Il chilometro d’oro che alletta l’industria
di Enrico Lorenzo Tidona
Le aree attorno alla stazione nel mirino degli investitori. Severi oggi con Calatrava rilancia le grandi infrastrutture a Reggio
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REGGIO EMILIA. Reggio balla da sola. E lo farà anche oggi, confermando la strategia tracciata da Unindustria a livello locale per bocca del suo presidente Mauro Severi, il cui mandato - ormai in scadenza - è stato puntato tutto sulla centralità mediopadana della nostra città, destinata ad acquistare peso specifico nello scacchiere italiano. Un volano che sta portando ad un aumento degli appetiti da parte di investitori che vogliono localizzare i loro affari nell’area nord, lungo il chilometro lastricato d’oro per quanti possiedono le aree adiacenti la stazione dell’alta velocità ferroviaria. Nella lista dei terreni prospicienti ci sono diversi proprietari, tra i quali Maramotti, la Varvit, Cabassi, ma anche Coopsette, la Tav e la Bonifica: tutte le anime pubblico-private che caratterizzano la città.
Lo scalo da 70 milioni di euro è diventato un monumento emblema dello sviluppo prossimo futuro, disegnato dall’archistar spagnola Santiago Calatrava, protagonista non casuale oggi dell’assemblea generale di Unindustria Reggio Emilia, tradizionale appuntamento annuale di riflessione proposto dagli imprenditori reggiani sulla realtà economico-sociale locale. L’evento avrà il titolo inequivocabile “Costruire nuove infrastrutture” e segna il terzo anno della presidenza di Mauro Severi, che ha caratterizzato il proprio mandato con l’idea del “costruire”, a significare il contributo degli industriali per la definizione di una nuova prospettiva di azione strategica. Del resto Severi più che manager resta in animo un architetto, progettista e restauratore, uomo vicino a Maramotti e agli altri “azionisti di maggioranza” del salotto industriale reggiano, che non intendono lasciarsi sfuggire il nuovo boom immobiliare che sembra ormai in procinto di esplodere alle porte della città.
Il “chilometro d’oro” che corre lungo l’autostrada all’altezza della stazione mediopadana, è in realtà più lungo ma iconico rispetto agli interessi concentrati attorno all’opera di Calatrava, che da sola non basta per capire l’acquisto di peso di Reggio Emilia nello scacchiere padano. Al centro dell’area situata a poche centinaia di metri dalla stazione ad alta velocità, c’è il casello autostradale della A1, e poco più a nord Mancasale, storico polo produttivo di Reggio Emilia, oggi completamente riqualificato e trasformato in parco industriale. Esteso su un’area di tre milioni di metri quadrati nell’area nord della città, è pronto all’insediamento di nuove imprese (leggi articolo sotto), oltre a quelle - più di 550 - già attive nei settori della meccanica avanzata, dell’abbigliamento, delle costruzioni, del terziario e del commercio. Un quadro d’insieme diventato ormai un ritornello. Ma è tutta acqua che scorre verso il mulino di Severi e degli industriali di casa nostra, che hanno fatto due scommesse, entrambe vinte secondo i dati. La prima è rimanere da soli evitando fusioni con i cugini delle confindustrie più vicine. Ecco allora che il modello unitario assunto dalla neo nata confindustria Emilia - che comprende Modena, Bologna e Ferrara - continua a non piacere. I grandi industriali reggiani preferiscono il salottino di via Toschi, consci di doverne aumentare presto il perimetro potendo irrobustire i distretti produttivi con nuovi partner e il portafogli con il risiko nell’immobiliare, che sta tornando quindi di moda. Insomma, padroni in casa propria, ma in ottica di area vasta, vale a dire di accordi stipulati su larga scala di volta in volta, senza doversi legare mani e piedi a nessuno. L’altra scommessa vinta è stata l’elezione del presidente di Confindustria nazionale, Vincenzo Boccia, imprenditore pescato a Salerno appoggiato da Reggio e uscito vittorioso sul vicino bolognese Vacchi, promotore con il suo mandato dell’industria 4.0, quella del futuro che strizza l’occhio alle aziende-laboratorio della meccatronica che prosperano a Reggio. Un appoggio importante e una presenza costante agli impegni assembleari di Unindustria Reggio Emilia.
