«Io, al fianco dei bimbi minacciati dall’Isis»
di Sandra Campanini
Il reggiano Stefano Antichi, operatore umanitario nel Kurdistan iracheno «Così aiuto i minori con disabilità nelle zone martoriate dalla guerra»
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REGGIO EMILIA. Stefano Antichi è un giornalista reggiano che da anni ha lasciato la nostra città per vivere prima in Namibia, dove ha vissuto per sei anni, e ora nel Kurdistan iracheno, dove è impegnato con Terres des Homme in progetti umanitari. Un territorio che ospita più di un milione e mezzo di sfollati provenienti dalle altre regioni dell’Iraq, scappati dopo la proclamazione dello Stato Islamico (Isis). Centinaia di migliaia anche i rifugiati siriani provenienti dal Rojava, la regione curda della Siria, e dalla regione cristiana dell’Iraq nei pressi di Mosul, in fuga dal Califfato.
Da quasi due anni nel Kurdistan iracheno. Cosa vuol dire lavorare in questi contesti?
«Con Terres des Hommes ci occupiamo di protezione dei minori nei campi degli sfollati provenienti da zone occupate dall’Isis nello stato iracheno e nei campi per rifugiati siriani, prevalentemente provenienti dalla regione curda della Siria. Lavoriamo nei campi che sono disseminati nel territorio della regione curda e anche nell’area di Mosul, da poco liberata. I nostri operatori provvedono a dare supporto psicologico ai bambini e alle loro famiglie che nella maggioranza dei casi hanno vissuto situazioni traumatizzanti. È un progetto finanziato dalla cooperazione italiana e ha l’obiettivo di supportare nella comunità bambini che hanno disabilità fisiche e mentali, dare loro un supporto domiciliare grazie all’intervento dei nostri fisioterapisti e psicologi e inserirli nelle strutture, in parte gestite da Terres des Hommes, con gli altri bambini. Formiamo gli insegnanti sulle tematiche legate alla disabilità, che qui è ancora uno stigma, nelle scuole e nei campi e facciamo campagne di sensibilizzazione. Provvediamo a facilitare l’ingresso dei bambini che necessitano di trattamenti medici, protesi e altri supporti ortopedici, nelle strutture dedicate come per esempio quelle della Croce Rossa. Nello specifico del progetto di cui sono responsabile, mi occupo di inclusione sociale di bimbi con disabilità».
In questi anni di viaggi, come vive il rapporto col mondo musulmano?
«Amo viaggiare. Non riuscirei a concepire la mia vita senza viaggi. Il mio rapporto col mondo musulmano è molto buono. “Vivi e lascia vivere”, è il mio motto. Qui ho amici e colleghi musulmani e trovo interessante condividere altre tradizioni. La conoscenza è il fondamento contro il populismo dagli accenti razzisti che purtroppo si sta divulgando in Italia e non solo».
Dopo la caduta di Mosul, cosa è cambiato?
«La caduta di Mosul non ha significato la fine dell’Isis, che ha ancora sotto controllo una parte dell’Iraq e della Siria. L’esercito iracheno sta ancora combattendo per recuperare i territori “sequestrati” dal sedicente Stato Islamico di Levante. E non è una battaglia scontata. Mi è capitato di visitare alcuni campi e villaggi nei pressi di Mosul: desolazione e distruzione sono le due parole che mi vengono in mente. Qualche mese fa, a Qaraqosh, la più importante città cristiana dell’Iraq, per me è stata la prima volta di fronte alla distruzione. Case e chiese bruciate e devastate. Mi sono venuti in mente i racconti di mio nonno dell’Italia dopo i bombardamenti. Dall’altro canto bisogna dire che la ricostruzione è iniziata più velocemente del previsto, migliaia di sfollati hanno lasciato i campi per tornare nei loro villaggi di provenienza, dove possibile».
Cosa raccontano coloro che hanno subito violenze dall’Isis?
