Aemilia, il pentito Valerio confessa: «Vi racconto tutto»
Riti, affari, incendi: ecco i primi verbali del secondo collaboratore dopo Giglio: «La ’ndrangheta a Reggio dagli anni ’80»
REGGIO EMILIA «Posso dire che in Emilia la ’ndrangheta esiste quantomeno dagli anni ’80». Antonio Valerio, 50 anni, cutrese da vent’anni trapiantato a Reggio Emilia, è un fiume in piena. Scioglie la lingua davanti ai pm antimafia Marco Mescolini e Beatrice Ronchi che dal giugno scorso registrano e verbalizzano ogni suo singolo ricordo di ’ndrnaghetista pentito.
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«Sono affiliato alla ’ndrangheta - confessa ai pm della Dda di Bologna liberando subito il campo - e ho raggiunto il grado di quartino. La mia carriera criminale è partita nel 1988 e sono stato formalmente battezzato nell’autunno del 2000 ma già diversi anni prima ero a disposizione della ’ndrangheta e mi ero reso autore di fatti criminosi anche gravi». Affermazioni che confermano il radicamento descritto nell’indagine Aemilia, in buona parte coperte però dagli “omissis” presenti nei verbali che oscurano passi rilevanti delle dichiarazioni, segno dell’interesse probatorio.
Valerio, infatti, è il secondo pentito del maxi processo Aemilia contro la ’ndrangheta al nord dopo Giuseppe Giglio. È un criminale di lungo corso, ufficialmente imprenditore edile, imputato dal 2015 nel processo Aemilia per il reato associazione mafiosa, diventato però famoso per la risata vorace intercettata dai carabinieri a ridosso del devastante terremoto in Emilia del 2012, quando si sfregava la mani al telefono con l’amico Gaetano Blasco per gli affari che sarebbero arrivati con la ricostruzione post sisma.
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Proprio il socio in affari Blasco spunta ora nei verbali riempiti da Valerio («A Reggio Emilia ho preso la “Santa” da Lammana Francesco, che aveva il grado di padrino, nel capannone di Blasco, che a sua volta aveva acquisito il grado di sgarrista o camorrista»), così come altri imputati di Aemilia come i fratelli Palmo e Giuseppe Vertinelli, che Valerio indica come sodali della ’ndrangheta e con i quali «facevo false fatturazioni già da prima del 1999». Poi l’ascesa fulminea: «Dopo la “Santa” ho preso il trequartino alla casa di Scarazze di Nicolino Grande Aracri nel 2011 quando era stato scarcerato. Qualche mese dopo Nicolino mi ha dato il quartino. Una promozione che mi ha dato perché erano programmate azioni criminali di rilievo, anche di sangue, ai danni di alcune persone».
Anche qui altri omissis celano ulteriori dettagli, salvo tornare su Blasco, anche lui promosso dal boss Grande Aracri, che gli consegnò poi una carta che attestava il grado di quartino.
Valerio, per diversi aspetti, supera per interesse il pentito Giglio. Quest’ultimo era il bancomat della cosca, grosso imprenditore calabrese non affiliato ma con una memoria di ferro in fatto di soldi, reati fiscali e finanziari, al quale due giorni fa in appello è stata dimezzata la pena (da 12 a 6 anni) in forza proprio ai benefici della collaborazione.
Uno “sconto” notevole agli occhi di chi vorrebbe parlare. Valerio ha un intreccio criminale targato Reggio Emilia, dove ha stabilito famiglia e affari. Parla infatti anche degli incendi dolosi che da anni illuminano a giorno le notti reggiane. «Confesso di aver incendiato insieme a Eugenio Sergio la macchina e il capanno di Blasco perché mi diceva dei soldi investiti tramite Giglio» dice Valerio, che sta offrendo nuovi spunti di indagine.
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