Reggio Emilia, trent’anni all’assassino di via Nacchi
Accolta la richiesta del pm: fu un delitto premeditato. Risarcito solo il compagno della vittima. La difesa: «Faremo appello»
REGGIO EMILIA. Un omicidio, di giorno e in pieno centro storico, capace di stordire la città per la brutalità, ma anche per la paura che fosse l’inizio di una lunga striscia di sangue, poi per fortuna non verificatasi. Era accaduto l’8 giugno di un anno fa lungo via Nacchi e per quelle tremende coltellate al connazionale (il 41enne Mahdi Sallami) è stato ieri condannato a trent’anni di carcere il tunisino 22enne Ahmed Ben Haj.
PREMEDITAZIONE. Nel processo con rito abbreviato – quindi con sconto di pena di un terzo – il gup Stefania di Rienzo ha accolto in toto la tesi accusatoria, cioè che il delitto fosse stato premeditato (come vendetta in quanto Ahmed era stato sfregiato al volto da Mahdi il 31 dicembre 2013) e che all’assassino non venissero concesse le attenuanti generiche in quanto il pm Isabella Chiesi (titolare dell’inchiesta) ritiene Ben Haj ben inserito in un contesto delinquenziale che ha come obiettivo la conquista di fette sempre più importanti del mercato della droga a Reggio, innescando una lotta sanguinaria fra bande. Un “quadro” a cui il pm Chiesi ha aggiunto – sempre durante la requisitoria – il considerare solo una mossa difensiva la confessione che il nordafricano fece quando venne estradato dalla Francia dove era fuggito per essere poi catturato dalla polizia dieci giorni dopo l’omicidio.
RISARCITO IL COMPAGNO. Dopo un’ora di camera di consiglio, il giudice nella sentenza ha riconosciuto una provvisionale di diecimila euro solo al compagno della vittima (il reggiano 59enne Silvano Morini che era insieme a Mahdi al momento dell’assassinio), rimandando comunque in sede civile il computo del risarcimento-danni per le sette parti civili (oltre al convivente anche i sei fratelli di Sallami) tutelate dall’avvocato Vainer Burani e che avevano chiesto complessivamente 800mila euro: «È stata riconosciuta la gravità del fatto – dice Burani, le cui parole vengono condivise da Morini, anche ieri presente in aula – e soprattutto la premeditazione, in quanto non solo si tratta di una vicenda che ha radici negli anni prima, ma anche perché quel tragico giorno Ben Haj aveva visto la sua “preda”, si era precipitato a comprare un coltello per poi avventarsi su Sallami in via Nacchi, colpendolo prima da dietro e poi con quattro coltellate quand’era già a terra».
IL PIANTO. L’avvocato difensore Noris Bucchi ha focalizzato la sua arringa – durata una quarantina di minuti – sulla “distruzione” della premeditazione. Accanto a lui l’imputato che piange quando il difensore parla di lui: «Si tratta di un extracomunitario, disadattato, non ha nessuno – rimarca il legale – e che poco prima del processo mi ha telefonato dal carcere per dirmi: “Avvocato ci vieni tu all’udienza, vero? Perché io ho solo te...”». Alla lettura della sentenza Ben Haj ha abbassato il capo e poi, da prassi, è stato riportato subito in carcere dalla polizia penitenziaria. All’uscita dall’aula l’avvocato Bucchi dà nuovamente battaglia: «Mi riservo ovviamente di leggere le motivazioni della sentenza (il giudice si è preso 90 giorni per depositarle, ndr), comunque ritengo che vi sia lo spazio per impugnare sotto due profili. Non vi sono elementi che provino la premeditazione a ben due anni e mezzo dallo sfregio che per l’accusa sarebbe il momento ideativo della vendetta. In secondo luogo ritengo sia giusto concedere le attenuanti generiche: ha confessato fin dal primo momento e spontaneamente». Mosse difensive per ottenere in Appello un sensibile “sconto” di pena: vedremo come andrà a finire.
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