L’aula scossa dal pentito Valerio
Fibrillazione al processo per le rivelazioni dell’imputato che sta collaborando
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REGGIO EMILIA. «Nel 1991, a Reggio Emilia, io e Nicola Vasapollo trattavamo droga. La polizia ci ha scoperti e sono diventato latitante». Prosegue il racconto della storia criminale di Antonio Valerio, secondo pentito nel maxi processo Aemilia, le cui rivelazioni registrate dal giugno scorso stanno squassando l’apparente equilibrio raggiunto dal procedimento giudiziario contro il radicamento della ’ndrangheta al nord. Un collaboratore di giustizia con alto profilo criminale, cutrese trapiantato a Reggio Emilia, affiliato per sua stessa ammissione al clan del boss Nicolino Grande Aracri con l’alto grado di quartino, emblema egli stesso quindi del radicamento della ’ndrangheta nella nostra provincia. L’imputato del processo, ora in località protetta, ha riempito centinaia di pagine di verbali - di cui in parte vi abbiamo già dato conto nella Gazzetta di ieri - offrendo conferme investigative su fatti criminali e reati spesso rimasti nebulosi proprio per la proverbiale omertà mostrata in ambito ’ndranghetistico, che sembra ora franare a colpi di confessioni. La fibrillazione si avverte in aula e fuori. Valerio sta facendo nomi e cognomi, alcuni di questi degli stessi imputati di Aemilia con i quali ha condiviso fino a tre mesi fa la cella di sicurezza in aula e quella nel carcere di Reggio Emilia: Eugenio Sergio, Gaetano Blasco, i fratelli Vertinelli, per citarne solo alcuni. Per certificare poi la sua affiliazione («Ho ricevuto lo sgarro») Valerio ha mostrato in sede di interrogatorio anche il pollice destro ai pm, sul quale è rimasto il segno del taglio. (e.l.t.)
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