«Mi continua a sorprendere la grande dignità di queste persone, che pur avendo perso tutto, hanno ancora speranza e voglia di lottare. Una grande umanità. Ci sono storie che mi vengono raccontate nei minimi dettagli dalle famiglie, parlano di massacri, uccisioni a sangue freddo, mutilazioni. Ci sono bambini che sono stati colpiti da schegge, ordigni o raid aerei che li hanno resi disabili. Diamo loro supporto e cerchiamo di integrarli. Spesso mi invitano nelle tende a bere il the, un momento molto importante per la società araba, e mi raccontano le loro storie: vivono in sei dentro a una tenda, hanno perso tutto, anche i familiari, alcuni dei quali dispersi, e non sapranno cosa troveranno quando torneranno nelle loro case, sempre che ci siano ancora, ma lo stesso hanno la forza di sorridere e mi dicono alzando le mani: “Inshallah”».
Ci sarà mai una soluzione reale al conflitto iracheno? Il 25 settembre è previsto il referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno.
«È un conflitto molto più complesso di quello che si pensa. Ha radici lontane. L’Iraq è da millenni un mosaico di culture e religioni. Nella mezzaluna fertile della Mesopotamia hanno convissuto sunniti, sciiti, cristiani, yazidi, zoroastriani, curdi, arabi, minoranze che sono arrivate qua nei secoli attratte dall’abbondanza e, negli ultimi decenni, dai numerosi giacimenti petroliferi e di gas. Non è certo con la caduta di Mosul che tutto si è risolto. Anzi, tutto sta per iniziare. Il Califfato è ancora presente e, una volta sconfitto “questo nemico comune”, si aprirà il capitolo del dopo. L’Iraq sta uscendo dilaniato da questo conflitto. La questione curda è sempre aperta e ora potrebbe entrare in una fase molto importante con il referendum. Il referendum avrà una valenza puramente consultiva. Non sono ancora chiari quali saranno gli scenari nei prossimi mesi. Al momento il distacco da Baghdad sembra molto complesso come anche i rapporti con i vicini, che non vedono di buon occhio un Kurdistan indipendente, che potrebbe accendere rivalse indipendentiste interne soprattutto in Turchia e Iran, tali da destabilizzare tutta l’area. E poi i cristiani sfollati nell’area di Erbil, scappati dalla regione di Mosul dove hanno abitato per secoli. Ora non è chiaro il loro futuro e una ipotetica ricollocazione all’interno del nuovo Iraq. Senza contare le grandi ondate di vendetta che stanno insanguinando tutto il Paese».
Qui in Italia, recentemente c’è stata la polemica sulle Ong e il codice di condotta. Che idea si è fatto?
«La maggior parte degli italiani, prima di questa polemica, non sapeva nemmeno cosa fosse una Ong. Certo, come in tutte le situazioni ci sono gli onesti e i disonesti, ma fare di tutta un’erba un fascio è ingiusto e offensivo nei confronti di chi fa questo lavoro onestamente e crede in quello che fa».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Da quasi due anni nel Kurdistan iracheno. Cosa vuol dire lavorare in questi contesti?
«Con Terres des Hommes ci occupiamo di protezione dei minori nei campi degli sfollati provenienti da zone occupate dall’Isis nello stato iracheno e nei campi per rifugiati siriani, prevalentemente provenienti dalla regione curda della Siria. Lavoriamo nei campi che sono disseminati nel territorio della regione curda e anche nell’area di Mosul, da poco liberata. I nostri operatori provvedono a dare supporto psicologico ai bambini e alle loro famiglie che nella maggioranza dei casi hanno vissuto situazioni traumatizzanti. È un progetto finanziato dalla cooperazione italiana e ha l’obiettivo di supportare nella comunità bambini che hanno disabilità fisiche e mentali, dare loro un supporto domiciliare grazie all’intervento dei nostri fisioterapisti e psicologi e inserirli nelle strutture, in parte gestite da Terres des Hommes, con gli altri bambini. Formiamo gli insegnanti sulle tematiche legate alla disabilità, che qui è ancora uno stigma, nelle scuole e nei campi e facciamo campagne di sensibilizzazione. Provvediamo a facilitare l’ingresso dei bambini che necessitano di trattamenti medici, protesi e altri supporti ortopedici, nelle strutture dedicate come per esempio quelle della Croce Rossa. Nello specifico del progetto di cui sono responsabile, mi occupo di inclusione sociale di bimbi con disabilità».
In questi anni di viaggi, come vive il rapporto col mondo musulmano?
