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Telefonini a scuola, favorevoli e contrari

Telefonini a scuola, favorevoli e contrari

Dopo l’apertura del ministro Fedeli sull’uso degli smartphones in aula, fra docenti, presidi e ragazzi si anima il dibattito 

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REGGIO EMILIA. Quella di Enzo Zecchi, già docente di informatica all’istituto sperimentale Pascal, non è una semplice opinione. È il parere autorevole di un esperto della didattica digitale, molto vicino alla commissione ministeriale che Valeria Fedeli s’appresta a consultare. Il professore, che in questi giorni tiene una serie di conferenze in giro per l’Italia, anche dopo il pensionamento continua l’impegno per l’introduzione nell’insegnamento dei nuovi strumenti tramite l’associazione Lepida Scuola da lui fondata.

«Ho sempre portato avanti – riferisce Zecchi – la teoria del Byod, bring your own device, che significa: portati dietro il tuo dispositivo. Mancano i mezzi per dotare la scuola italiana degli strumenti necessari a ciascun alunno. Perciò si può pensare che se li portino da casa gli alunni stessi, che in molti casi li possiedono. Lavorando a gruppi li mettono a disposizione anche di chi non li ha. Mi ispiro alle idee di David Jonassen, pedagogista dell’università del Missouri, che diceva: si deve imparare non dalla tecnologia, ma con la tecnologia. Se faccio una tradizionale didattica trasmissiva la tecnologia non dà niente. È utile, invece, in una didattica attiva, creando un ambiente di apprendimento corretto e adeguato a un apprendimento basato sullo sviluppo di progetti. Come sostiene Obama, gli studenti devono imparare ad essere creativi, collaborativi e ad usare il pensiero critico per risolvere i problemi».

È sulla stessa lunghezza d’onda Marco Incerti Zambelli, ex preside del Pascal: «Sono favorevole all’impiego dello smartphone come strumento didattico. È un terminale per accedere alle informazioni sulla rete e un mezzo per acquisire competenze, semplificando operazioni complesse come le funzioni matematiche. Appartiene al paesaggio in cui vivono gli studenti. Sarebbe irrealistico ignorarlo. Naturalmente gli insegnanti devono orientare gli alunni sul modo corretto di usarlo».

«L’atteggiamento difensivo di chi proibisce queste tecnologie – incalza Daniele Cottafavi, dirigente delle scuole medie Pertini 2 e Ligabue – equivale a volere fermare l’acqua con una forchetta. I ragazzi possiedono questi strumenti e devono essere educati ad usarli bene. Questa responsabilità deve essere affidata non solo alla scuola, ma anche alle famiglie. Va in questa direzione il progetto “Genitori connessi” organizzato dal Comune. Alla capacità tecnica, che i ragazzi possiedono, si deve accompagnare la competenza relazionale. Ai contatti presi a distanza deve seguire il confronto diretto, faccia a faccia». (l.s.)

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