Dislessia, ne soffre il 3,9% degli studenti
di Luciano Salsi
Ieri il convegno di chiusura della settimana nazionale dedicata ai disturbi dell’apprendimento
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REGGIO EMILIA. Una volta gli alunni che stentavano ad imparare a leggere, a scrivere e a far di conto subivano valutazioni negative e, spesso, bocciature. Dal 2010 la legge 170 qualifica le loro difficoltà come “disturbi specifici dell'apprendimento”, distinguendole in dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia, e obbliga la scuola a trattarli con una didattica individualizzata e a mettere a loro disposizione strumenti compensativi tradizionali, come la tavola pitagorica, o di recente invenzione, quali audiolibri, personal computer e Ipad.
Tuttavia da allora la realtà scolastica non è cambiata a sufficienza, secondo l’Associazione italiana dislessia (Aid), che durante la seconda edizione della Settimana nazionale della dislessia, conclusa ieri, ha rivendicato con forza l’adozione delle “diverse strategie d’apprendimento” necessarie per mettere gli alunni nelle condizioni di sviluppare le loro normalissime capacità cognitive, che una volta venivano a torto confuse con la disabilità.
La sezione reggiana dell’Aid ha intitolato significativamente “La scuola che vorrei” il convegno che si è svolto ieri nella sala riunioni della Croce Verde. Dopo l’introduzione della presidente Manuela Caraffi è intervenuto Matteo Sassi, vicesindaco e assessore al Welfare, che ha denunciato come un crimine l’impreparazione ad accogliere nella scuola questi ragazzi.
Quindi si sono succedute numerose testimonianze di insegnanti, dirigenti scolastici, studenti e dislessici adulti che hanno superato le difficoltà arrivando fino alla laurea. L’Aid esiste da 20 anni. Nella nostra città s'è formata più tardi grazie all’impulso di Giacomo Stella, docente di psicologia clinica nell’università di Reggio, che è uno dei massimi esperti di dislessia e insegna nel corso di laurea in scienze dell’Educazione, dal quale escono educatori specializzati nel trattare i disturbi specifici dell'apprendimento. «Già dal 2004 – spiega Giacomo Guaraldi, responsabile del servizio accoglienza Unimore – la nostra università era all’avanguardia, insieme a quelle di Urbino e Padova. Nel 2007 abbiamo stipulato una convenzione con il laboratorio di neuropsicologia clinica del Santa Maria Nuova, allora diretto da Enrico Ghidoni. Nel 2010 avevamo tre studenti dislessici nella facoltà di Scienze umane. Nello scorso anno accademico siamo arrivati ad averne 321, per la maggior parte iscritti a Scienze umane, ma anche ad Ingegneria, Scienze della comunicazione e altri dipartimenti, fatta eccezione per quello di Lettere, che ne ha uno soltanto. Concediamo loro in usufrutto gratuito gli strumenti compensativi e interagiamo con le case editrici affinché forniscano testi in formato elettronico trasferibile al vocale. Inoltre retribuiamo per 75 ore all’anno gli studenti tutor che li affiancano nello studio individuale».
Dal 2010 è aumentato in tutte le scuole il numero degli alunni con questi disturbi regolarmente diagnosticati. Nella nostra provincia rappresentano il 3,9% della popolazione scolastica, percentuale analoga alla media nazionale. Il primo screening viene fatto in prima elementare, ma la certificazione non può avvenire prima del termine della classe seconda. La può rilasciare il servizio di neuropsichiatria infantile Ausl o un ente accreditato. «In altre province emiliane – rileva la presidente Manuela Caraffi – la percentuale è più elevata. Da noi difetta ancora un po’ la diagnosi precoce. La nostra associazione conta quasi ventimila iscritti in Italia. A Reggio negli ultimi quattro anni ha visto aumentare del 66% gli aderenti. Forniamo tutte le informazioni necessarie per affrontare questi disturbi e organizziamo corsi formativi per le scuole».
Tuttavia da allora la realtà scolastica non è cambiata a sufficienza, secondo l’Associazione italiana dislessia (Aid), che durante la seconda edizione della Settimana nazionale della dislessia, conclusa ieri, ha rivendicato con forza l’adozione delle “diverse strategie d’apprendimento” necessarie per mettere gli alunni nelle condizioni di sviluppare le loro normalissime capacità cognitive, che una volta venivano a torto confuse con la disabilità.
La sezione reggiana dell’Aid ha intitolato significativamente “La scuola che vorrei” il convegno che si è svolto ieri nella sala riunioni della Croce Verde. Dopo l’introduzione della presidente Manuela Caraffi è intervenuto Matteo Sassi, vicesindaco e assessore al Welfare, che ha denunciato come un crimine l’impreparazione ad accogliere nella scuola questi ragazzi.
Quindi si sono succedute numerose testimonianze di insegnanti, dirigenti scolastici, studenti e dislessici adulti che hanno superato le difficoltà arrivando fino alla laurea. L’Aid esiste da 20 anni. Nella nostra città s'è formata più tardi grazie all’impulso di Giacomo Stella, docente di psicologia clinica nell’università di Reggio, che è uno dei massimi esperti di dislessia e insegna nel corso di laurea in scienze dell’Educazione, dal quale escono educatori specializzati nel trattare i disturbi specifici dell'apprendimento. «Già dal 2004 – spiega Giacomo Guaraldi, responsabile del servizio accoglienza Unimore – la nostra università era all’avanguardia, insieme a quelle di Urbino e Padova. Nel 2007 abbiamo stipulato una convenzione con il laboratorio di neuropsicologia clinica del Santa Maria Nuova, allora diretto da Enrico Ghidoni. Nel 2010 avevamo tre studenti dislessici nella facoltà di Scienze umane. Nello scorso anno accademico siamo arrivati ad averne 321, per la maggior parte iscritti a Scienze umane, ma anche ad Ingegneria, Scienze della comunicazione e altri dipartimenti, fatta eccezione per quello di Lettere, che ne ha uno soltanto. Concediamo loro in usufrutto gratuito gli strumenti compensativi e interagiamo con le case editrici affinché forniscano testi in formato elettronico trasferibile al vocale. Inoltre retribuiamo per 75 ore all’anno gli studenti tutor che li affiancano nello studio individuale».
Dal 2010 è aumentato in tutte le scuole il numero degli alunni con questi disturbi regolarmente diagnosticati. Nella nostra provincia rappresentano il 3,9% della popolazione scolastica, percentuale analoga alla media nazionale. Il primo screening viene fatto in prima elementare, ma la certificazione non può avvenire prima del termine della classe seconda. La può rilasciare il servizio di neuropsichiatria infantile Ausl o un ente accreditato. «In altre province emiliane – rileva la presidente Manuela Caraffi – la percentuale è più elevata. Da noi difetta ancora un po’ la diagnosi precoce. La nostra associazione conta quasi ventimila iscritti in Italia. A Reggio negli ultimi quattro anni ha visto aumentare del 66% gli aderenti. Forniamo tutte le informazioni necessarie per affrontare questi disturbi e organizziamo corsi formativi per le scuole».
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