«Non ho pagato tangenti ma sono stato truffato»
Aemilia: Mirco Salsi sulla somma consegnata alla bresciana Maria Rosa Gelmi L’imprenditrice Ferrarini in aula: «Quella signora l’ho conosciuta alla Cna»
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REGGIO EMILIA. «Non ho pagato alcuna tangente ma sono stato truffato, come altri imprenditori, da una donna alla quale avevo dato quasi un milione di euro per degli investimenti». Mirco Salsi torna così sulla vicenda per la quale è stato coinvolto nel processo Aemilia.
A maggio l’imprenditore reggiano aveva spiegato in udienza che quel milione di euro era stato affidato alla bresciana Maria Rosa Gelmi affinché lo investisse e non perché lo aiutasse a vincere appalti per la distribuzione di cibo negli spacci delle carceri italiane.
A sostegno di questa tesi gli avvocati difensori Domenico Noris Bucchi e Celestina Tinelli giovedì hanno chiamato a testimoniare in aula altri imprenditori che sono stati truffati per somme molto ingenti, dai 400 ai 700 mila euro, dalla stessa donna.
A Reggio Emilia la bresciana poteva contare sul fatto che era stata presentata a un evento istituzionale organizzato dalla Cna, allora presieduta allora da Enrico Bini.
A raccontare questa vicenda è stata Lisa Ferrarini, ad dell’omonimo gruppo alimentare e vicepresidente di Confindustria per l’Europa.
«Questa signora di Brescia… l’ho conosciuto alla Cna di Reggio - ha detto la Ferrarini -. Questa signora ci aveva elencato una serie di possibilità di vendita di prodotti alimentari, l’aveva comunicato il presidente di allora Enrico Bini… saremmo stati almeno 25 persone… Aveva un assistente con sé, non ricordo il nome, non presentò un progetto, disse che aveva la possibilità di fornire gli spacci delle carceri, io non lo sapevo che esistessero spacci di vendita. Disse organizziamo una visita nelle carceri e vi facciamo vedere».
Visite che poi furono effettivamente organizzate (Lisa Ferrarini però si sfilò dal progetto, perché i suoi prodotti non erano adatti a quel genere di distribuzione e ha anche riferito che la Gelmi le sembrava «folcloristica»).
Mirco Salsi andò in visita alle carceri di Bologna e Reggio ma i tour furono organizzati anche a Milano e Roma.
Per entrare nei penitenziari sono necessarie autorizzazioni del ministero dell’Interno e questo contribuiva a far apparire la lombarda come una persona con relazioni importanti.
«Con il tempo mi ha proposto degli investimenti - dice Salsi - così come ad altri imprenditori. Investimenti in altri settori, non quello di mia competenza».
Salsi è stato coinvolto nel processo Aemilia perché secondo l’accusa avrebbe chiesto a Marco Gibertini di aiutarlo a recuperare i soldi (e il giornalista avrebbe coinvolto per il recupero il calabrese Antonio Silipo).
Per tentare di smontare questa accusa, o comunque per dare un’idea di quale fosse la personalità dell’imprenditore, in aula è stato chiamato dai difensori a testimoniare un amico di Salsi che ha riferito di essere stato «aiutato finanziariamente» quando aveva avuto «una difficoltà per una attività». L’amico ha aggiunto: «Non sono mai riuscito a restituirli… mi ha dato circa, più di 100mila euro, credo 400 milioni di lire. Lo ringrazio perché siamo rimasti ancora amici anche se non sono in grado di restituire la somma». (j.d.p.)
A maggio l’imprenditore reggiano aveva spiegato in udienza che quel milione di euro era stato affidato alla bresciana Maria Rosa Gelmi affinché lo investisse e non perché lo aiutasse a vincere appalti per la distribuzione di cibo negli spacci delle carceri italiane.
A sostegno di questa tesi gli avvocati difensori Domenico Noris Bucchi e Celestina Tinelli giovedì hanno chiamato a testimoniare in aula altri imprenditori che sono stati truffati per somme molto ingenti, dai 400 ai 700 mila euro, dalla stessa donna.
A Reggio Emilia la bresciana poteva contare sul fatto che era stata presentata a un evento istituzionale organizzato dalla Cna, allora presieduta allora da Enrico Bini.
A raccontare questa vicenda è stata Lisa Ferrarini, ad dell’omonimo gruppo alimentare e vicepresidente di Confindustria per l’Europa.
«Questa signora di Brescia… l’ho conosciuto alla Cna di Reggio - ha detto la Ferrarini -. Questa signora ci aveva elencato una serie di possibilità di vendita di prodotti alimentari, l’aveva comunicato il presidente di allora Enrico Bini… saremmo stati almeno 25 persone… Aveva un assistente con sé, non ricordo il nome, non presentò un progetto, disse che aveva la possibilità di fornire gli spacci delle carceri, io non lo sapevo che esistessero spacci di vendita. Disse organizziamo una visita nelle carceri e vi facciamo vedere».
Visite che poi furono effettivamente organizzate (Lisa Ferrarini però si sfilò dal progetto, perché i suoi prodotti non erano adatti a quel genere di distribuzione e ha anche riferito che la Gelmi le sembrava «folcloristica»).
Mirco Salsi andò in visita alle carceri di Bologna e Reggio ma i tour furono organizzati anche a Milano e Roma.
Per entrare nei penitenziari sono necessarie autorizzazioni del ministero dell’Interno e questo contribuiva a far apparire la lombarda come una persona con relazioni importanti.
«Con il tempo mi ha proposto degli investimenti - dice Salsi - così come ad altri imprenditori. Investimenti in altri settori, non quello di mia competenza».
Salsi è stato coinvolto nel processo Aemilia perché secondo l’accusa avrebbe chiesto a Marco Gibertini di aiutarlo a recuperare i soldi (e il giornalista avrebbe coinvolto per il recupero il calabrese Antonio Silipo).
Per tentare di smontare questa accusa, o comunque per dare un’idea di quale fosse la personalità dell’imprenditore, in aula è stato chiamato dai difensori a testimoniare un amico di Salsi che ha riferito di essere stato «aiutato finanziariamente» quando aveva avuto «una difficoltà per una attività». L’amico ha aggiunto: «Non sono mai riuscito a restituirli… mi ha dato circa, più di 100mila euro, credo 400 milioni di lire. Lo ringrazio perché siamo rimasti ancora amici anche se non sono in grado di restituire la somma». (j.d.p.)
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