Politici, baci e abbracci
I significati di un gesto che può mettere a repentaglio gli equilibri della politica
REGGIO EMILIA Attenti, l’abbraccio fa politica. E i suoi significati possono mettere a repentaglio le tenute di equilibri, la sopravvivenza di alleanze, la solidità del consenso. Non bisogna andare tanto in là nel tempo per incappare nell’abbraccio fra Giuliano Pisapia e la sottosegretaria Maria Elena Boschi alla Festa dell’Unità a Milano. Ricordate? Era il 25 luglio scorso.
L’affettuosa stretta fra l’ex sindaco del capoluogo lombardo e l’ex ministra carburò malizie e polemiche. Fino a rabbuiare i rapporti fra il leader di Campo Progressista e i vertici di Mdp. Per la semantica dei gesti ancestrali l’abbraccio rappresenta un’adesione affettuosa. Come la spiegazione naturalistica della Boschi: “Perché non abbiamo mai litigato”. E questi nostri tempi – così virtuali e poco social – esagerano il significato dell’abbraccio: compartecipazione incondizionata. Più semplicemente Pisapia, nuovo paladino della sinistra così faticosamente individuato, “ha toccato” la punta avanzata del renzismo e quella presunta delle vicende bancarie dell’Etruria per via paterna. Ansia: dimmi chi abbracci e ti dirò chi sei.
E’ successo anche a Reggio Emilia. Spettatori, grigliatori, cronisti e fotografi il 12 settembre a Festareggio hanno immortalato l’abbraccio vista cucine tra Pisapia e il ministro Graziano Delrio. Poco prima, il 9 settembre, qualcuno aveva atteso l’abbraccio reggiano fra il ministro Marco Minniti e ancora Delrio, cioè tra la novità Pd dell’ordine costituito e il referente cattolico umanitario dello stesso partito. Sulla questione delle ong e del protocollo l’8 agosto tra le due “anime” post-renziste vi fu uno scontro che fece temere la crisi di governo. Abbraccio atteso, trapuntato dalle domande: chissà se si verificherà, chissà come sarà, quanto sarà intenso… Ma Delrio era altrove per impegni istituzionali.
S’abbracciano o non s’abbracciano? Come se il “salutare stringendo” fosse un indicatore del grado di intesa, del distacco o della collera politica. Ribalto la questione sulla verità delle relazioni: se tra loro i politici fossero sinceri neanche dovrebbero sfiorarsi.
Sempre a Reggio Emilia e sempre il 12 settembre è piombata la notizia che il consigliere comunale e provinciale di Forza Italia Giuseppe Pagliani nel processo d’Appello di Aemilia è stato condannato a 4 anni (in primo grado fu mandato assolto). Fra i commenti anche quello del suo rivale del Pd Pierluigi Saccardi. Ha detto di averci visto giusto, di non avere avvolto in un caldo abbraccio Pagliani al suo rientro in aula consiliare dopo il verdetto assolutorio, anzi, di essere sempre uscito dalla sala quando Pagliani prendeva la parola.
Saccardi ha detto: “Non mi sono piaciuti gli abbracci quando Pagliani era tornato in aula dopo l’arresto. Mi ricordo il sindaco di Scandiano Alessio Mammi e il vicesindaco di Reggio Matteo Sassi e credo altri. Capisco la solidarietà umana ma siamo rappresentanti delle istituzioni e dunque facciamo politica”.
L’altro giorno Mammi ha negato di aver abbracciato Pagliani, ha chiamato a testimoniare il presidente della Provincia Giammaria Manghi e ha detto che sta valutando l’eventualità di querelare Saccardi. Pd contro Pd, Pd contro FI, Cinque stelle contro tutti e viceversa. Baraonda generale per un embracement (abbraccio) che nel sillabario dei segni è diventato uguale a un endorsement (approvazione).
E’ una conferma che la politica è diventata gnoma e sensoriale, epidermica, per contatto. Valgono più le segnalazioni, i gesti e le interpretazioni delle controparti e le impressioni giornalistiche.
Certo, succede da che mondo è mondo. L’arte testimonia un intrico di abbracci lungo un percorso millenario, anche di quelli a doppio taglio. Un esempio? Il bacio/abbraccio di Giuda così ben raffigurato e ricostruito da Giotto nel 1303-1305 nella padovana Cappella degli Scrovegni: il traditore è impacchettato in un mantello dal colore segnaletico. Giallo, di quella temperatura che evoca l’infedeltà. Più recentemente gli archivi della storia d’Italia, invece, annoverano il cosiddetto bacio/abbraccio di Andreotti, anno 1987. Mai provato, quell’episodio è ritenuto il fatto che agganciò certa politica a certa mafia.
Decadentemente io provengo dalla scuola di Tribuna Politica. I politici in tv parlavano uno alla volta, non sforavano i tempi assegnati, era un gusto sentirli parlare, erano lezioni d’oratoria, loro si salutavano con una stretta di mano corta e ritta. La sigla sembrava scelta per solennità, serietà, maturità. Metteva soggezione e forniva alla politica italica un’aura regia, parlasse Almirante, Moro, Nenni o Berlinguer.
Poi è sopraggiunto il chiasso e l’eccesso. Badateci: oggi da una parte è florida la violenza verbale e dall’altra è facile l’abbraccio, anzi, il bacio-abbraccio (anche profondo post-comunista) che in epoca berlusconiana ha preso piede tra gli amiconi leader europei. In un paese dove i cattolici sono ancora imbarazzati nello scambiarsi il segno della pace, l’abbraccio-bacio sulla guancia al Papa (fino a ieri intoccabile) è diventato facile facile.
Per forza l’abbracciamento è entrato nel linguaggio dei segni politici. E loro lo sanno. Loro lo usano. Una prova reggiana? Rispetto al dialogo - grazie al cielo avvampato dal collega Marco Damilano vicedirettore dell’Espresso – seppur antagonisti, Pisapia e Delrio martedì a Festareggio hanno intonato un canto a voce sola, gregoriano. Ben più potente è la foto di loro due abbracciati. Ben più potente è la battuta popolare che tutti hanno catturato: “parlano uguale, perché si sono divisi?”.
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