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Fascismi, comunismi, leghismi

Stefano Scansani
Fascismi, comunismi, leghismi

L'editoriale del direttore Stefano Scansani sulla mozione anti-comunismo presentata dalla Lega Nord reggiana

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“Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”. Benito Mussolini

 

REGGIO EMILIA. Novantacinque anni dopo il programmatico discorso del duce, il consiglio comunale di Soragna ha approvato la mozione leghista che propone di mettere al bando l’ideologia comunista. È la contro-risposta alla Legge Fiano che punisce chi propaganda fascismo e nazismo. È una mossetta elettorale nell’italianissimo giochetto del nero e del rosso. Brutta malattia.

La minaccia mussoliniana di dare un calcio al Parlamento (cosa avvenuta e mantenuta per il ventennio di dittatura, le leggi razziali, i 5 anni di guerra mondiale, però i treni erano in orario) da sola fornisce la risposta maiuscola sulla differenza tra il nero e il rosso. Quest’ultimo, occidentale, italiano, costituzionale, ha invece operato affinché la rappresentanza in Parlamento fosse di tutti. Anche del Msi che i fasci voleva rianimare.

Già sento la sollevazione: il comunismo in Urss ha fatto stragi; in Cina altrettanto, a Cuba resiste nonostante Trump, e comunista è la dittatura in Venezuela quanto il missilistico Kim Jong-un... e lascio stare tutta la prosopopea e il revisionismo sulla Resistenza.

È lecito combattere il comunismo. È illogico equipararlo al fascismo, per le idealità. Al riguardo la stima del leader leghista Matteo Salvini per Vladimir Putin è esemplare. Formalmente quest’ultimo è il presidente della Federazione Russa, ma sostanzialmente sogna un panslavismo di tipo sovietico para-zarista. Salvini ai suoi esordi politici era stato fondatore e leader dei Comunisti Padani ed è noto il suo giudizio positivo su sinistra e classi popolari nella storia: una presa sociale che vorrebbe trasferire sulla sua Lega.

E vengo alla parmense Soragna, 46 chilometri da Reggio Emilia, neanche 5mila abitanti, amministrata da una giunta retta da una lista civica di destra (si può scrivere? c’è una lista civica all’opposizione, quindi di sinistra). La mozione è stata presentata da Maria Pia Piroli, consigliera del gruppo “Soragna ci Lega”. Approvata con 6 voti (4 contrari e 2 astenuti), l’iniziativa sta facendo scuola. È lo stesso testo che Gianluca Vinci, capogruppo in Sala Tricolore e segretario emiliano, ha scritto di suo pugno e poi diffuso in tutti i 70 consigli comunali dell’Emilia in cui è presente il Carroccio. A partire dai consigli comunali reggiani.

Gli spiriti dei vecchi comunisti col colbacco la definirebbero un stigamèint, un’istigazione nella terra degli integerrimi cooperatori, partigiani, fischia il vento, compagni, miglioristi del c’era una volta il comunismo con un monumento a Lenin a Cavriago e a Peppone a Brescello. Anche quest’ultimo potrebbe rappresentare un’apologia dei regimi comunisti nella Bassa indigena.

Il capo leghista reggiano provoca le amministrazioni locali che – secondo me – se ne faranno un baffo (stalinista). Mercoledì il documento sarà sottoposto al vaglio della riunione dei capigruppo, che decideranno se e quando la mozione passerà al voto dell’aula. Poche le probabilità di trionfo. Il leghistissimo Vinci sa perfettamente che la proposta di messa al bando del comunismo ha, invece, l’ambizione di agglomerare destre, ultradestre, incerti, arrabbiati e indignati intorno alla Lega.

E qui cominciano le dubitazioni. Se la mozione l’avessero presentata i camerati, i nostalgici del saluto romano quasi quasi capirei. Invece è il leghismo a provare a fare l’accumulatore delle pulsioni-reazioni nere. Come se il suo spasmo-orgasmo in camicia verde per le libertà delle nazioni, per la secessione dal centralismo italiano, per le autonomie, per gli antimeridionalismi (il Po sacro confine fornitore d’acqua benedetta) siano ricordi inconfessabili.

In questo capitolo mangia-comunisti emerge uno sprint di propaganda rispetto alla “Cosa” che il redivivo Berlusconi sta organizzando, rispetto alla marginalità dei Fratelli d’Italia, e anche a riguardo di certe anime che vivono dentro il Movimento Cinque Stelle. Tutti sono correlati da un denominatore comune: nessuno mai condanna il fascismo, o pronuncia la parola anti-fascismo. Perché altrimenti certi substrati del consenso resterebbero delusi e confusi.

Il tema dell’egemonia e del premierato perturba il blocco di destra, mentre quello di sinistra è a pezzi. Dunque prendono vigore le accuse tribali e vecchissime, con il punto esclamativo annesso: comunisti! fascisti! In vista delle elezioni la gamma delle fantasie politiche rischia di liofilizzarsi qui.

Chiudo con l’olio di ricino delle parole. Mentre per lo sfarinamento del Pd e degli scissionisti vale sempre e comunque la lezione di Nanni Moretti del “dì qualcosa di sinistra!”, per la destra vige il contrario. Tutti dicono cose di destra, super destra. Esagerano con i destrismi sempre più estremi con il rischio di sconfinare nel “finitela di dire cose fasciste!”.

E chi la dura la vince, o meglio, Chi si ferma è perduto, (il motto fu pronunciato da Mussolini a Genova nel 1938. Davvero vi piace?).

s.scansani@gazzettadireggio.it
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