«Un uomo dalla parte del cambiamento»
Il ricordo dell’allievo Castagnetti. Manghi, presidente della Provincia: «Un esempio di autonomia»
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REGGIO EMILIA . «Sempre dalla parte delle battaglie di cambiamento, al limite della rivoluzione. Un punto di riferimento di tanti giovani, non solo democristiani, negli anni difficili e intriganti del sessantotto italiano e mondiale». L’omaggio più dolente e sentito a Corghi è forse quello di uno dei suoi principali “allievi” reggiani, Pierluigi Castagnetti, che ricorda il percorso così ricco e singolare. Partito da Reggio e da un altro reggiano di potere curiale: «Il cardinale Pignedoli gli aveva affidato alcune missioni politico-umanitarie nell’America Latina di Che Guevara, Camillo Torres e altri rivoluzionari. Ma anche in Medio Oriente, in Siria e Libano in particolare».
Difficile non collegare Corghi alle turbolenze degli anni ‘60 e alla sua curiosità, pagata a caro prezzo nella propria casa di origine. «Corghi era un politico “di minoranza” più che di opposizione, cioè testimone ostinato semplicemente di ciò che pensava», scrive Castagnetti. «Ha attraversato tutti gli anni ‘60 con l'inquietudine e la passione di chi capiva che quella sarebbe stata un’epoca di un cambiamento molto forte. Mise in contatto moltissimi giovani italiani con il volto di una rivoluzione popolare, non ideologica, e, per quanto possibile, non violenta. Utopia politica: fu l’accusa fattagli in diversi ambienti conservatori e cosiddetti benpensanti». Ridurre il suo percorso a un solo aspetto sarebbe riduttivo e appiattirebbe una figura di enorme complessità. «Cattolico fervente, era stato presidente dell'associazione nazionale dei maestri cattolici, docente alla Cattolica di Milano per qualche anno; dirigente provinciale, regionale e nazionale della Democrazia Cristiana, vicino ai “professorini” ma più a Fanfani che a Dossetti», torna al passato l’ex parlamentare reggiano.
Castagnetti ripensa poi al ruolo di Corghi in città negli anni ‘50 e ‘60. Come segretario provinciale della Dc «oggi lo si direbbe “divisivo”, in effetti era semplicemente uomo che rifiutava la logica degli establishment. Nel 1956 organizzò una grande autocolonna (con auto, pullman e camion) per portare aiuti alla popolazione ungherese che stava subendo l’aggressione sovietica». Dopo i morti del 7 luglio 1960, da «segretario regionale della Dc partecipò ai funerali dei morti del 7 luglio con (lo si seppe solo molto dopo) la copertura politica di autorevoli dirigenti nazionali del partito. Ha pubblicato tre anni fa una corposa autobiografia-politica da cui emerge la sua orgogliosa coerenza politica, sempre dalla parte delle battaglie di cambiamento, al limite della rivoluzione». Anche il presidente della Provincia, Giammaria Manghi, ha ricordato ieri la figura di Corghi: «Per molti, è stato un maestro e, per la nostra comunità, è stato e rimarrà per sempre un esempio, uno dei più autorevoli esempi di autonomia di pensiero, di vivacità intellettuale, di amore per la libertà e la giustizia, di dedizione al bene comune. A noi il difficile compito di non disperdere l’enorme patrimonio ideale che ci ha lasciato». (adr.ar.)
Difficile non collegare Corghi alle turbolenze degli anni ‘60 e alla sua curiosità, pagata a caro prezzo nella propria casa di origine. «Corghi era un politico “di minoranza” più che di opposizione, cioè testimone ostinato semplicemente di ciò che pensava», scrive Castagnetti. «Ha attraversato tutti gli anni ‘60 con l'inquietudine e la passione di chi capiva che quella sarebbe stata un’epoca di un cambiamento molto forte. Mise in contatto moltissimi giovani italiani con il volto di una rivoluzione popolare, non ideologica, e, per quanto possibile, non violenta. Utopia politica: fu l’accusa fattagli in diversi ambienti conservatori e cosiddetti benpensanti». Ridurre il suo percorso a un solo aspetto sarebbe riduttivo e appiattirebbe una figura di enorme complessità. «Cattolico fervente, era stato presidente dell'associazione nazionale dei maestri cattolici, docente alla Cattolica di Milano per qualche anno; dirigente provinciale, regionale e nazionale della Democrazia Cristiana, vicino ai “professorini” ma più a Fanfani che a Dossetti», torna al passato l’ex parlamentare reggiano.
Castagnetti ripensa poi al ruolo di Corghi in città negli anni ‘50 e ‘60. Come segretario provinciale della Dc «oggi lo si direbbe “divisivo”, in effetti era semplicemente uomo che rifiutava la logica degli establishment. Nel 1956 organizzò una grande autocolonna (con auto, pullman e camion) per portare aiuti alla popolazione ungherese che stava subendo l’aggressione sovietica». Dopo i morti del 7 luglio 1960, da «segretario regionale della Dc partecipò ai funerali dei morti del 7 luglio con (lo si seppe solo molto dopo) la copertura politica di autorevoli dirigenti nazionali del partito. Ha pubblicato tre anni fa una corposa autobiografia-politica da cui emerge la sua orgogliosa coerenza politica, sempre dalla parte delle battaglie di cambiamento, al limite della rivoluzione». Anche il presidente della Provincia, Giammaria Manghi, ha ricordato ieri la figura di Corghi: «Per molti, è stato un maestro e, per la nostra comunità, è stato e rimarrà per sempre un esempio, uno dei più autorevoli esempi di autonomia di pensiero, di vivacità intellettuale, di amore per la libertà e la giustizia, di dedizione al bene comune. A noi il difficile compito di non disperdere l’enorme patrimonio ideale che ci ha lasciato». (adr.ar.)
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