Gazzetta di Reggio

Reggio

DELEGARE SEGNO DI FORZA O DEBOLEZZA?

di GIUSEPPE CALICETI*

Dice Vecchi: “Ho tenuto la delega alla cultura perché avevo un disegno in testa, quello che sto realizzando. Sicuro che alla fine del mio mandato avrei lasciato una governance culturale del tutto...

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Dice Vecchi: “Ho tenuto la delega alla cultura perché avevo un disegno in testa, quello che sto realizzando. Sicuro che alla fine del mio mandato avrei lasciato una governance culturale del tutto nuova”. Ricapitoliamo: in tre anni si è partorita una governance che elaborerà, evidentemente, politiche e progetti culturali del tutto nuovi? Per chi? E quando? Al secondo mandato? La tempistica: prudente e tardiva. Governance vuol dire umiltà, certo. Ma anche mancanza, di fatto, di un vero assessore alla cultura: cioè di una persona, in giunta, impegnata politicamente, a tempo pieno, in questo settore. Il comitato scientifico della Fondazione Palazzo Magnani è fatto di stimati professionisti: perché uno di loro non poteva essere nominato assessore? E cosa comunica un sindaco che non nomina un assessore, si tiene la delega, ma si circonda non di consulenti ma di un comitato scientifico? È un segno di forza e competenza o debolezza? Di chi vuole investire o no sulla cultura? A ognuno la sua risposta. Governance può voler dire novità e competenza, certo. Ma politicamente, forse, anche divisione delle responsabilità e/o deresponsabilità. Trovo poi ingenerose alcune battute sulla cultura reggiana passata. E fuori luogo i toni trionfalistici del nuovo corso in cui si ricorda che “la verità è che non puoi fare davvero cultura se non hai una serie di competenze ad altissimo livello. Ora le abbiamo”. Ti viene da dire: “Oibò, in questi tre anni, dunque, be’, sì, non c’erano proprio, eh?” A ogni modo, evviva il nuovo comitato scientifico e buon lavoro. Ma la vera notizia è un’altra: in questi anni il Pd ha scelto di sopprimere l’assessorato alla cultura comunale, con un assessorato alla cultura misto pubblico privato: la Fondazione Palazzo Magnani. In nome della ottimizzazione degli investimenti, si è cambiata l’idea stessa di cultura. O è cultura-fai-da-te con funzioni ludico-ricreative e d’animazione dei luoghi, che si autoproducono gli stessi cittadini chiedendo piccole sovvenzioni al comune tramite il famigerato bandone - la cosiddetta cultura sociale, di serie B, diciamo. O si fa cultura alta con la Fondazione Palazzo Magnani, cultura altissima, levissima - cioè, per lo più, smercio e mercato culturale: si compra ciò che è diventato cultura e arte nei circuiti in cui questo è deciso e si ripropone qui. Con tanti saluti a qualsiasi idea di arte e cultura come ricerca e produzione politica e sociale. È quello che fece il Pd dopo lo scioglimento di Ds e Margherita: in una mano educazione e formazione, nell’altra cultura più o meno alta. Separate. Senza che l’una sappia o giudichi troppo quello che fa l’altra. Peccato che siano passati tanti anni. E che la specificità della nostra terra, in passato, sia stata tener uniti i due aspetti. Per questo propongo, al comitato scientifico di palazzo Magnani, un Festival Internazionale sull’Educazione.

*Insegnante e scrittore

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