«È solo demagogia Non servono per fare cultura»
REGGIO EMILIA . Spara a zero Roberto Villa, già preside del liceo scientifico Aldo Moro: «Gli strumenti informatici esistono da molti anni, ma si fa fatica a riconoscerne l’utilità didattica....
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REGGIO EMILIA . Spara a zero Roberto Villa, già preside del liceo scientifico Aldo Moro: «Gli strumenti informatici esistono da molti anni, ma si fa fatica a riconoscerne l’utilità didattica. Attribuire loro un valore di istruzione e di collegamento con il mondo è una grande mistificazione ideologica, una forma estrema di consumismo culturale, che equivale ad accompagnare gli studenti in un discount della cultura. Come dirigente ho speso per le attrezzature e per l’aggiornamento informatico e multimediale molto più che per qualsiasi altra iniziativa di carattere educativo. La gente si meraviglierebbe se conoscesse l’entità di queste spese. Non ho niente contro l’informatica, ma è un errore catastrofico credere che questi strumenti, in particolare Internet, siano una grande occasione per rafforzare la padronanza culturale. Servono tutt’al più per informarsi, per supplire alla memorizzazione, non per farsi una cultura».
L’intenzione di Valeria Fedeli, secondo Villa, non discende da una pensata estemporanea. A suo parere va collegata con una politica scolastica fallimentare seguita ormai da tempo: «Questa iniziativa – sottolinea – è la parabola di tutta l’epopea pedagogica della sinistra italiana a partire dalla riforma Berlinguer. Non si sono accontentati di distruggere l’università, che s’è vista diminuire drasticamente gli iscritti, e di prospettare la riduzione della durata delle scuole superiori da cinque a quattro anni. Tanto varrebbe dire che la scuola non serve più. Alla radice di questa distorsione c'è il profitto. Il mercato vuole che tutti abbiano un computer. Confondere ciò con la comunità educante è un grande errore».
La pensa allo stesso modo Saverio Maccagnani: «Si tratta – spiega l’ex dirigente dell'istituto comprensivo Galilei e della media Pertini – di una concessione demagogica alla modernità e di un grosso regalo alle ditte produttrici. Si scende sempre più in basso. La scuola è sede di esperimenti insensati. Di fronte ad essi gli insegnanti erano piuttosto freddi, quando ero a capo della Pertini. Sono contento di esserne ormai fuori. Forse lo dico perché ho una certa età e sono legato alla cultura depositata nei libri. La mia compagna, che insegna musica, è di diverso avviso. Lei è molto contenta delle nuove tecnologie».
Lo smartphone, peraltro, rischia di essere un mezzo di evasione più potente del pc. Come riuscire a controllare che in classe gli alunni lo usino per imparare anziché disperdersi nelle più stupide amenità, come spesso fanno al di fuori della scuola? La diffidenza serpeggia soprattutto fra gli insegnanti di materie umanistiche. (l.s.)
L’intenzione di Valeria Fedeli, secondo Villa, non discende da una pensata estemporanea. A suo parere va collegata con una politica scolastica fallimentare seguita ormai da tempo: «Questa iniziativa – sottolinea – è la parabola di tutta l’epopea pedagogica della sinistra italiana a partire dalla riforma Berlinguer. Non si sono accontentati di distruggere l’università, che s’è vista diminuire drasticamente gli iscritti, e di prospettare la riduzione della durata delle scuole superiori da cinque a quattro anni. Tanto varrebbe dire che la scuola non serve più. Alla radice di questa distorsione c'è il profitto. Il mercato vuole che tutti abbiano un computer. Confondere ciò con la comunità educante è un grande errore».
La pensa allo stesso modo Saverio Maccagnani: «Si tratta – spiega l’ex dirigente dell'istituto comprensivo Galilei e della media Pertini – di una concessione demagogica alla modernità e di un grosso regalo alle ditte produttrici. Si scende sempre più in basso. La scuola è sede di esperimenti insensati. Di fronte ad essi gli insegnanti erano piuttosto freddi, quando ero a capo della Pertini. Sono contento di esserne ormai fuori. Forse lo dico perché ho una certa età e sono legato alla cultura depositata nei libri. La mia compagna, che insegna musica, è di diverso avviso. Lei è molto contenta delle nuove tecnologie».
Lo smartphone, peraltro, rischia di essere un mezzo di evasione più potente del pc. Come riuscire a controllare che in classe gli alunni lo usino per imparare anziché disperdersi nelle più stupide amenità, come spesso fanno al di fuori della scuola? La diffidenza serpeggia soprattutto fra gli insegnanti di materie umanistiche. (l.s.)
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