"Divieto" a una lavoratrice di restare incinta: «Inaccettabile»
Le reazioni al caso segnalato da una reggiana. Prampolini (Confcommercio) indignata. Spaggiari (Cna): «Lo Stato deve prevedere ulteriori agevolazioni»
REGGIO EMILIA. Il caso della trentenne, a cui è stato posto l’impegno a non avere figli per tre anni come condizione per ottenere un nuovo posto di lavoro, fa indignare non solo i lavoratori e i sindacalisti di ambo i sessi, ma anche le imprenditrici più responsabili.
Donatella Prampolini, presidente della Confcommercio, è categorica: «Non approviamo questa discriminazione, che non è legale. Personalmente la condanno anche in quanto madre di tre figli. Sono convinta non solo che i tempi di lavoro debbano essere conciliati con quelli della maternità, ma anche che una donna renda meglio nel lavoro se corona la sua aspirazione ad avere figli».
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Il settore commerciale è il più adatto a verificare queste difficoltà, essendo quello a più alta componente femminile. «Nel commercio – sottolinea – ogni giorno assumiamo donne che hanno meno di 30 anni, grazie anche agli incentivi economici. Mettiamo in conto che vorranno diventare madri».
La mancata assunzione, che la Gazzetta ha segnalato ieri, si riferisce proprio a un ruolo impiegatizio in un’impresa commerciale. «Quella – obietta – non è affatto una prassi consolidata. Non ho mai avuto notizia di casi simili. L’imprenditore che se ne rende responsabile ne risponderà alla propria coscienza».
A Reggio, poi, abbondano i servizi educativi e sociali che sostengono la maternità: «Anche noi come impresa – aggiunge – volevamo creare un asilo aziendale. Poi non l’abbiamo realizzato per motivi burocratici, ma viviamo in una terra in cui i servizi per le famiglie non scarseggiano. Non ci si può lamentare del calo delle nascite e, nello stesso tempo, ostacolare la lavoratrice che vuole avere figli».
Probabilmente quello denunciato non è un episodio isolato. Chiunque può constatare che più facilmente vengono assunte donne o molto giovani, di per sè intenzionate a rimandare la maternità, o già sgravate di quel peso. Peraltro nessun datore di lavoro minimamente accorto si sognerebbe mai di porre condizioni o ammettere discriminazioni penalmente perseguibili.
Alessandra Spaggiari, titolare di un salone da parrucchiera e presidente di Cna-Benessere e Sanità, nega che la preferenza per certe fasce d’età sia dovuta a tali motivi: «Queste scelte sono dovute piuttosto a motivi economici. Si preferiscono i più giovani perché costano meno e le persone mature perché hanno una specializzazione».
Spaggiari, comunque, ammette che non è una bella sorpresa, per un’imprenditrice, trovarsi a casa una dipendente appena assunta: «Nella mia categoria – osserva – è previsto per la maternità un congedo obbligatorio di un anno e mezzo. Sta nel buon senso della lavoratrice rimandarlo di qualche anno. Io stessa, quando ero dipendente, mi sono comportata così. Tuttavia esistono agevolazioni per le imprese. La maternità può essere vantaggiosa, perché possono assumere con sgravi fiscali e contributivi un sostituto specializzato». Il danno per le imprese, quindi, sembra derivare soprattutto dalla precoce assenza di un dipendente appena formato: «A me – riferisce – non è capitato. Lo Stato, però, dovrebbe prevedere ulteriori agevolazioni per le imprese che subiscono queste assenze improvvise e prolungate del personale».
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