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Siamo diventati grandi alla Giaréda

dalla prima
Siamo diventati grandi alla Giaréda

Dentro la festa sacra, pubblica, familiare e intima Come cambiare sguardo col ritmo della tradizione

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La Madonna di Kazan che protegge la Russia ha fermato eserciti e dissuaso dallo scetticismo perfino Stalin, che quando fu ora di fermare i nazisti ormai a un passo da Mosca la fece caricare su un’aereo dell’Armata Rossa e volare in tondo lungo una rotta che la Wermacht non poté oltrepassare.

E sia in Oriente sia in Occidente sono molte le Madonne della Vittoria venerate dai fedeli, fino alla stagione recente in cui le Madonne delle rappresentazioni sono state rimpiazzate da quelle delle Apparizioni, con sequenze di miracoli interminabili.

Rispetto a questo sfondo la Madonna della Ghiara si inquadra in un’altra categoria: quelle delle immagini che appartengono ad una storia popolana, quasi famigliare, con miracolati chiamati per soprannomi, povericristi di assoluta insignificanza sociale come il sordomuto Marchino e la malaticcia Caugliana, devoti a quella immagine vicina alla chiesa dei Serviti posta su quello che fino al Duecento era il letto del Crostolo che divideva città e contado e che da quattro secoli era rimasto un corso con la “giera”.

Sarà questa origine che ha fatto della Giaréda una festa pubblica e intima, segnata da una tradizione di ricordi famigliari e racconti di casa che trattengono quel che non si vede più.

Non si vede più un paesaggio della festa ormai affidato a vecchie foto e disegni: i grandi baracconi e tende a righe si affollavano nello spazio compreso fra le case dei Guaschi e lo stringersi della strada al di là del palazzo ducale, in quella serpentina che portava fino alle mura e alle sue Porte sono un ricordo.

La foga di demolire per rappattumare cose “moderne” che ha segnato come una malattia inguaribile la storia della città dal Duecento a Montipò, ha pian piano cancellato molto di quel paesaggio: al posto delle case dei Guaschi svetta l’obelisco con la sua aiuola, il Palazzo Ducale è stato rimaneggiato e ha cambiato nome per onorare l’eroe dell’antifascismo cileno.

E quel che la Ghiara era per chi arrivava in città dopo i grandi terremoti del XVI e XVII secolo – una enorme cupola s’alzava tutta al di sopra di una città i cui tetti erano più bassi dei suoi frontoni, ormai si può vedere solo con un drone e photoshop.

Anche il paesaggio umano, quello dei ricordi, sfuma nel tempo, trattenuto dalla collezione degli “Home Movie” in super8, nata a Reggio e poi emigrata altrove.

E dai ricordi personali, frammentari, frammentati, ma non per questo meno cari. I miei, almeno, sono così: e iniziano da una Giaréda che dev’essere stata anteriore all’inizio del 1965, in cui monsignor Socche, ultimo vescovo morto in sede, fu sostituito da monsignor Baroni.

Socche, infatti, entrava a a dir la messa della Ghiara, con le insegne del vescovo principe e due paggetti, selezionati dai Serviti con un indubbio vantaggio dei bambini che abitavano fra Santo Stefano e San Zenone, portavano elmo e spadino su due cuscini di velluto rosso, che nel ricordo sono giganteschi e pesanti.

Quando hai gli occhi a un metro da terra tutto sembra molto grande: il banco dei dolciumi e soprattutto il palco della banda che faceva il concerto, forse già a fine anni Sessanta, quando anche il sindaco del Pci veniva alla messa, in coerenza con la linea politica del partito che – scrivevano così le decisioni delle federazioni di allora – doveva “disarticolare il blocco politico di riferimento democristiano” con una strategia di “prossimità alle istanze popolari e democratiche veicolate dai lavoratori legati al mondo cattolico”.

Il concerto era un momento clou: anche perché noi che facevamo le elementari all’Ada Negri, accuditi dalla preside Pilla che una volta l’anno scrutava i registri e noi col naso a un millimetro dal foglio per una miopia micidiale, ma che a noi bambini sembrava una prova certa della sua potenziale ferocia, vedevamo la Giaréda quasi come una santificazione della fine delle vacanze. Entrando nel chiostro dove c’era la pesca di beneficenza, con i numeretti scritti su piccoli fogli arrotolati, poco più spessi di un cerino, piantati in una pasta morbida, arrivavamo infatti a ridosso del chiostro della scuola e potevamo sbirciare nelle finestre delle nostre aule, o addirittura entrare da porte che credevamo di conoscere solo noi, nel chiostro vuoto e sotto il portico che, all’altezza del portone che dava sul palasport, c’era già la montagna del carbone alla quale i più grandi avrebbero attinto durante l’inverno per alimentare le stufe in ghisa.

Diventare grandi alla Giaréda voleva dire cambiare sguardo: e vederla con gli occhi a un metro e mezzo è tutt’altra cosa: e ha qualcosa a che fare con un “giuoco” si sarebbe detto, che era fatto di una pallina fatta da spicchi di stoffa colorata (certo c’erano blu, giallo e rosso) piena di segatura e attaccata ad un elastico lungo tre spanne.

Con qualche virtuosismo questa pallina poteva diventare uno yo-yo scacciapensieri, ma anche una specie di arma impropria per tirarla nelle gambe agli amici o per proditori agguati ai danni di chi passeggiava. Poi il mondo iniziò a cambiare: e dopo la stagione dei goffi approcci e dei timidi corteggiamenti la Giaréda diventava il momento in cui andare ad ascoltare Baroni, il vescovo che chiudeva le frasi con una indimenticata settima discendente, e misurare nuove persone e nuove cose.

Ormai i sindaci comunisti partecipavano a pieno titolo anche se non sempre a loro agio: come la prima Giareda di Ugo Benassi, di cui da vecchio rideva anche lui. Poco avvezzo alla liturgia cattolica nel 1976 presenziava in fascia tricolore nei banchi che erano di proscenio e dunque un passo avanti chitarristi e coristi di una liturgia un po’ confusionaria, ma viva e vivace.

Allo scambio della pace preso alla sprovvista da quella mano tesa di noi ragazzi, non ebbe esitazioni: “Piacere Benassi Ugo”. Era la Giaréda del 1976. Quarant’anni, molte ere.

Alberto Melloni

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