«Ragazzino disabile ma credibile Il pakistano deve andare in cella»
di Giuseppe Boi
Per i giudici di Bologna il reo confesso non ha affatto uno «straordinario senso di autodisciplina» e le sue dichiarazioni sono smentite dalla vittima, sì malata ma non in grado di raccontare bugie
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BASSA REGGIANA. Per il gip Giovanni Ghini il pedofilo era dotato di uno «straordinario senso di autodisciplina», tanto da meritare prima i domiciliari e poi essere scarcerato e sottoposto alla misura dell’obbligo di firma in caserma e divieto di avvicinamento alla vittima. Per il tribunale della libertà di Bologna, invece, il 21enne reo confesso di stupro nei confronti di un 13enne è «persona oltremodo pericolosa» tanto da meritare il carcere. Due visioni contrapposte. Valutazioni così distanti al punto che i giudici bolognesi hanno sconfessato il gip reggiano e hanno definito le sue ordinanze «di difficile comprensione sul piano logico prima ancora che sul piano concreto». Alla fine il giovane pakistano, che questa estate ha stuprato un bimbo disabile, in cella ci andrà per una sua scelta: ha rinunciato a impugnare la decisione del riesame e per lui si apriranno le porte del carcere (vedi articolo sotto). Restano però gli strascichi di una battaglia in punta di diritto che ha portato a un’ispezione ministeriale nel tribunale di Reggio e a un’inchiesta del Csm a carico di Ghini.
Le differenze di valutazione ruotano intorno al peso dato alle dichiarazioni della vittima e del carnefice. Il primo è un bambino di 13 anni con disabilità fisica e un ritardo mentale. Il secondo un reo confesso di stupro in fuga dal Pakistan per evitare le conseguenze di un’altra violenza sessuale ai danni di 13enne e di un tentativo a carico di un’altra ragazzina della medesima età. Quest’ultimo ha ammesso di «avere avuto un rapporto con il minore» ma ha spiegato che era «consenziente tanto che, a dire dell'indagato, lo stesso minore aveva assunto l’iniziativa» e che la vittima aveva sì un handicap fisico ma «per il resto era del tutto normale».
Un fatto, però, smentito dalla perizia richiesta dal Pm Maria Rita Pantani, depositata agli atti lo scorso 1 agosto. Una consulenza tecnica, realizzata da una psicologa del policlinico di Modena, che si basa non solo sull’audizione del minore violentato, ma anche sulla documentazione fornita dalla pediatra che lo visitò dopo lo stupro e dal servizio di neuropsichiatria dell’Ausl di Correggio.
Da questo emerge che, se è vero che il ragazzo ha «una disabilità intellettiva di grado moderato», altrettanto vero è che il suo narrato è credibile.
«Secondo quanto valutato dal consulente tecnico – si legge nella sentenza del riesame –, “le ridotte risorse del minore rendono per lui difficoltoso comprendere le situazioni sociali e i contesti, così come le conseguenze delle azioni proprie e altrui”. Nonostante i limiti di precisione (...) diversi fattori sostanziano un giudizio di “credibilità clinica”». Il 13enne non sa dire bugie perché in «difetto di risorse intellettive sufficienti per produrre il narrato di un evento immaginario». «La terminologia adottata» è «spontanea e non mediata da altri». «Il timore di essere arrestato dalle forze dell’ordine» è «indicativo della assenza in capo al minore della ricerca di qualche vantaggio secondario nel confidare ciò di cui sarebbe vittima».
Insomma, una «credibilità intrinseca delle dichiarazioni del minore» che, secondo il riesame, non solo incastra il 21enne pakistano, ma che aggrava la sua posizione. Non ha caso è stato richiesto il carcere e per «l’abuso di inferiorità fisica e psichica del minore» il reato è stato riqualificato ai sensi degli articoli 609 bis e ter del codice penale.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Le differenze di valutazione ruotano intorno al peso dato alle dichiarazioni della vittima e del carnefice. Il primo è un bambino di 13 anni con disabilità fisica e un ritardo mentale. Il secondo un reo confesso di stupro in fuga dal Pakistan per evitare le conseguenze di un’altra violenza sessuale ai danni di 13enne e di un tentativo a carico di un’altra ragazzina della medesima età. Quest’ultimo ha ammesso di «avere avuto un rapporto con il minore» ma ha spiegato che era «consenziente tanto che, a dire dell'indagato, lo stesso minore aveva assunto l’iniziativa» e che la vittima aveva sì un handicap fisico ma «per il resto era del tutto normale».
Un fatto, però, smentito dalla perizia richiesta dal Pm Maria Rita Pantani, depositata agli atti lo scorso 1 agosto. Una consulenza tecnica, realizzata da una psicologa del policlinico di Modena, che si basa non solo sull’audizione del minore violentato, ma anche sulla documentazione fornita dalla pediatra che lo visitò dopo lo stupro e dal servizio di neuropsichiatria dell’Ausl di Correggio.
Da questo emerge che, se è vero che il ragazzo ha «una disabilità intellettiva di grado moderato», altrettanto vero è che il suo narrato è credibile.
«Secondo quanto valutato dal consulente tecnico – si legge nella sentenza del riesame –, “le ridotte risorse del minore rendono per lui difficoltoso comprendere le situazioni sociali e i contesti, così come le conseguenze delle azioni proprie e altrui”. Nonostante i limiti di precisione (...) diversi fattori sostanziano un giudizio di “credibilità clinica”». Il 13enne non sa dire bugie perché in «difetto di risorse intellettive sufficienti per produrre il narrato di un evento immaginario». «La terminologia adottata» è «spontanea e non mediata da altri». «Il timore di essere arrestato dalle forze dell’ordine» è «indicativo della assenza in capo al minore della ricerca di qualche vantaggio secondario nel confidare ciò di cui sarebbe vittima».
Insomma, una «credibilità intrinseca delle dichiarazioni del minore» che, secondo il riesame, non solo incastra il 21enne pakistano, ma che aggrava la sua posizione. Non ha caso è stato richiesto il carcere e per «l’abuso di inferiorità fisica e psichica del minore» il reato è stato riqualificato ai sensi degli articoli 609 bis e ter del codice penale.
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