Ultimatum ai periti sulle intercettazioni
Aemilia: il deposito delle trascrizioni entro il 15 novembre. Deposizioni-fiume sulla ditta Bianchini
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REGGIO EMILIA. I periti incaricati di trascrivere le migliaia di intercettazioni, «materia viva» del processo Aemilia, hanno tempo fino al 15 novembre per completare il lavoro e depositare i faldoni.
Gli avvocati difensori, che in questi mesi hanno inoltrato numerose richieste per aggiungere alle trascrizioni anche parti di conversazioni degli imputati da loro assistiti che non erano state messe nero su bianco, ma si sono rivelate importanti nel corso delle udienze, potranno invece chiedere aggiunte solo entro il termine «assoluto e inderogabile» di domani (restano ammesse quelle precedenti). Infine, su richiesta dei pm, «dove possibile» verrà trascritto anche il cosiddetto «sottofondo», che in alcuni casi è risultato dirimente per inquadrare contesti, persone ed episodi. È quanto stabilito ieri nell’aula bunker dal presidente della Corte – Francesco Caruso – che, alla ripresa delle udienze di Aemilia dopo la pausa estiva, ha per prima cosa convocato i periti nominati (una decina) per fare il punto della situazione. Alcuni dei tecnici hanno chiesto un supplemento di tempo fino a 90 giorni, evidenziando in particolare le difficoltà incontrate nella trascrizione delle intercettazioni ambientali («Viene parlato un dialetto calabrese molto stretto»). Poi il primo focus delle difese è ruotato per quasi tutta la giornata intorno alla Bianchini Costruzioni. Davanti ai giudici, chiamati dagli avvocati Giulio Garuti e Simone Bonfante, hanno sfilato una decina di testimoni, operai che avevano lavorato nell’azienda sanfeliciana, lattonieri che avevano preso subappalti, impiegati amministrativi e geometri di cantiere oltre ad un medico del lavoro. Tutti hanno raccontato, per quanto era di propria competenza, i meccanismi lavorativi all’interno della Bianchini: le annotazioni degli orari di lavoro, le buste paga, gli anticipi, la frenesia del sisma. Un attento esame è stato riservato a Giuseppe Silvestri, manager 69enne, presidente della Bianchini Costruzioni dall’agosto 2013 sino al concordato liquidatorio del 2014. Ha spiegato d’aver cercato di far ripartire l’azienda e di farla rientrare nella white list da cui era stata estromessa secondo quanto deciso dalla prefettura di Modena per i legami con alcuni operai in odore di ’ndrangheta e Michele Bolognino. Per cercare di cogliere questi obiettivi, poi non centrati, erano arrivate le dimissioni di Augusto ed Alessandro Bianchini dai loro ruoli-chiave, formando un nuovo cda presieduto dallo stesso Silvestri, da Alessandra Bianchini (vicepresidente esecutivo) e Bruna Braga (consigliera). Silvestri ha detto d’aver conosciuto Giulio Gerrini, geometra del Comune di Finale («Nel ruolo che ricoprivo nel nucleo di valutazione in Comune a Finale», ha spiegato Silvestri) ma di non sapere che vi fossero dei rapporti fra Gerrini e Bianchini. Rapporti su cui si sono concentrati in passato i magistrati dell’Antimafia sia per i presunti favoritismi nella ricostruzione post sisma e sia per un non ancora appurato impiego di Gerrini part time nell’azienda sanfeliciana. Molte domande dei pm a Silvestri hanno invece riguardato i rapporti tra la Bianchini Costruzioni e la società Safi, società di consulenze molto chiacchierata, che aveva libero accesso in Prefettura e che si era arrogata il merito di aver riportato un’altra grossa impresa di San Prospero nella white list. I Bianchini avevano pagato alla Safi un obolo per attivarsi e ottenere il nullaosta antimafia e gli operatori della società di consulenze – che sosteneva di avere contatti anche con i servizi segreti – avevano operato nella sede di San Felice. Lo ha ammesso Silvestri quando ha raccontato di esserseli trovati in azienda nel momento del suo incarico. L’altro grande tema – con oltre 30 testimoni citati senza poi essere ascoltati – è stato il legame tra Bianchini e Bolognino per il tramite di Lauro Alleluja: «Quegli operai sembravano suoi uomini – ha detto un teste riferendosi agli artigiani assunti nel post sisma – è solo un’impressione ma Bolognino veniva in azienda, me lo ricordo».