Dall’alta velocità quindi si sta passando ai grandi affari nella capitale della manifattura nazionale, dove alla terra si sono sostituire le fabbriche, capaci di produrre quasi 10 miliardi di export realizzati nel 2016 per un valore pari al 2,3% del commercio estero de Paese. «Una piattaforma produttiva», come amano ormai inquadrarla gli industriali, che punta ora alla creazione di un politecnico regionale per formare i tecnici a beneficio degli imprenditori degli anni a venire.
Lo scalo da 70 milioni di euro è diventato un monumento emblema dello sviluppo prossimo futuro, disegnato dall’archistar spagnola Santiago Calatrava, protagonista non casuale oggi dell’assemblea generale di Unindustria Reggio Emilia, tradizionale appuntamento annuale di riflessione proposto dagli imprenditori reggiani sulla realtà economico-sociale locale. L’evento avrà il titolo inequivocabile “Costruire nuove infrastrutture” e segna il terzo anno della presidenza di Mauro Severi, che ha caratterizzato il proprio mandato con l’idea del “costruire”, a significare il contributo degli industriali per la definizione di una nuova prospettiva di azione strategica. Del resto Severi più che manager resta in animo un architetto, progettista e restauratore, uomo vicino a Maramotti e agli altri “azionisti di maggioranza” del salotto industriale reggiano, che non intendono lasciarsi sfuggire il nuovo boom immobiliare che sembra ormai in procinto di esplodere alle porte della città.
Il “chilometro d’oro” che corre lungo l’autostrada all’altezza della stazione mediopadana, è in realtà più lungo ma iconico rispetto agli interessi concentrati attorno all’opera di Calatrava, che da sola non basta per capire l’acquisto di peso di Reggio Emilia nello scacchiere padano. Al centro dell’area situata a poche centinaia di metri dalla stazione ad alta velocità, c’è il casello autostradale della A1, e poco più a nord Mancasale, storico polo produttivo di Reggio Emilia, oggi completamente riqualificato e trasformato in parco industriale. Esteso su un’area di tre milioni di metri quadrati nell’area nord della città, è pronto all’insediamento di nuove imprese (leggi articolo sotto), oltre a quelle - più di 550 - già attive nei settori della meccanica avanzata, dell’abbigliamento, delle costruzioni, del terziario e del commercio. Un quadro d’insieme diventato ormai un ritornello. Ma è tutta acqua che scorre verso il mulino di Severi e degli industriali di casa nostra, che hanno fatto due scommesse, entrambe vinte secondo i dati. La prima è rimanere da soli evitando fusioni con i cugini delle confindustrie più vicine. Ecco allora che il modello unitario assunto dalla neo nata confindustria Emilia - che comprende Modena, Bologna e Ferrara - continua a non piacere. I grandi industriali reggiani preferiscono il salottino di via Toschi, consci di doverne aumentare presto il perimetro potendo irrobustire i distretti produttivi con nuovi partner e il portafogli con il risiko nell’immobiliare, che sta tornando quindi di moda. Insomma, padroni in casa propria, ma in ottica di area vasta, vale a dire di accordi stipulati su larga scala di volta in volta, senza doversi legare mani e piedi a nessuno. L’altra scommessa vinta è stata l’elezione del presidente di Confindustria nazionale, Vincenzo Boccia, imprenditore pescato a Salerno appoggiato da Reggio e uscito vittorioso sul vicino bolognese Vacchi, promotore con il suo mandato dell’industria 4.0, quella del futuro che strizza l’occhio alle aziende-laboratorio della meccatronica che prosperano a Reggio. Un appoggio importante e una presenza costante agli impegni assembleari di Unindustria Reggio Emilia.
Dall’alta velocità quindi si sta passando ai grandi affari nella capitale della manifattura nazionale, dove alla terra si sono sostituire le fabbriche, capaci di produrre quasi 10 miliardi di export realizzati nel 2016 per un valore pari al 2,3% del commercio estero de Paese. «Una piattaforma produttiva», come amano ormai inquadrarla gli industriali, che punta ora alla creazione di un politecnico regionale per formare i tecnici a beneficio degli imprenditori degli anni a venire.
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