«Autonomia, ho già chiamato Gentiloni»
Il presidente della Regione dopo il sì incassato in aula: «È stato un voto storico. Ora cercheremo l’intesa con il Governo»
REGGIO EMILIA. «La prima cosa che ho immediatamente fattoun minuto dopo il via libera dell’assemblea legislativa, è stata la telefonata a Palazzo Chigi per chiedere un incontro con il Presidente del Consiglio, in modo da attivare prima possibile il confronto tra Regione e Governo». E poi: «È semplicemente surreale quello che è accaduto ieri l’altro in aula: quel teatrino promosso dai leghisti con lo sventolio delle bandiere della Romagna e dell’Emilia per chiedere la divisione addirittura in due regioni. Forse, non governandola, loro sanno che renderebbero entrambe le parti più deboli e molto meno competitive, oggi che l’Emilia-Romagna è prima per crescita, occupazione ed export».
All’indomani del via libera sancito dall’assemblea legislativa, la macchina si è subito messa in moto. E il presidente della Regione, Stefano Bonaccini, si è già attivato per aprire un confronto con il Governo: l’obiettivo è la “via emiliana” all’autonomia. Non attraverso un referendum, come quello proposto da Veneto e Lombardia, in programma il 22 ottobre. Ma attraverso un percorso che, partendo dalle possibilità offerte dall’articolo 116 della Costituzione, cercherà di approdare ad un’intesa con Palazzo Chigi.
Presidente, si aspettava tutta questa “enfasi” sul voto in aula?
«È stato un voto a suo modo “storico”, perché è il mandato ad avviare percorso mai riuscito a nessuno nel nostro Paese. Ci provò, pensi un po’, la Lombardia guidata da Formigoni, con alter ego il Governo Prodi, nel decennio passato, ma fu poi l’arrivo del Governo Berlusconi (con ministri Zaia e Maroni) a rimettere tutto nel cassetto. Dunque un po’ di enfasi ci sta, l’importante è mantenere piedi ben piantati per terra e cercare di spiegare bene cosa stiamo provando a fare».
Ritiene che il tempismo con i fatti di Barcellona abbia avuto riflessi sul voto dell'assemblea?
«Beh, l’esposizione in aula, da parte dei leghisti, della bandiera catalana confermerebbe questo, peraltro dovrebbero spiegare se anche loro vorrebbero indipendenza, cioè secessione. E in effetti aver proposto di dividere l’Emilia dalla Romagna ha squarciato il vero obiettivo della Lega. Noi invece siamo per la sacralità dell’unità nazionale e per non dividere in due questa bellissima Regione. Per il resto, il voto che si è sviluppato sarebbe in ogni caso stato esattamente quello avvenuto».
Non crede tuttavia che quanto avvenuto in aula, con l'esposizione di bandiere e la sospensione della seduta, dia l’immagine di una politica più folcloristica che affidabile?
«La penso esattamente così: il rischio è proprio quello della percezione, da parte dei cittadini, di un teatrino goliardico invece del luogo della rappresentanza elettiva dei cittadini stessi. Ognuno si prenderà le proprie responsabilità: noi abbiamo avanzato una proposta seria, circostanziata, mentre la Lega ha preferito inscenare questo spettacolino. Il fatto che tutte le parti sociali, a partire dal mondo delle imprese e del lavoro, si siano espresse a favore è per me motivo di grandissima soddisfazione, così come ho davvero apprezzato che parte delle opposizioni, da Forza Italia a l’Altra Emilia-Romagna, si siano astenute per concedermi una apertura di credito per una trattativa che mai nessuno è riuscito a portare a compimento».
Perché è preferibile la “via emiliana” all'autonomia? E come mai l’argomento diventa così importante in questo momento, visto che in passato non se n'era mai parlato?
«Il referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre avrebbe accentrato alcune materie, ma avrebbe rafforzato possibilità per le Regioni virtuose di richiedere autonomia. Bocciato quel referendum, noi abbiamo deciso di provarci perché riteniamo giusto, questo mi accomuna a Zaia e Maroni, che le Regioni con conti in ordine e virtuose possano essere finalmente premiate. Noi però indichiamo due premesse: unità nazionale intoccabile e no anche alla richiesta, come quelle paventate da Lombardia e Veneto, di diventare Regioni a Statuto Speciale, perché casomai sarebbe opportuno chiedersi se non sia il caso di ridurle invece che aumentarle. Peraltro è semplicemente surreale quello che è accaduto ieri l’altro in aula della Regione, con quel teatrino promosso dai leghisti. Più in generale noi crediamo che se ci venisse accordata maggiore autonomia, noi sapremmo molto bene come spendere le risorse che chiederemmo di trattenere per gestire alcune competenze aggiuntive su lavoro, formazione, impresa e ricerca, ambiente e territorio, salute. Una Emilia-Romagna che crescesse ancora più velocemente aiuterebbe l’Italia a crescere più velocemente».
Quando pensa che il suo progetto possa giungere a compimento?
«Intanto la prima cosa che ho immediatamente fatto un minuto dopo il via libera dell’assemblea legislativa è stata la telefonata a Palazzo Chigi per chiedere un incontro con il Presidente del Consiglio, in modo da attivare prima possibile il confronto tra Regione e Governo. Dopodiché augurandomi che la trattativa possa produrre risultati positivi servirà una legge approvata dal Parlamento a maggioranza assoluta dei componenti. E per i tempi di vita di questo Parlamento, che va a scadenza tra pochi mesi, non sarà semplice completare l’iter. Ma già trovare un intesa con il Governo sarebbe una bandiera gigantesca piantata in terra. E vorrei vederlo il prossimo Parlamento che stracciasse un accordo di questa portata, perché sarebbe il primo mai ottenuto nella storia del Paese».
Ma rispetto alle istanze "scissioniste" dell'Emilia-Romagna, perché mantenere in vita quel "trattino" che lega i due territori è così importante?
«Perché quel trattino è la congiunzione tra Emilia e Romagna e noi siamo per unire non per dividere. Noi non diciamo No alla Romagna, ma diciamo Si all’Emilia-Romagna, la Regione oggi prima nel Paese per crescita, per tasso di occupazione, di attività e per export. Da Piacenza a Rimini, mettiamo assieme tali e tante eccellenze che possiamo competere con i territori più avanzati del mondo, se invece sperassimo Emilia dalla Romagna entrambe sarebbero più deboli. È questo che vuole la Lega? A me la proposta appare semplicemente surreale».
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