Gli avvocati difensori, che in questi mesi hanno inoltrato numerose richieste per aggiungere alle trascrizioni anche parti di conversazioni degli imputati da loro assistiti che non erano state messe nero su bianco, ma si sono rivelate importanti nel corso delle udienze, potranno invece chiedere aggiunte solo entro il termine «assoluto e inderogabile» di domani (restano ammesse quelle precedenti). Infine, su richiesta dei pm, «dove possibile» verrà trascritto anche il cosiddetto «sottofondo», che in alcuni casi è risultato dirimente per inquadrare contesti, persone ed episodi. È quanto stabilito ieri nell’aula bunker dal presidente della Corte – Francesco Caruso – che, alla ripresa delle udienze di Aemilia dopo la pausa estiva, ha per prima cosa convocato i periti nominati (una decina) per fare il punto della situazione. Alcuni dei tecnici hanno chiesto un supplemento di tempo fino a 90 giorni, evidenziando in particolare le difficoltà incontrate nella trascrizione delle intercettazioni ambientali («Viene parlato un dialetto calabrese molto stretto»). Poi il primo focus delle difese è ruotato per quasi tutta la giornata intorno alla Bianchini Costruzioni. Davanti ai giudici, chiamati dagli avvocati Giulio Garuti e Simone Bonfante, hanno sfilato una decina di testimoni, operai che avevano lavorato nell’azienda sanfeliciana, lattonieri che avevano preso subappalti, impiegati amministrativi e geometri di cantiere oltre ad un medico del lavoro. Tutti hanno raccontato, per quanto era di propria competenza, i meccanismi lavorativi all’interno della Bianchini: le annotazioni degli orari di lavoro, le buste paga, gli anticipi, la frenesia del sisma. Un attento esame è stato riservato a Giuseppe Silvestri, manager 69enne, presidente della Bianchini Costruzioni dall’agosto 2013 sino al concordato liquidatorio del 2014. Ha spiegato d’aver cercato di far ripartire l’azienda e di farla rientrare nella white list da cui era stata estromessa secondo quanto deciso dalla prefettura di Modena per i legami con alcuni operai in odore di ’ndrangheta e Michele Bolognino. Per cercare di cogliere questi obiettivi, poi non centrati, erano arrivate le dimissioni di Augusto ed Alessandro Bianchini dai loro ruoli-chiave, formando un nuovo cda presieduto dallo stesso Silvestri, da Alessandra Bianchini (vicepresidente esecutivo) e Bruna Braga (consigliera). Silvestri ha detto d’aver conosciuto Giulio Gerrini, geometra del Comune di Finale («Nel ruolo che ricoprivo nel nucleo di valutazione in Comune a Finale», ha spiegato Silvestri) ma di non sapere che vi fossero dei rapporti fra Gerrini e Bianchini. Rapporti su cui si sono concentrati in passato i magistrati dell’Antimafia sia per i presunti favoritismi nella ricostruzione post sisma e sia per un non ancora appurato impiego di Gerrini part time nell’azienda sanfeliciana. Molte domande dei pm a Silvestri hanno invece riguardato i rapporti tra la Bianchini Costruzioni e la società Safi, società di consulenze molto chiacchierata, che aveva libero accesso in Prefettura e che si era arrogata il merito di aver riportato un’altra grossa impresa di San Prospero nella white list. I Bianchini avevano pagato alla Safi un obolo per attivarsi e ottenere il nullaosta antimafia e gli operatori della società di consulenze – che sosteneva di avere contatti anche con i servizi segreti – avevano operato nella sede di San Felice. Lo ha ammesso Silvestri quando ha raccontato di esserseli trovati in azienda nel momento del suo incarico. L’altro grande tema – con oltre 30 testimoni citati senza poi essere ascoltati – è stato il legame tra Bianchini e Bolognino per il tramite di Lauro Alleluja: «Quegli operai sembravano suoi uomini – ha detto un teste riferendosi agli artigiani assunti nel post sisma – è solo un’impressione ma Bolognino veniva in azienda, me lo ricordo».
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