«Quel titolare va svergognato con un sit-in»
Ramona Campari (Cgil): «Ci sono tante leggi, ma aggirate nel privato. Ragazze scendete in piazza»
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REGGIO EMILIA. «Gli imprenditori che pongono come condizione alle dipendenti di non restare incinta andrebbero smascherati ed esposti al pubblico ludibrio, magari con una bella manifestazione davanti all’azienda, con tanto di cartelli. Se la ragazza è disponibile, noi del sindacato ci siamo». Ramona Campari, 65 anni, ora in pensione, fa parte del direttivo della Cgil e per anni ha seguito le Pari Opportunità e il lavoro privato, oltre ad essere stata segretaria nazionale del commercio.
«Un settore che conta oltre il 70% di occupazione femminile, il che non significa che le donne non siano discriminate, anzi». Campari è anche una memoria storica: «Quasi trent’anni fa, nel 1989, noi donne della Cgil organizammo il concorso Gallo d’Oro: lo otteneva l’azienda che trattava peggio le donne. Lei non ha idea di quante segnalazioni ci arrivarono, all’epoca. Si potrebbe ripristinare il “premio” per il titolare in questione»
Cosa ne pensa di questo episodio?
«Una vergogna. Uno scandalo, che nel 2017 ci siano ancora datori di lavoro che osano porre questo ricatto. Questo caso dimostra come culturalmente in questo Paese non sia cambiato molto: dal punto di vista legislativo sono stati fatti grossi passi avanti, ma nella quotidianità è cambiato poco e, causa crisi, direi in peggio. Spesso le leggi non trovano pratica attuazione. Soprattutto nelle piccole aziende, ci sono mille escamotage per far sì che le donne (che rimangono le più penalizzate anche a livello di stipendio) siano messe nelle condizioni di andarsene».
Come poteva difendersi l’aspirante dipendente?
«Avrebbe potuto filmare o registrare il colloquio e con quello denunciare la controparte. Ma è ovvio che il lavoro non lo avrebbe ottenuto in ogni caso. A mio avviso le giovani donne di oggi dovrebbero prendere in mano la loro vita lavorativa, alzare la testa e scendere in piazza: la mia generazione ha già dato, ora tocca a loro».
Scendere in piazza di questi tempi, quando già trovare lavoro è considerata una fortuna, non le pare poco praticabile? Non le sembra che regni la rassegnazione?
«Purtroppo sì e non voglio colpevolizzare nessuno, però, santo cielo, bisogna reagire. Per le donne che ci hanno preceduto era ancora più dura. Le conquiste sociali avvengono solo quando c’è una mobilitazione collettiva».
Numeri del fenomeno discriminazione in rosa?
«Ci sono i numeri di differenza contributiva, quelli sulla progressione della carriera, le dimissioni volontarie nel periodo di divieto di licenziamento per maternità: queste ultime possono dire molto. Ma è un quadro ancora sfocato e sommerso. E con forti differenze tra settori: in un colloquio con un ente pubblico una domanda del genere non si farà mai, mentre nel privato tutto è possibile». (am.p.)
«Un settore che conta oltre il 70% di occupazione femminile, il che non significa che le donne non siano discriminate, anzi». Campari è anche una memoria storica: «Quasi trent’anni fa, nel 1989, noi donne della Cgil organizammo il concorso Gallo d’Oro: lo otteneva l’azienda che trattava peggio le donne. Lei non ha idea di quante segnalazioni ci arrivarono, all’epoca. Si potrebbe ripristinare il “premio” per il titolare in questione»
Cosa ne pensa di questo episodio?
«Una vergogna. Uno scandalo, che nel 2017 ci siano ancora datori di lavoro che osano porre questo ricatto. Questo caso dimostra come culturalmente in questo Paese non sia cambiato molto: dal punto di vista legislativo sono stati fatti grossi passi avanti, ma nella quotidianità è cambiato poco e, causa crisi, direi in peggio. Spesso le leggi non trovano pratica attuazione. Soprattutto nelle piccole aziende, ci sono mille escamotage per far sì che le donne (che rimangono le più penalizzate anche a livello di stipendio) siano messe nelle condizioni di andarsene».
Come poteva difendersi l’aspirante dipendente?
«Avrebbe potuto filmare o registrare il colloquio e con quello denunciare la controparte. Ma è ovvio che il lavoro non lo avrebbe ottenuto in ogni caso. A mio avviso le giovani donne di oggi dovrebbero prendere in mano la loro vita lavorativa, alzare la testa e scendere in piazza: la mia generazione ha già dato, ora tocca a loro».
Scendere in piazza di questi tempi, quando già trovare lavoro è considerata una fortuna, non le pare poco praticabile? Non le sembra che regni la rassegnazione?
«Purtroppo sì e non voglio colpevolizzare nessuno, però, santo cielo, bisogna reagire. Per le donne che ci hanno preceduto era ancora più dura. Le conquiste sociali avvengono solo quando c’è una mobilitazione collettiva».
Numeri del fenomeno discriminazione in rosa?
«Ci sono i numeri di differenza contributiva, quelli sulla progressione della carriera, le dimissioni volontarie nel periodo di divieto di licenziamento per maternità: queste ultime possono dire molto. Ma è un quadro ancora sfocato e sommerso. E con forti differenze tra settori: in un colloquio con un ente pubblico una domanda del genere non si farà mai, mentre nel privato tutto è possibile». (am.p.)
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