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«Galletti, Martina e Delrio sbloccate la diga di Vetto»

di Luca Tondelli
«Galletti, Martina e Delrio sbloccate la diga di Vetto»

Lettera del sindaco di Palanzano (Parma) indirizzata anche a Manghi e Bonaccini «Questa Valle non ha nulla, con l’invaso avrebbe il bene più importante: l’acqua»

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VETTO. Ha scritto una lettera, la seconda peraltro, ai ministri delle Politiche agricole Maurizio Martina, dell’Ambiente Gianluca Galletti, delle Infrastrutture Graziano Delrio, oltre che al presidente della Regione Stefano Bonaccini e al presidente della Provincia Giammaria Manghi, il sindaco di Palanzano (Parma) ma vettese di origine Lino Franzini, che tra l’altro è stato tra i fautori del Comitato a favore della diga di Vetto.

Il tema della lettera è quello del progetto ormai secolare di questo intervento in Val d’Enza, tornato di grande attualità a seguito della siccità di questa estate: «Sulle Province di Reggio Emilia e Parma – scrive Franzini –, la culla del Parmigiano Reggiano e di tanti altri prodotti alimentari sarebbe più giusto evitare di parlare dei danni per la mancanza di acqua ad usi irrigui: ogni anno si sprecano circa 292 milioni di metri cubi di acque limpide di montagna e non si fanno ripartire i lavori di costruzione della diga di Vetto per trattenerne una parte, è un’offesa ai principi del “buon padre di famiglia” e a chi ha dedicato la propria vita all’agricoltura, un piccolo invaso da 102 milioni di metri cubi, di cui 93 milioni utili».

«Alla diga di Vetto è stata già data valenza nazionale per i grandi benefici che avrebbe dato non solo alle Province di Reggio Emilia e Parma in caso di crisi idrica del fiume Po: fu definita “urgente ed indifferibile” su Decreto del ministero nel 1987 ed è stata definita sullo Studio di impatto ambientale dieci volte più sicura delle restanti dighe italiane – prosegue quindi Franzini –. Sappiamo che le motivazioni, compresa la favola delle lontre, che portarono alla sospensione dei lavori, sono state tutte annullate dalla Suprema corte di Cassazione a sezioni unite. E allora perché non si fanno ripartire i lavori? Quali ostacoli si oppongono alla ripresa di un’opera utile come l’aria che respiriamo?».

Franzini fa riferimento al “Progetto Marcello”, ovvero quello di un unico, grande invaso, progetto che prende il nome da quello che ancora oggi è uno dei principali studi tecnici italiani di progettazione dighe, ce realizzò anche quello approvato negli anni ‘80 e su cui per un anno iniziarono i lavori di realizzazione.

«La diga di Vetto – prosegue Franzini – è un’opera indispensabile per gli usi irrigui del comprensorio Reggiano e Parmense, per gli usi idropotabili civili ed industriali di Reggio Emilia e Parma e di tanti altri Comuni, per risollevare le falde e ridurre i pericoli di subsidenza, per proteggere la Valle da qualsiasi alluvioni, per produrre 52 GigaWatt di energia pulita, per garantire il deflusso minimo vitale all’Enza e al Crostolo 365 giorni all’anno, per riportare lavoro, turismo e una speranza di vita ai territori abbandonati e dissestati dell’Appennino Reggiano e Parmense. Se i lavori non ripartiranno, resta solo una certezza: dell’agricoltura Reggiana e Parmense non interessa nulla a nessuno, dei territori montani ancora meno.

«Oggi la situazione è peggiorata – conclude il sindaco di Palanzano –, invece di autorizzare la ripresa dei lavori della diga di Vetto, si è iniziato a parlare della diga della Stretta delle Gazze, sempre sulla Valle dell’Enza: un’opera probabilmente irrealizzabile per i suoi versanti rocciosi non prospicienti, un’opera che porterebbe a un invaso da circa 20-25 milioni di metri cubi che servirebbe a ben poco, per non dire a nulla e che costerebbe più della diga di Vetto. Questa valle con sbocco vallivo in Toscana è però priva di tutto: di fondovalle, di ferrovia, di autostrada e di strade statali. Ma è una Valle che con la diga di Vetto avrebbe l’acqua: non poco alla luce dei cambiamenti climatici a livello mondiale che stiamo toccando con mano giorno dopo giorno».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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