«Amo viaggiare. Non riuscirei a concepire la mia vita senza viaggi. Il mio rapporto col mondo musulmano è molto buono. “Vivi e lascia vivere”, è il mio motto. Qui ho amici e colleghi musulmani e trovo interessante condividere altre tradizioni. La conoscenza è il fondamento contro il populismo dagli accenti razzisti che purtroppo si sta divulgando in Italia e non solo».
Dopo la caduta di Mosul, cosa è cambiato?
«La caduta di Mosul non ha significato la fine dell’Isis, che ha ancora sotto controllo una parte dell’Iraq e della Siria. L’esercito iracheno sta ancora combattendo per recuperare i territori “sequestrati” dal sedicente Stato Islamico di Levante. E non è una battaglia scontata. Mi è capitato di visitare alcuni campi e villaggi nei pressi di Mosul: desolazione e distruzione sono le due parole che mi vengono in mente. Qualche mese fa, a Qaraqosh, la più importante città cristiana dell’Iraq, per me è stata la prima volta di fronte alla distruzione. Case e chiese bruciate e devastate. Mi sono venuti in mente i racconti di mio nonno dell’Italia dopo i bombardamenti. Dall’altro canto bisogna dire che la ricostruzione è iniziata più velocemente del previsto, migliaia di sfollati hanno lasciato i campi per tornare nei loro villaggi di provenienza, dove possibile».
Cosa raccontano coloro che hanno subito violenze dall’Isis?
«Mi continua a sorprendere la grande dignità di queste persone, che pur avendo perso tutto, hanno ancora speranza e voglia di lottare. Una grande umanità. Ci sono storie che mi vengono raccontate nei minimi dettagli dalle famiglie, parlano di massacri, uccisioni a sangue freddo, mutilazioni. Ci sono bambini che sono stati colpiti da schegge, ordigni o raid aerei che li hanno resi disabili. Diamo loro supporto e cerchiamo di integrarli. Spesso mi invitano nelle tende a bere il the, un momento molto importante per la società araba, e mi raccontano le loro storie: vivono in sei dentro a una tenda, hanno perso tutto, anche i familiari, alcuni dei quali dispersi, e non sapranno cosa troveranno quando torneranno nelle loro case, sempre che ci siano ancora, ma lo stesso hanno la forza di sorridere e mi dicono alzando le mani: “Inshallah”».
Ci sarà mai una soluzione reale al conflitto iracheno? Il 25 settembre è previsto il referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno.
«È un conflitto molto più complesso di quello che si pensa. Ha radici lontane. L’Iraq è da millenni un mosaico di culture e religioni. Nella mezzaluna fertile della Mesopotamia hanno convissuto sunniti, sciiti, cristiani, yazidi, zoroastriani, curdi, arabi, minoranze che sono arrivate qua nei secoli attratte dall’abbondanza e, negli ultimi decenni, dai numerosi giacimenti petroliferi e di gas. Non è certo con la caduta di Mosul che tutto si è risolto. Anzi, tutto sta per iniziare. Il Califfato è ancora presente e, una volta sconfitto “questo nemico comune”, si aprirà il capitolo del dopo. L’Iraq sta uscendo dilaniato da questo conflitto. La questione curda è sempre aperta e ora potrebbe entrare in una fase molto importante con il referendum. Il referendum avrà una valenza puramente consultiva. Non sono ancora chiari quali saranno gli scenari nei prossimi mesi. Al momento il distacco da Baghdad sembra molto complesso come anche i rapporti con i vicini, che non vedono di buon occhio un Kurdistan indipendente, che potrebbe accendere rivalse indipendentiste interne soprattutto in Turchia e Iran, tali da destabilizzare tutta l’area. E poi i cristiani sfollati nell’area di Erbil, scappati dalla regione di Mosul dove hanno abitato per secoli. Ora non è chiaro il loro futuro e una ipotetica ricollocazione all’interno del nuovo Iraq. Senza contare le grandi ondate di vendetta che stanno insanguinando tutto il Paese».
Qui in Italia, recentemente c’è stata la polemica sulle Ong e il codice di condotta. Che idea si è fatto?
«La maggior parte degli italiani, prima di questa polemica, non sapeva nemmeno cosa fosse una Ong. Certo, come in tutte le situazioni ci sono gli onesti e i disonesti, ma fare di tutta un’erba un fascio è ingiusto e offensivo nei confronti di chi fa questo lavoro onestamente e crede in quello che fa».
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