La liberazione di Debray lo trasformò in mito
di Andrea Mastrangelo
Su invito del cardinale Pignedoli, Corghi organizzò la missione vaticana che salvò l’intellettuale guevarista francese prigioniero in Bolivia
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REGGIO EMILIA. Una vita che ne conteneva almeno una ventina. Così era Corrado Corghi, una delle figure più importanti fra gli intellettuali del dopoguerra, un uomo che fece sentire la propria presenza ben oltre i confini di Reggio e dell’Italia.
Dopo la sua uscita dalla Democrazia cristiana – eravamo nel 1968, data non casuale – divenne non solo l’esponente di punta del cattolicesimo del dissenso ma anche il riferimento per quanti pensavano di poter giocare un ruolo nella politica senza per forza essere irreggimentati nelle istituzioni e nei partiti.
In altre parole, la sua casa di viale Risorgimento si trasformò in palestra di dibattito per quanti volevano dare un senso alla parola rivoluzione.
Nonostante fosse credente e praticante (“ma non clericale”, come amava precisare), Corghi divenne un mito anche per chi poneva il marxismo come stella polare, probabilmente grazie al ruolo coraggioso e romantico rivestito nella liberazione di Regis Debray, lo scrittore e filosofo francese che aderì alla lotta di Che Guevara e che venne arrestato in Bolivia prima della morte del guerrigliero argentino.
Per la sua liberazione si creò un movimento in vari paesi europei, rappresentato soprattutto da esponenti della sinistra radicale. La madre di Debray era invece una cattolica fervente che finì per chiedere un aiuto al Vaticano.
Come lo stesso Corrado Corghi raccontava, dal Vaticano si arrivò a lui attraverso il cardinale felinese Sergio Pignedoli, che gli chiese di diventare mediatore in una trattativa che stava mettendo in difficoltà i governi di più paesi.
Corghi riuscì nell’intento coinvolgendo Salvador Allende che accettò di accogliere Debray. Fu così che il giovane francese venne portato in salvo su un’auto con targa vaticana, sulla quale si trovava anche Corghi.
Non fu questo l’unico ruolo di mediazione rivestito da Corghi in quegli anni difficilissimi. Nel 1974 le Brigate Rosse tenevano in prigionia il giudice genovese Mario Sossi e a capo del gruppo terrorista autore del sequestro vi era anche il reggiano Alberto Franceschini, uno di quei giovani che negli anni precedenti avevano frequentato la casa di Corghi.
Fu Franceschini a fare il primo passo, cercando Corghi che in quell’anno era spesso a Roma quale responsabile dei rapporti internazionali della Lega delle autonomia locali.
Non sapendo più come uscire dal vicolo cieco in cui si erano cacciate con un magistrato in ostaggio, le Br chiesero l’aiuto di Corghi. Il professore individuò a Cuba il governo disponibile a sbrogliare la matassa, favorendo il rilascio del giudice senza che risultassero concessioni da parte italiana.
Dopo numerosi contatti fra Corghi e l’ambasciatore cubano presso il Vaticano, sembrava fatta. Tutto però crollò all’ultimo, per decisione di Fidel Castro che non volle crearsi ulteriori problemi con le democrazie occidentali, ma forse anche per l’intervento del Pci di Berlinguer che non aveva intenzione di ritrovarsi con le Brigate Rosse accreditate come soggetto politico a livello internazionale.
Si disse, ma questo Corghi non fu mai in grado di confermarlo, che in segno di riconoscenza per il no all’accoglienza ai terroristi, il Pci abbia donato svariati trattori a Cuba.
Nel 1978 il tentativo di risolvere la più grave crisi mai vissuta dalla democrazia italiana: il sequestro di Aldo Moro. Gli appartenenti alle Brigate Rosse che, in qualche modo, Corghi aveva conosciuto, erano in carcere da un pezzo, tuttavia un loro intervento avrebbe potuto giocare un’influenza decisiva sui terroristi che tenevano prigioniero il leader democristiano.
Occorreva trovare un modo per entrare in carcere, parlare con i brigatisti detenuti e convincerli a lanciare un appello per il rilascio di Moro. Facendosi accompagnare dal senatore Franco Bonferroni, Corghi incontrò l’allora ministro degli Esteri, Arnaldo Forlani, con il quale aveva un rapporto di amicizia. Ma Forlani non appena capì quale richiesta Corghi stava per fargli, si mostrò sospettoso. Corghi stesso raccontava di come il colloquio si spostò in una stanza vicina, dove il ministro accese radio e televisione, temendo la presenza di microfoni-spia.
Non ci fu nulla da fare, a Corghi venne impedito di entrare in carcere e di parlare con i brigatisti.
