Clan Arena, l’armiere viveva nella Bassa
di Tiziano Soresina
’Ndrangheta: l’arresto del 49enne Antonio Pompeo è avvenuto a Parma nel contesto della maxi operazione “Jonny”
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REGGIO EMILIA. C’è un nuovo punto di contatto fra il Reggiano e la maxi operazione antimafia “Jonny” che ha disarticolato la cosca Arena di Isola Capo Rizzuto (Crotone) con il fermo – quattro mesi fa – di 68 persone (fra cui un sacerdote) disposto dalla Dda di Catanzaro.
La complessa inchiesta – coordinata da Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro – ha fatto particolare rumore perché ha “scoperchiato” gli affari d’oro illeciti attorno al “Cara” di Isola Capo Rizzuto, cioè uno dei più grandi centri per richiedenti asilo d’Europa.
Ora “filtra” che il 49enne Antonio Pompeo – originario di Isola Capo Rizzuto – viveva nella Bassa reggiana al momento dell’arresto avvenuto a Parma il 15 maggio scorso. Da allora è rinchiuso nel carcere parmigiano e per la Dda stiamo parlando di una figura non secondaria del clan Arena, perché secondo la testimonianza di un collaboratore di giustizia era l’armiere della cosca.
Gli investigatori accusano Pompeo di essere “affiliato di estrema fiducia del clan Arena – scrivono – con rapporti dirette con l’attuale vertice della cosca isolitana e in particolare con Rosario e Paolo Lentini ai quali si accompagna frequentemente e con i quali partecipa a diversi “summit” di ndrangheta, evidenziando la piena, costante e stabile disponibilità ad operare sotto le direttive del vertice, assicurando il suo apporto logistico e funzionale con compiti di supporto in attività economiche e finanziarie, per conto di Rosario Lentini, assumendo particolarmente i compiti per la custodia e il trasporto di armi ed esplosivi del sodalizio funzionali azioni da porre in essere per conto della cosca di appartenenza”. Fra l’altro Pompeo, nell’aprile di un anno fa, era già finito nei guai al culmine di una perquisizione nella sua abitazione calabrese in cui i carabinieri avevano rinvenuto, nascosti in un camino, una pistola Beretta 92 con matricola abrasa, 215 cartucce di vario calibro e due caricatori. Nell’autorimessa in uso all’uomo, inoltre, all'interno di una cassetta dell’Enel erano stati rinvenuti 80 grammi di nitrato d’ammonio, il cosiddetto esplosivo da cava, e un panetto di 200 grammi di sospetta polvere di nitroglicerina, unitamente a due detonatori elettrici ottimamente funzionanti.
Ritornando all’operazione “Jonny”, a finire nella rete c’è anche Francesco Taverna (43 anni), arrestato in Calabria, ma in passato titolare di un bar di Felina e all’epoca residente a Castelnovo Monti, dove è stato sequestrato infatti un fabbricato (in via Fornacione 2). Gli indagati sono accusati a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, porto e detenzione illegale di armi, intestazione fittizia di beni, malversazione ai danni dello Stato, truffa aggravata, frode in pubbliche forniture e altri reati di natura fiscale, tutti aggravati dalla modalità mafiose. Reggio Emilia compare a più riprese nella vasta ordinanza sulle misure cautelari dell’inchiesta. Ci sono alcuni incroci anche con l’inchiesta Aemilia, con la ripresa dei verbali del collaboratore di giustizia Giuseppe Giglio, che nei mesi scorsi aveva anche rilasciato dichiarazioni sulla capacità di don Edoardo Scordio – parroco di Isola anch’egli arrestato – di portare i soldi in Svizzera.
La complessa inchiesta – coordinata da Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro – ha fatto particolare rumore perché ha “scoperchiato” gli affari d’oro illeciti attorno al “Cara” di Isola Capo Rizzuto, cioè uno dei più grandi centri per richiedenti asilo d’Europa.
Ora “filtra” che il 49enne Antonio Pompeo – originario di Isola Capo Rizzuto – viveva nella Bassa reggiana al momento dell’arresto avvenuto a Parma il 15 maggio scorso. Da allora è rinchiuso nel carcere parmigiano e per la Dda stiamo parlando di una figura non secondaria del clan Arena, perché secondo la testimonianza di un collaboratore di giustizia era l’armiere della cosca.
Gli investigatori accusano Pompeo di essere “affiliato di estrema fiducia del clan Arena – scrivono – con rapporti dirette con l’attuale vertice della cosca isolitana e in particolare con Rosario e Paolo Lentini ai quali si accompagna frequentemente e con i quali partecipa a diversi “summit” di ndrangheta, evidenziando la piena, costante e stabile disponibilità ad operare sotto le direttive del vertice, assicurando il suo apporto logistico e funzionale con compiti di supporto in attività economiche e finanziarie, per conto di Rosario Lentini, assumendo particolarmente i compiti per la custodia e il trasporto di armi ed esplosivi del sodalizio funzionali azioni da porre in essere per conto della cosca di appartenenza”. Fra l’altro Pompeo, nell’aprile di un anno fa, era già finito nei guai al culmine di una perquisizione nella sua abitazione calabrese in cui i carabinieri avevano rinvenuto, nascosti in un camino, una pistola Beretta 92 con matricola abrasa, 215 cartucce di vario calibro e due caricatori. Nell’autorimessa in uso all’uomo, inoltre, all'interno di una cassetta dell’Enel erano stati rinvenuti 80 grammi di nitrato d’ammonio, il cosiddetto esplosivo da cava, e un panetto di 200 grammi di sospetta polvere di nitroglicerina, unitamente a due detonatori elettrici ottimamente funzionanti.
Ritornando all’operazione “Jonny”, a finire nella rete c’è anche Francesco Taverna (43 anni), arrestato in Calabria, ma in passato titolare di un bar di Felina e all’epoca residente a Castelnovo Monti, dove è stato sequestrato infatti un fabbricato (in via Fornacione 2). Gli indagati sono accusati a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, porto e detenzione illegale di armi, intestazione fittizia di beni, malversazione ai danni dello Stato, truffa aggravata, frode in pubbliche forniture e altri reati di natura fiscale, tutti aggravati dalla modalità mafiose. Reggio Emilia compare a più riprese nella vasta ordinanza sulle misure cautelari dell’inchiesta. Ci sono alcuni incroci anche con l’inchiesta Aemilia, con la ripresa dei verbali del collaboratore di giustizia Giuseppe Giglio, che nei mesi scorsi aveva anche rilasciato dichiarazioni sulla capacità di don Edoardo Scordio – parroco di Isola anch’egli arrestato – di portare i soldi in Svizzera.
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