«Non era solo “medico” ma esempio di generosità»
Guastalla: Duomo stracolmo per Alberto Tagliavini, il 66enne travolto a Roma La figlia: «Era gioviale e attivissimo». Don Gelmini: «Sempre al servizio di tutti»
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GUASTALLA. «L'ho pensato proprio così il saluto ad Alberto: tornare a quel Paradiso di cui lui ci ha testimoniato la legge e l’amore. Ci ha testimoniato la solidarietà e l’impegno. E allora, grazie Signore di questa vita. Avremmo voluto fosse più lunga perché ci sentiamo poveri e abbiamo tanto bisogno di persone buone». Queste le parole di don Roberto Gelmini, pronunciate ieri mattina all’ingresso in Duomo del feretro del dottor Alberto Tagliavini, 66 anni, morto a Roma a causa di un tragico incidente mentre era ospite della figlia.
Dopo il passo del Vangelo secondo Luca che narra l’episodio della moltiplicazione dei pesci, don Gelmini, nella sua omelia, ha ricordato la generosità del medico, per trent’anni geriatra nel reparto di medicina dell’ospedale di Guastalla e, dal momento della pensione avvenuta nel 2011, volontario nella Casa della Carità di Novellara e per l’associazione “Noi per l’Hospice” che si accudisce i malati terminali.
«Quando lavorava in ospedale, gli chiesi: “Come fai ad essere sempre così disponibile per gli altri?”. Mi rispose: “Prima di cominciare mi faccio il segno della croce. Nel nome del Signore vado avanti”. Io non so quanti cristiani abbiano il coraggio di vivere la propria giornata nel nome del Signore – ha detto il parroco – Non era solo “il medico”. Mi è stato detto che nella Casa della Carità sapeva pelare le patate, a testimonianza della sua disponibilità del mettersi a servizio degli altri e di fede. Alberto non meritava di morire così, ma certamente meritava che il Signore lo accogliesse a braccia aperte nella pienezza del suo vigore e del suo essere uomo, cristiano, fratello, sposo, padre, amico». Secondo il sacerdote l’eredità di Alberto è «la sua testimonianza d’amore e il suo impegno religioso, sociale e civile. La coerenza delle proprie scelte».
Un’amica si è poi rivolta ai familiari, leggendo un messaggio di ricordo. «È successa una cosa terribile, ma non dobbiamo perdere la speranza. Marina, quando saranno spente le luci e ti sentirai più sola pensa che ti stiamo vicini, noi tutti. E ci sarà anche il sorriso di Alberto, perché le persone come lui non muoiono mai. Da pochi anni in pensione ha dedicato il suo tempo alla famiglia. Da volontario ha messo a disposizione la sua competenza professionale al servizio degli altri. Non ti meritavi questo illogico e crudele destino».
Tra l’applauso dei partecipanti, infine, il messaggio della figlia: «Papà è stata una di quelle persone che affrontano la vita attivamente, che accettano il confronto anche innanzi a divergenze d’opinione e che si indignano davanti alle ingiustizie e che riconoscono nella famiglia, così come negli amici, il bene più prezioso per il quale mettersi in gioco, per il quale donarsi, accantonando il proprio ego. È sempre stato una persona chiacchierona, gioviale e, se vogliamo, anche polemica. Non ha mai celato la sua vulnerabilità. Condivideva le sue preoccupazioni verso chi amava per cercare di svolgere al meglio il suo mestiere, che viveva empaticamente col paziente e la sua famiglia. La sua perdita è stata uno choc dal quale sarà difficile risvegliarsi, ma noi lo preghiamo perché ancora una volta ci sostenga con la sua spiritualità in questo momento così difficile e perché il suo ricordo soppianti il silenzio della morte. La vicinanza dei suoi amici in queste lunghe giornate ci ha mostrato quanto l’amore possa soppiantare la solitudine del dolore. Preghiamo per la tua anima, tu guardaci benevolo dal Cielo e prega per noi». Prima dell’estremo viaggio in cimitero, l’ultima carezza alla bara da parte di chi ha ricevuto e gli ha voluto bene.
Mauro Pinotti
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Dopo il passo del Vangelo secondo Luca che narra l’episodio della moltiplicazione dei pesci, don Gelmini, nella sua omelia, ha ricordato la generosità del medico, per trent’anni geriatra nel reparto di medicina dell’ospedale di Guastalla e, dal momento della pensione avvenuta nel 2011, volontario nella Casa della Carità di Novellara e per l’associazione “Noi per l’Hospice” che si accudisce i malati terminali.
«Quando lavorava in ospedale, gli chiesi: “Come fai ad essere sempre così disponibile per gli altri?”. Mi rispose: “Prima di cominciare mi faccio il segno della croce. Nel nome del Signore vado avanti”. Io non so quanti cristiani abbiano il coraggio di vivere la propria giornata nel nome del Signore – ha detto il parroco – Non era solo “il medico”. Mi è stato detto che nella Casa della Carità sapeva pelare le patate, a testimonianza della sua disponibilità del mettersi a servizio degli altri e di fede. Alberto non meritava di morire così, ma certamente meritava che il Signore lo accogliesse a braccia aperte nella pienezza del suo vigore e del suo essere uomo, cristiano, fratello, sposo, padre, amico». Secondo il sacerdote l’eredità di Alberto è «la sua testimonianza d’amore e il suo impegno religioso, sociale e civile. La coerenza delle proprie scelte».
Un’amica si è poi rivolta ai familiari, leggendo un messaggio di ricordo. «È successa una cosa terribile, ma non dobbiamo perdere la speranza. Marina, quando saranno spente le luci e ti sentirai più sola pensa che ti stiamo vicini, noi tutti. E ci sarà anche il sorriso di Alberto, perché le persone come lui non muoiono mai. Da pochi anni in pensione ha dedicato il suo tempo alla famiglia. Da volontario ha messo a disposizione la sua competenza professionale al servizio degli altri. Non ti meritavi questo illogico e crudele destino».
Tra l’applauso dei partecipanti, infine, il messaggio della figlia: «Papà è stata una di quelle persone che affrontano la vita attivamente, che accettano il confronto anche innanzi a divergenze d’opinione e che si indignano davanti alle ingiustizie e che riconoscono nella famiglia, così come negli amici, il bene più prezioso per il quale mettersi in gioco, per il quale donarsi, accantonando il proprio ego. È sempre stato una persona chiacchierona, gioviale e, se vogliamo, anche polemica. Non ha mai celato la sua vulnerabilità. Condivideva le sue preoccupazioni verso chi amava per cercare di svolgere al meglio il suo mestiere, che viveva empaticamente col paziente e la sua famiglia. La sua perdita è stata uno choc dal quale sarà difficile risvegliarsi, ma noi lo preghiamo perché ancora una volta ci sostenga con la sua spiritualità in questo momento così difficile e perché il suo ricordo soppianti il silenzio della morte. La vicinanza dei suoi amici in queste lunghe giornate ci ha mostrato quanto l’amore possa soppiantare la solitudine del dolore. Preghiamo per la tua anima, tu guardaci benevolo dal Cielo e prega per noi». Prima dell’estremo viaggio in cimitero, l’ultima carezza alla bara da parte di chi ha ricevuto e gli ha voluto bene.
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