Reggio Emilia, assolto dall’accusa di inquinamento l’ex assessore Prandi
Nel mirino dell’Arpa l’impianto biogas dell’azienda agricola di Masone. Misterioso l’unico sforamento di azoto: «Fatto eccezionale»
REGGIO EMILIA. Nell’agricoltura Marco Prandi sta spendendo la vita professionale per non parlare dell’impegno politico per anni rivolto al settore, ma il 26 gennaio 2015 un controllo a campione dell’Arpa nella sua azienda a Masone (di cui i fratelli Stefano e Davide sono cointestari) lo mette improvvisamente al centro di un’inchiesta giudiziaria.
I tecnici fanno dei prelievi nell’impianto a biogas d’avanguardia alimentato dal letame proveniente dall’allevamento di vacche rosse che si trova nell’azienda agricola stessa. Con quel macchinario viene prodotta energia senza utilizzare materie prime, ma riciclando gli scarti dell’attività in campagna. Però quel controllo sulle emissioni in atmosfera – liberate mediante il camino collegato all’impianto a biogas – fa emergere un dato impressionante relativamente all’ossido di azoto: con 1.466 ng/nmc è quasi triplicato il limite di emissione previsto dalla delibera di giunta della Regione Emilia-Romagna.
Verifiche confermate anche in laboratorio e scatta la segnalazione in procura. Indagine che il pm Luisa Serranti chiude con un decreto penale di condanna per i tre fratelli Prandi (l’ammenda è di 500 euro a testa) configurando lo specifico reato ambientale previsto dalla normativa in materia di tutela dell’aria e di riduzione delle emissioni in atmosfera. Un fine-indagini a cui i tre fratelli s’oppongono, rivolgendosi all’avvocato Ernesto D’Andrea. La vicenda approda in un’aula del tribunale, per concludersi solo di recente.
Nelle udienze la difesa farà emergere diversi aspetti importanti, a partire dal fatto che gli stessi tecnici dell’Arpa intervenuti «non hanno saputo spiegare – rimarca l’avvocato D’Andrea – come mai sia avvenuto questo sforamento, non si è capito cosa non abbia funzionato nell’impianto a biogas».
Una tesi difensiva dell’evento eccezionale che si collega anche alla corposa documentazione presentata – in aula – dalla società dei fratelli Prandi relativa ai controlli fatti fare dall’azienda stessa sul macchinario e affidati ad una ditta veronese specializzata. Controlli frequenti che non denotano problemi nelle emissioni sia ben prima che dopo la verifica d’inizio 2015.
Inoltre la legge non prescrive controlli con scadenze precise, ma solo che l’impianto a biogas non debordi i valori-limite delle emissioni. «Un unico sforamento – aggiunge il difensore – di cui non si conosce l’origine e che la documentazione prodotta, cioè la storia dell’azienda, indica come eccezionale, mostrando quindi che non vi è stata negligenza, imperizia o superficialità da parte dei miei assistiti». La procura – in udienza – è rimasta sulle sue posizioni chiedendo per i tre fratelli Prandi la condanna – per ciascuno – a mille euro di multa. Di diverso avviso il giudice Simone Medioli Devoto, uscito dalla camera di consiglio con una sentenza d’assoluzione «perché il fatto non costituisce reato».
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