ANTICIPAZIONE DI UN CAPITOLO
Se il giudice dell’affresco porta il nome di Debora
La foto della copertina del libro di Ivanna Rossi riproduce un affresco di Alessandro Tiarini nel braccio ovest della basilica. La seconda puntata si trova nel braccio sud, dipinto da Luca da Reggio....
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La foto della copertina del libro di Ivanna Rossi riproduce un affresco di Alessandro Tiarini nel braccio ovest della basilica. La seconda puntata si trova nel braccio sud, dipinto da Luca da Reggio. Pubblichiamo un’anticipazione del capitolo.
DEBORA
Nel braccio ovest della basilica un affresco di Alessandro Tiarini mostra una donna di aspetto grazioso e ispirato sub palma sedens, seduta sotto una palma, esercita il non facile ufficio di dirimere le vertenze giudiziarie.
Gli alberi sono edifici naturali che segnano il territorio e che in luoghi desertici incutono molto rispetto. In più, il pittore aggiunge un ricco baldacchino, per esigenze di composizione pittorica.
La donna è Debora, moglie di un Lappidot non altrimenti noto, che ad un certo punto si è messa a profetare. La composizione ha come suo punto centrale l’indice di Debora, che intima a Barak di affrontare e sconfiggere i nemici. Il generale è armato di tutto punto ma il gesto della sua mano esprime stanchezza e sfiducia.
In primo piano c’è gente che indica la profetessa, o mormora, o racconta l’antefatto. Il re dei Moabiti aveva conquistato Gerico, la città delle palme, e da diciotto anni teneva sottomesso Israele.
Il signore aveva suscitato il liberatore Eud, della tribù di Beniamino, che aveva sconfitto 600 filistei con un pungolo da buoi. La libertà era durata ottanta anni, poi il popolo aveva ricominciato a peccare e via daccapo: tutta la Bibbia è intessuta di delitti e castighi.
Dio aveva lasciato cadere il popolo nelle mani del re di Canaan. Al tempo dei fatti narrati, il capo dell’esercito del re di Canaan si chiamava Sisara.
Debora, profetessa e giudice, mandò a chiamare Barak e gli disse: ‘Il Signore vuole che tu marci sul monte Tabor, prendi con te diecimila soldati. Io attirerò verso te l’esercito di Sisara, con carri cavalli eccetera, e li metterò in mano tua. Il generale non era di quelli che accettano ordini tipo ‘armiamoci e partite’.
Rispose infatti a Debora: ‘Se vieni anche tu con me, andrò. Se non vieni, non andrò’ come se si parlasse di andare a una festa di compleanno.
Debora allora gli promise solennemente la vittoria, ma disse anche: ‘Non sarà tua la gloria. Dio metterà Sisara nelle mani di una donna.’
Così avvenne. Nel canto di Debora si dice: Ai giorni di Giaele erano deserte le strade/i viandanti deviavano su sentieri tortuosi/ Era cessata ogni autorità di governo/fino a quando sorsi io Debora/come madre in Israele / dal cielo le stelle diedero battaglia.
La seconda puntata del dramma è illustrata da Luca da Reggio nel braccio Sud dove un cavallo bianco s’impenna di fronte alla maschia Giaele che brandisce una mazza.
Ai suoi piedi il nemico Sisara avvenente ed elegante, in calzari d’oro e mantello rosso, procombe a braccia aperte, arreso nella morte inaspettata.
La donna lo ha accolto con parole melliflue, gli ha dato da bere, lo ha nascosto sotto una coperta. Poi trac! gli ha piantato nella testa il paletto della tenda e lo ha fatto secco.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
DEBORA
Nel braccio ovest della basilica un affresco di Alessandro Tiarini mostra una donna di aspetto grazioso e ispirato sub palma sedens, seduta sotto una palma, esercita il non facile ufficio di dirimere le vertenze giudiziarie.
Gli alberi sono edifici naturali che segnano il territorio e che in luoghi desertici incutono molto rispetto. In più, il pittore aggiunge un ricco baldacchino, per esigenze di composizione pittorica.
La donna è Debora, moglie di un Lappidot non altrimenti noto, che ad un certo punto si è messa a profetare. La composizione ha come suo punto centrale l’indice di Debora, che intima a Barak di affrontare e sconfiggere i nemici. Il generale è armato di tutto punto ma il gesto della sua mano esprime stanchezza e sfiducia.
In primo piano c’è gente che indica la profetessa, o mormora, o racconta l’antefatto. Il re dei Moabiti aveva conquistato Gerico, la città delle palme, e da diciotto anni teneva sottomesso Israele.
Il signore aveva suscitato il liberatore Eud, della tribù di Beniamino, che aveva sconfitto 600 filistei con un pungolo da buoi. La libertà era durata ottanta anni, poi il popolo aveva ricominciato a peccare e via daccapo: tutta la Bibbia è intessuta di delitti e castighi.
Dio aveva lasciato cadere il popolo nelle mani del re di Canaan. Al tempo dei fatti narrati, il capo dell’esercito del re di Canaan si chiamava Sisara.
Debora, profetessa e giudice, mandò a chiamare Barak e gli disse: ‘Il Signore vuole che tu marci sul monte Tabor, prendi con te diecimila soldati. Io attirerò verso te l’esercito di Sisara, con carri cavalli eccetera, e li metterò in mano tua. Il generale non era di quelli che accettano ordini tipo ‘armiamoci e partite’.
Rispose infatti a Debora: ‘Se vieni anche tu con me, andrò. Se non vieni, non andrò’ come se si parlasse di andare a una festa di compleanno.
Debora allora gli promise solennemente la vittoria, ma disse anche: ‘Non sarà tua la gloria. Dio metterà Sisara nelle mani di una donna.’
Così avvenne. Nel canto di Debora si dice: Ai giorni di Giaele erano deserte le strade/i viandanti deviavano su sentieri tortuosi/ Era cessata ogni autorità di governo/fino a quando sorsi io Debora/come madre in Israele / dal cielo le stelle diedero battaglia.
La seconda puntata del dramma è illustrata da Luca da Reggio nel braccio Sud dove un cavallo bianco s’impenna di fronte alla maschia Giaele che brandisce una mazza.
Ai suoi piedi il nemico Sisara avvenente ed elegante, in calzari d’oro e mantello rosso, procombe a braccia aperte, arreso nella morte inaspettata.
La donna lo ha accolto con parole melliflue, gli ha dato da bere, lo ha nascosto sotto una coperta. Poi trac! gli ha piantato nella testa il paletto della tenda e lo ha fatto secco.
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