Eugenio Salvarani, dopo 50 anni nessuna giustizia per la morte dell'architetto di Reggio Emilia
Cinquant’anni fa il reggiano scompariva in Etiopia in uno strano incidente aereo. La sua fine presenta molte analogie con i casi Mattei, Alpi e Regeni
REGGIO EMILIA. Non c’è soltanto Giulio Regeni tra le vittime delle oscure macchinazioni di servizi segreti, società multinazionali e governi corrotti, che tra l’Europa e l’Africa hanno inghiottito personaggi non sempre conosciuti quanto meriterebbero. È quasi dimenticato, purtroppo, un reggiano di grande valore, l’architetto Eugenio Salvarani, di cui ricorre il cinquantenario della scomparsa sulle montagne dell’Etiopia, dove il professionista si era recato per illustrare un suo ambizioso progetto di riassetto territoriale capace di smuovere quella nazione arretrata, soggetta a uno sfruttamento neocoloniale.
IL CASO MATTEI. La sfida a potenti interessi e le circostanze della morte in un misterioso incidente aereo lo accomunano alla sorte toccata cinque anni prima a Enrico Mattei. I sistematici depistaggi da parte delle autorità africane ricordano non solo il caso Regeni, ma anche l’uccisione di Ilaria Alpi, avvenuta in Somalia nel 1994. Era il 7 ottobre 1967 quando svanì nel nulla l’aeroplano pilotato dal principe Daniel Abebe che trasportava Salvarani da Addis Abeba ad Asmara.
Le ricerche ufficiali non diedero alcun esito fino a che dopo quasi due mesi alcuni amici, mossisi autonomamente, nell’ennesimo volo di perlustrazione individuarono la carcassa di un bimotore ad elica in una zona impervia. I soccorritori, però, non trovarono traccia degli scomparsi, tranne il passaporto di Salvarani ed alcuni frammenti ossei, poi rivelatisi non appartenenti alle vittime.
Le autorità etiopiche chiusero frettolosamente l’inchiesta governativa affermando che l’aereo era precipitato a causa delle avverse condizioni atmosferiche e i corpi dei due occupanti erano stati probabilmente divorati dalle belve che infestavano la zona. Il governo italiano si limitò a sottoscrivere il responso dell’inchiesta. Ad Addis Abeba si svolsero, alla presenza del negus Hailè Selassiè, i solenni funerali a bara vuota del principe Abebe. Alla famiglia e agli amici dell’architetto, invece, venne negata perfino la restituzione dei pochi effetti personali recuperati dalle autorità etiopiche in una maniera sospetta quanto il ritrovamento dei documenti di Regeni.
IN ITALIA. La tragedia non ebbe allora la grande risonanza a livello nazionale che ha avuto il caso del giovane ricercatore ucciso l’anno scorso in Egitto. Se ne occupò approfonditamente soltanto la stampa di sinistra, in particolare il quindicinale Reggio 15, oltre all’Unità e all’Avanti.
Per qualche anno furono presentate interrogazioni parlamentari, che rimasero inascoltate nonostante le grossolane contraddizioni dell’inchiesta condotta in Etiopia. Non si vollero neppure ascoltare i personaggi legati all’ambasciata italiana che avevano fatto intendere di conoscere la verità. Il governo italiano mantenne un silenzio che l’opposizione politica e gli amici di Salvarani giudicarono omertoso. In Parlamento, quindi, venne denunciata senza mezzi termini l’ipotesi di un complotto ordito da interessi economici e politici superiori che si erano voluti coprire.
LA FIGURA. All’epoca del presunto incidente l’architetto aveva soltanto 42 anni, ma s’era già affermato come un brillante progettista capace di coniugare la capacità professionale con l’impegno sociale e politico, fino a ricoprire nel 1965 la carica di presidente del Comitato Regionale per la Programmazione Economica dell’Emilia Romagna, l’organo rappresentativo del Ministero del Bilancio e della Programmazione Economica, dal quale cinque anni dopo sarebbe sorta la Regione.
Era nato a Reggio il primo gennaio 1925 da una famiglia della borghesia liberale. Il padre era stato sindaco di Castelnovo Sotto prima della Grande Guerra. La madre gli diede un’educazione religiosa. Eugenio frequentò nell’adolescenza gli ambienti dell’associazionismo cattolico, dove conobbe Giuseppe ed Ermanno Dossetti, Enea Manfredini e Fulvio Lari. Divenne vicepresidente regionale dei giovani di Azione cattolica. Nel 1943, sotto la dittatura fascista, diede vita a una pubblicazione anticonformista insieme a Romolo Valli, Vittorio Cavicchioni, Paolo Pernici e Renzo Bonazzi.
Nel primissimo dopoguerra incominciò ad avvicinarsi al partito socialista, nel quale avrebbe militato. Si iscrisse alla facoltà di architettura di Milano, che avrebbe poi abbandonato per laurearsi nel 1952 a Venezia. Probabilmente nacque proprio da lui l’idea di formare una società di professionisti, che si concretizzò nel 1947 con la creazione dello Studio cooperativo di costruzioni civili, rifondato nel 1952 come Cooperativa architetti e ingegneri di Reggio Emilia da Osvaldo Piacentini, Antonio Pastorini, Franco Valli, Aldo Ligabue, Silvano Gasparini, Athos Porta, Antonio Rossi e Ennio Barbieri, oltre che da Eugenio Salvarani. Il quale nel 1956 lasciò la cooperativa insieme a Pastorini, con cui realizzò, fra l’altro, lo stabilimento Max Mara. Nel 1960 progettò la villa Galaverni in viale Magenta.
Aveva collaborato al piano regolatore di Reggio fra il 1956 e il 1958 come segretario della commissione urbanistica. Si occupò dei Prg di Guastalla e Novellara. Fece parte del pool di architetti che nel 1957 vinse il primo premio nel concorso di idee per il piano regolatore di Venezia Le sue idee innovatrici le sottopose al dibattito all’interno del Partito socialista, introducendovi i concetti inediti di programmazione, articolazione territoriale e connessione tra le scelte politiche e i fattori economico-sociali.
Negli anni Sessanta fondò Sepitalia, società per l’economia pianificata, e Sonditalia per le indagini geotecniche. Con Sepitalia concorse al fatale progetto finanziato dalla Banca Mondiale che mirava al riassetto territoriale della valle del fiume Awash, in Etiopia. Superò la concorrenza di gruppi più agguerriti e forti politicamente con un piano rilevante anche sotto l’aspetto sociale, dal momento che prevedeva il censimento catastale delle proprietà agrarie e l’istituzione a Bologna di una scuola per la formazione di tecnici e scienziati etiopici. Per l’accettazione del suo progetto fu determinante l’appoggio del principe Abebe, un nobile illuminato e progressista che però evidentemente aveva nemici spietati.
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