certamente a titolo oneroso e i soldi sarebbero ossigeno per Rei. L’accordo del 2015 esplicitava l’interesse di Iren Rinnovabili in via subordinata alla due diligence, vale a dire alla verifica dei conti di Rei. Sulla base dell’esito della due diligence Iren doveva formulare una proposta d’acquisto del ramo d’azienda di Rei: impianti, macchinari e tutte le attrezzature per le attività di laboratorio, oltre ai contratti, esclusi però crediti e debiti che rimarrebbero appannaggio di Rei.
Rei stessa era chiamata poi all’esame della proposta d’acquisto da parte di Iren Rinnovabili che, secondo i termini, doveva completare la due diligence entro il 28 febbraio 2016 con proposta di acquisto entro il 30 aprile 2016 con sottoscrizione dell’accordo definitivo entro il giugno dell’anno scorso. Sulla lettera di intenti e sui suoi esiti al momento ci sono solo bocche cucite. L’unica certezza è che a breve sarà presentato il piano di rilancio di Rei dopo il polverone seguito alla liquidazione, divenuta un caso politico.
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