Il vescovo apre il biennio pastorale
Solenne celebrazione nella Basilica della Ghiara nel giorno della festa di Maria
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REGGIO EMILIA. La festa della Natività di Maria, alla quale è dedicata la Giarèda, ha coinciso ieri per la Chiesa reggiana con l’inizio del biennio pastorale 2017-2019. Questo tema, quindi, è stato al centro dell’omelia pronunciata dal vescovo Massimo Camisasca durante la messa solennemente concelebrata alle 11 con il vescovo emerito Adriano Caprioli, il vicario diocesano Alberto Nicelli, il priore dei Servi di Maria Cesare Antonelli e i quindici parroci nominati nei mesi scorsi. Il Vangelo è stato letto dal diacono Alberto Debbi.
La basilica della Ghiara era affollatissima e, come sempre, adorna delle composizioni offerte dai fioristi reggiani. Il coro diocesano diretto da Giovanni Mareggini ha intonato gli inni mariani tradizionali e moderni, fra cui quello composto da Gigi Guglielmi con versi tratti dall’ultimo canto del Paradiso dantesco. All’offertorio sono stati portati all’altare i prodotti della terra reggiana offerti dalla Provincia e i ceri offerti dal Comune. Camisasca ha parlato del modo di condurre l’azione pastorale da parte dei sacerdoti, sottolineando la necessità di renderla viva e operante nel rapporto diretto con le persone, anziché adagiarsi in una condotta formale e burocratica, che la mortifica e spesso la vanifica. Era sottintesa, nelle sue parole, la preoccupazione per la persistente crisi delle vocazioni, che sovraccarica i pochi preti rimasti di molteplici incombenze e li sommerge di carte, diminuendo il tempo che dovrebbero dedicare alla cura delle anime.
«La parola pastorale – osserva il Vescovo – fa venire alla mente soprattutto l’idea di uffici, di riunioni, di documenti, di programmi, che spesso ingabbiano più che aiutare la nostra opera evangelizzatrice».
La quale, a suo avviso, deve essere incentrata invece su due fuochi: la persona e la comunità. «Molti parroci – spiega – giustamente si lamentano che le loro scrivanie sono piene di documenti, che non solo non riescono ad applicare ma, in molti casi, neppure a leggere. Penso che non sia assolutamente fuori luogo un esercizio di sobrietà, invocato da tanti, ma realizzato da pochi, che ci porti a stampare e diffondere solo ciò che è veramente essenziale».
Sono troppe, secondo il vescovo, anche le riunioni organizzative, spesso inconcludenti: «I nostri incontri – conclude – devono essere momenti vitali, luoghi di esperienza vera del cristianesimo, così che il cuore ne esca convinto, confortato e, se necessario, corretto». (l.s.)
La basilica della Ghiara era affollatissima e, come sempre, adorna delle composizioni offerte dai fioristi reggiani. Il coro diocesano diretto da Giovanni Mareggini ha intonato gli inni mariani tradizionali e moderni, fra cui quello composto da Gigi Guglielmi con versi tratti dall’ultimo canto del Paradiso dantesco. All’offertorio sono stati portati all’altare i prodotti della terra reggiana offerti dalla Provincia e i ceri offerti dal Comune. Camisasca ha parlato del modo di condurre l’azione pastorale da parte dei sacerdoti, sottolineando la necessità di renderla viva e operante nel rapporto diretto con le persone, anziché adagiarsi in una condotta formale e burocratica, che la mortifica e spesso la vanifica. Era sottintesa, nelle sue parole, la preoccupazione per la persistente crisi delle vocazioni, che sovraccarica i pochi preti rimasti di molteplici incombenze e li sommerge di carte, diminuendo il tempo che dovrebbero dedicare alla cura delle anime.
«La parola pastorale – osserva il Vescovo – fa venire alla mente soprattutto l’idea di uffici, di riunioni, di documenti, di programmi, che spesso ingabbiano più che aiutare la nostra opera evangelizzatrice».
La quale, a suo avviso, deve essere incentrata invece su due fuochi: la persona e la comunità. «Molti parroci – spiega – giustamente si lamentano che le loro scrivanie sono piene di documenti, che non solo non riescono ad applicare ma, in molti casi, neppure a leggere. Penso che non sia assolutamente fuori luogo un esercizio di sobrietà, invocato da tanti, ma realizzato da pochi, che ci porti a stampare e diffondere solo ciò che è veramente essenziale».
Sono troppe, secondo il vescovo, anche le riunioni organizzative, spesso inconcludenti: «I nostri incontri – conclude – devono essere momenti vitali, luoghi di esperienza vera del cristianesimo, così che il cuore ne esca convinto, confortato e, se necessario, corretto». (l.s.)
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