Il seguito ha riempito i libri di storia. Aldo Moro venne assassinato dalle Br e a Corghi rimase sempre la convinzione che quella morte fosse già decisa da tempo, come sbocco più comodo di tutte le controversie internazionali che ruotavano attorno al presidente della Democrazia cristiana.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Dopo la sua uscita dalla Democrazia cristiana – eravamo nel 1968, data non casuale – divenne non solo l’esponente di punta del cattolicesimo del dissenso ma anche il riferimento per quanti pensavano di poter giocare un ruolo nella politica senza per forza essere irreggimentati nelle istituzioni e nei partiti.
In altre parole, la sua casa di viale Risorgimento si trasformò in palestra di dibattito per quanti volevano dare un senso alla parola rivoluzione.
Nonostante fosse credente e praticante (“ma non clericale”, come amava precisare), Corghi divenne un mito anche per chi poneva il marxismo come stella polare, probabilmente grazie al ruolo coraggioso e romantico rivestito nella liberazione di Regis Debray, lo scrittore e filosofo francese che aderì alla lotta di Che Guevara e che venne arrestato in Bolivia prima della morte del guerrigliero argentino.
Per la sua liberazione si creò un movimento in vari paesi europei, rappresentato soprattutto da esponenti della sinistra radicale. La madre di Debray era invece una cattolica fervente che finì per chiedere un aiuto al Vaticano.
Come lo stesso Corrado Corghi raccontava, dal Vaticano si arrivò a lui attraverso il cardinale felinese Sergio Pignedoli, che gli chiese di diventare mediatore in una trattativa che stava mettendo in difficoltà i governi di più paesi.
Corghi riuscì nell’intento coinvolgendo Salvador Allende che accettò di accogliere Debray. Fu così che il giovane francese venne portato in salvo su un’auto con targa vaticana, sulla quale si trovava anche Corghi.
Non fu questo l’unico ruolo di mediazione rivestito da Corghi in quegli anni difficilissimi. Nel 1974 le Brigate Rosse tenevano in prigionia il giudice genovese Mario Sossi e a capo del gruppo terrorista autore del sequestro vi era anche il reggiano Alberto Franceschini, uno di quei giovani che negli anni precedenti avevano frequentato la casa di Corghi.
Fu Franceschini a fare il primo passo, cercando Corghi che in quell’anno era spesso a Roma quale responsabile dei rapporti internazionali della Lega delle autonomia locali.
Non sapendo più come uscire dal vicolo cieco in cui si erano cacciate con un magistrato in ostaggio, le Br chiesero l’aiuto di Corghi. Il professore individuò a Cuba il governo disponibile a sbrogliare la matassa, favorendo il rilascio del giudice senza che risultassero concessioni da parte italiana.
Dopo numerosi contatti fra Corghi e l’ambasciatore cubano presso il Vaticano, sembrava fatta. Tutto però crollò all’ultimo, per decisione di Fidel Castro che non volle crearsi ulteriori problemi con le democrazie occidentali, ma forse anche per l’intervento del Pci di Berlinguer che non aveva intenzione di ritrovarsi con le Brigate Rosse accreditate come soggetto politico a livello internazionale.
Si disse, ma questo Corghi non fu mai in grado di confermarlo, che in segno di riconoscenza per il no all’accoglienza ai terroristi, il Pci abbia donato svariati trattori a Cuba.
Nel 1978 il tentativo di risolvere la più grave crisi mai vissuta dalla democrazia italiana: il sequestro di Aldo Moro. Gli appartenenti alle Brigate Rosse che, in qualche modo, Corghi aveva conosciuto, erano in carcere da un pezzo, tuttavia un loro intervento avrebbe potuto giocare un’influenza decisiva sui terroristi che tenevano prigioniero il leader democristiano.
Occorreva trovare un modo per entrare in carcere, parlare con i brigatisti detenuti e convincerli a lanciare un appello per il rilascio di Moro. Facendosi accompagnare dal senatore Franco Bonferroni, Corghi incontrò l’allora ministro degli Esteri, Arnaldo Forlani, con il quale aveva un rapporto di amicizia. Ma Forlani non appena capì quale richiesta Corghi stava per fargli, si mostrò sospettoso. Corghi stesso raccontava di come il colloquio si spostò in una stanza vicina, dove il ministro accese radio e televisione, temendo la presenza di microfoni-spia.
Non ci fu nulla da fare, a Corghi venne impedito di entrare in carcere e di parlare con i brigatisti.
Il seguito ha riempito i libri di storia. Aldo Moro venne assassinato dalle Br e a Corghi rimase sempre la convinzione che quella morte fosse già decisa da tempo, come sbocco più comodo di tutte le controversie internazionali che ruotavano attorno al presidente della Democrazia cristiana.
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