La Bonvicini si difende e risponde a giudice e pm
Cadelbosco, la 65enne è tra gli otto arrestati per il caso FederItalia a Parma Secondo l’accusa, l’associazione antiusura veniva usata per evadere le tasse
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CADELBOSCO SOPRA. Non rinuncia a battersi e a fornire la propria versione dei fatti Wally Bonvicini, la 65enne imprenditrice del campo della moda originaria di Cadelbosco arrestata domenica scorsa dalla guardia di finanza di Parma. La donna, da oltre 40 anni residente a Parma, dove nel 2012 si è anche presentata come candidata sindaco alle elezioni comunali, è la presidente dell’associazione FederItalia a tutela dei diritti dei cittadini contro l’usura. Secondo la guardia di finanza e la magistratura inquirente l’organizzazione è stata utilizzata in questi anni come un paravento per gestire in realtà una struttura pensata per evadere le tasse grazie a operazioni finanziarie all’estero.
Dopo un lungo lavoro investigativo, una settimana fa la guardia di finanza ha effettuato otto arresti fra Parma e Reggio, a cui si uniscono ventisei persone indagate e il sequestro di conti correnti per oltre sette milioni di euro, una cinquantina di società, dodici immobili e due siti internet. La Bonvicini è ritenuta la mente e la referente principale dell’intera struttura criminale, a cui forniva sia la copertura garantita da FederItalia sia la sua rete di contatti e la regia.
Giovedì mattina, nel carcere di Parma, è stata sottoposta all’interrogatorio di garanzia e ha deciso nonostante tutto di rispondere alle domande del gip e del pubblico ministero Emanuela Podda. Una scelta che ha sorpreso il suo stesso legale, l’avvocato Luca Berni, che ha poi parlato del colloquio alla stampa parmigiana.
La Bonvicini ha spiegato il proprio operato e si sarebbe mostrata convinta delle proprie mosse e della bontà delle sue azioni, respingendo le accuse. Infine, ha chiesto ai propri avvocati di valutare un reclamo al Tribunale della libertà per ottenere la scarcerazione il prima possibile. In attesa delle novità giudiziarie, rimane quindi l’immagine di una Bonvicini combattiva e non cambiata dall’arresto: negli anni la 65enne originaria di Cadelbosco si è presentata come una donna determinata nelle sue battaglie, come la campagna anti-Equitalia e la candidatura alle elezioni amministrative del 2012, quelle che hanno visto l’elezione di Pizzarotti a sindaco.
L’impianto di prove costruito dalla guardia di finanza e dalla procura rimane comunque corposo. Secondo le indagini, il gruppo che faceva capo alla Bonvicini aveva un ampio pacchetto di clienti alla ricerca di modi per evitare le tasse italiane e disposti a pagare comunque cifre elevate. Lo schema operativa era la creazione di “trust”, negozi giuridici che permettevano di trasferire formalmente a terze persone all’estero (le sedi predilette erano Croazia, Slovenia e Senegal) capitali di grandi dimensioni. A quel punto, gli “evasori” non avevano più nulla di cui rispondere in Italia, né al fisco né ad eventuali creditori, ma in realtà mantenevano ovviamente il controllo sui propri patrimoni espatriati.
In diversi casi l’organizzazione avrebbe ingannato anche i propri clienti, imprenditori in difficoltà che cercavano con queste strade illegali di mantenere i propri soldi e le proprie proprietà. Il gruppo si faceva consegnare le risorse con la promessa di renderli inattaccabili dallo Stato italiano e di restituirli usando vitalizi mensili non tracciabili fiscalmente. In realtà, questi fondi non venivano mai resi, i “promotori” sparivano sul più bello e i truffati non potevano nemmeno denunciare il tutto, se non rischiando di essere incriminati a propria volta.
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Dopo un lungo lavoro investigativo, una settimana fa la guardia di finanza ha effettuato otto arresti fra Parma e Reggio, a cui si uniscono ventisei persone indagate e il sequestro di conti correnti per oltre sette milioni di euro, una cinquantina di società, dodici immobili e due siti internet. La Bonvicini è ritenuta la mente e la referente principale dell’intera struttura criminale, a cui forniva sia la copertura garantita da FederItalia sia la sua rete di contatti e la regia.
Giovedì mattina, nel carcere di Parma, è stata sottoposta all’interrogatorio di garanzia e ha deciso nonostante tutto di rispondere alle domande del gip e del pubblico ministero Emanuela Podda. Una scelta che ha sorpreso il suo stesso legale, l’avvocato Luca Berni, che ha poi parlato del colloquio alla stampa parmigiana.
La Bonvicini ha spiegato il proprio operato e si sarebbe mostrata convinta delle proprie mosse e della bontà delle sue azioni, respingendo le accuse. Infine, ha chiesto ai propri avvocati di valutare un reclamo al Tribunale della libertà per ottenere la scarcerazione il prima possibile. In attesa delle novità giudiziarie, rimane quindi l’immagine di una Bonvicini combattiva e non cambiata dall’arresto: negli anni la 65enne originaria di Cadelbosco si è presentata come una donna determinata nelle sue battaglie, come la campagna anti-Equitalia e la candidatura alle elezioni amministrative del 2012, quelle che hanno visto l’elezione di Pizzarotti a sindaco.
L’impianto di prove costruito dalla guardia di finanza e dalla procura rimane comunque corposo. Secondo le indagini, il gruppo che faceva capo alla Bonvicini aveva un ampio pacchetto di clienti alla ricerca di modi per evitare le tasse italiane e disposti a pagare comunque cifre elevate. Lo schema operativa era la creazione di “trust”, negozi giuridici che permettevano di trasferire formalmente a terze persone all’estero (le sedi predilette erano Croazia, Slovenia e Senegal) capitali di grandi dimensioni. A quel punto, gli “evasori” non avevano più nulla di cui rispondere in Italia, né al fisco né ad eventuali creditori, ma in realtà mantenevano ovviamente il controllo sui propri patrimoni espatriati.
In diversi casi l’organizzazione avrebbe ingannato anche i propri clienti, imprenditori in difficoltà che cercavano con queste strade illegali di mantenere i propri soldi e le proprie proprietà. Il gruppo si faceva consegnare le risorse con la promessa di renderli inattaccabili dallo Stato italiano e di restituirli usando vitalizi mensili non tracciabili fiscalmente. In realtà, questi fondi non venivano mai resi, i “promotori” sparivano sul più bello e i truffati non potevano nemmeno denunciare il tutto, se non rischiando di essere incriminati a propria volta.
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