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cronaca

«Un complotto dal carcere contro il sindaco Vecchi»

Dito puntato su Pasquale Brescia, Gianluigi Sarcone e due avvocati del processo Valerio: «Decisero di tirare in ballo anche la moglie per costringerlo a difenderci»


21 settembre 2017


REGGIO EMILIA. Pasquale Brescia e Gianluigi Sarcone, insieme all’avvocato Luigi Comberiati e a una collega (anche loro cutresi) «hanno architettato un complotto per ricattare il sindaco Luca Vecchi, per costringerlo a prendere le parti dei cutresi detenuti in Aemilia». Un complotto ordito in carcere, secondo quanto riportato nel verbale di deposizione dell’8 settembre, riempito con le dichiarazioni-fiume del neo pentito Antonio Valerio. L’imputato del processo, ora collaboratore di giustizia, riporta in auge la lettera scritta dal carcere da Brescia al sindaco di Reggio Emilia, divenuta oggetto di un processo finito con l’assoluzione degli imputati. Quella lettera, in cui Brescia si appellava a Vecchi, secondo i giudici di primo grado non conteneva alcuna minaccia. L’imprenditore cutrese, imputato nel processo Aemilia, è stato infatti assolto dall’accusa di minacce insieme al suo avvocato Luigi Comberiati, ripescati ora da Valerio che racconta dei retroscena, tornando anche su Maria Sergio, ex dirigente all’urbanistica in comune a Reggio, moglie del sindaco Vecchi nata a Cutro. «Maria Sergio è di origine cutrese» sono le parole riportate in maniera riassuntiva nei verbali del collaboratore di giustizia Valerio, che parla del nonno della Sergio come di un uomo al soldo di un vecchio sodalizio ’ndranghetista, poi caduto in disgrazia. «Sapendolo e sapendo anche che Maria Sergio ha lavorato all’urbanistica», dice Valerio, i due imputati al processo contro la ’ndrangheta al nord - che si sta celebrando in primo grado a Reggio Emilia - avrebbero ordito il complotto. Valerio spiega infatti che la lettera è partita quando lui ancora era in carcere a Prato, poi trasferito anch’egli alla Pulce di Reggio. Poi quando si sono ritrovati nello stesso carcere con Brescia e Sarcone, Antonio Muto (classe 1955) ha protestato con Brescia per l’iniziativa della lettera al sindaco. Anche Valerio, quando ha sentito che se ne parlava in carcere e ha capito qual era il senso dell’iniziativa, ha espresso il suo disaccordo. Non solo: Valerio conferma anche che ci sarebbe stata l’intenzione a far arrivare una seconda lettera, rimasta però ferma. Come tutte le dichiarazioni contenute nelle centinaia di pagine di deposizione fatte da Valerio da giugno a settembre davanti ai pm Marco Mescolini e Beatrice Ronchi, anche queste dovranno essere in qualche modo verificate. Salvo essere già state oggetto di indagine nel processo Aemilia bis, secondo troncone seguito alla maxi inchiesta sulla ’ndrangheta al nord, in cui erano otto gli imputati condannati poi fino a tre anni per vari reati, per i quali però non è stata riconosciuta l’aggravante mafiosa, caduta anche con le assoluzioni dall’accusa di minacce per la lettera al sindaco. Un processo con rito abbreviato davanti al Gup del tribunale di Bologna Alberto Gamberini, per il filone secondario di Aemilia. Assolti perché il fatto non sussiste sono stati Brescia e Comberiati (difeso dall’avvocato Gianluca Malavasi), accusati di minacce per la lettera indirizzata al primo cittadino e recapitata l’1 febbraio 2016 all’edizione reggiana del Resto del Carlino. Brescia è stato condannato poi a cinque mesi e 10 giorni per un’altra imputazione. Per Brescia e Comberiati i pm Marco Mescolini e Beatrice Ronchi avevano chiesto rispettivamente tre anni e quattro mesi e un anno e quattro mesi. Ora, i nuovi retroscena, potrebbero essere materiale ulteriore per l’eventuale appello.

Enrico Lorenzo Tidona

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