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«La cosca? Vi svelo tutti i nomi»

Valerio fa l’identikit degli ndranghetisti: «Brescia, Iaquinta e Mesiano al servizio del clan»


22 settembre 2017 di Tiziano Soresina


REGGIO EMILIA. La cosca ai raggi x, senza sconti per nessuno, inquadrandone gli affari loschi portati avanti per anni in Emilia e a Reggio Emilia in particolare.

È partito da qui – nelle sue rivelazioni messe nero su bianco in estate davanti alla Dda di Bologna – Antonio Valerio, da martedì in aula al maxi processo Aemilia per deporre come pentito ed imputato.

Dice di parlare come “storico” esponente ndranghetistico, facendo subito una sottolineatura complessiva non indifferente messa a verbale, cioè che “il sodalizio operante in Emilia era pienamente autonomo rispetto alla consorteria di Cutro, pur conservando il legame storico e di condivisione degli affari”.

Ed è tutto uno snocciolare di nomi. Parte da Michele Bolognino definendolo un affiliato che originariamente era legato alla cosca Megna (“Ho saputo che era un esponente della ’ndrangheta da Blasco Gaetano, da Sarcone Nicolino, da Diletto Alfonso, da Turrà Roberto”), per poi passare ad Alfonso Diletto che indica come capo: “è il referente economico patrimoniale del sodalizio ’ndranghetistico, con compiti di raccordo con le consorterie in Calabria e con un ruolo nella cosca Grande Aracri”. Specifica le sue attività commerciali ed imprenditoriali, senza comparire formalmente nella società: “il bar di fronte alla Habana, l’attività del ferro, un bar a Sorbolo, un complesso di appartamenti a Las Terenas a Santo Domingo, il complesso piscina e palestra Aqualena”. Diletto indice riunioni per calmare gli animi, quando “insorgevano problematiche che riguardavano il sodalizio, scontri, discussioni, conflitti”. È un “padrino” come pure Nicolino Sarcone di cui Valerio parla come un capo che indice le riunioni insieme a Diletto. Poi allarga il campo sulla famiglia Sarcone: “Sono tutti parte della consorteria, sia Carmine, sia Gianluigi, sia Peppe”, anche se non sa se sono stati formalmente affiliati con rito. Su Rocco Femia (pure lui ora collaboratore di giustizia) è quasi lapidario, dicendo che gestiva il mercato degli apparecchi e delle piattaforme da gioco. Un altro capo oltre che “padrino” sarebbe Francesco Lamanna e su di lui ci va giù duro (“è stato mandante di vari omicidi”) per poi specificarne l’operatività nel Mantovano, coordinandosi con gli altri vertici della cosca (cioè Diletto e Sarcone). Per Valerio altra figura di primo piano è Antonio Gualtieri che è subentrato a Romolo Villirillo (“quando questi ha sottratto soldi alla consorteria”), quest’ultimo in stretti rapporti con Nicolino Grande Aracri. Relativamente ad Antonio Silipo lo inquadra come parente di Romolo Villirillo, per poi rimarcare che è “sottoposto a Sarcone Nicolino ed a Peppe Sarcone”. Racconta anche la “storia” di Salvatore Cappa – detto “Turuzzo” – indicandolo come un esponente del clan sin dagli anni Novanta, con trascorsi nelle fila dei Dragone. Poi sono numerosi i riferimenti a Gaetano Blasco “dipinto” come molto ben inserito negli affari sporchi della cosca. Lo ritiene l’autore dell’ incendio di un tetto in costruzione da parte dell’imprenditore edile d’origine cutrese Antonio Olivo (ex consigliere comunale Pd) che poi aveva terrorizzato dicendogli che doveva andare da lui per la costruzione dei tetti. Sempre Olivo avrebbe detto a Valerio che “il suo politico di riferimento era Scarpino”.

A tinte fosche il “ritratto” di Carmine Belfiore: “a disposizione dei Sarconiani, un azionista nel campo degli attentati incendiari e più in generale era un azionista, anche per omicidi”. Di Gianni Floro Vito ricorda che sia stato un “collettore in attività illecite, dalle false fatturazioni all’usura”. Ma tira dentro tutti e quattro i fratelli Floro Vito: “non solo Gianni, ma anche Giuliano (sin dai tempi di Villirillo Antonio e di Macrì Antonio), Selvino (soprattutto nella parte delle false fatturazioni e delle truffe), Antonio”.Non ha dubbi nemmeno sull’ex autista del questore, cioè Domenico Mesiano (“è un partecipe del sodalizio”), che gli aveva rivelato “che non avrebbe avuto alcun problema a recarsi presso l’abitazione di Grande Aracri Nicolino, quando questi non era in carcere”. Per Valerio “fa parte della consorteria emiliana” Giuseppe Iaquinta, rammentandone la partecipazione a due riunioni al ristorante “Antichi Sapori” (un incontro fu così lungo che dal pranzo si arrivò fino alla cena...) di Pasquale Brescia (“fa parte della ’ndrangheta, sotto l’ala Sarconiana”). Altri affiliati – sempre per il pentito – sono Antonio Muto (classe 1978), Alfonso Paolini, Alfredo e Francesco Amato, Alfonso Martino, Palmo e Giuseppe Vertinelli.E ritaglia un posto a sè per Luigi Muto che “ha ora acquisito, dopo gli arresti di Aemilia, un ruolo centrale nel sodalizio emiliano, un ruolo importante negli investimenti della cosca”.

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