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L’udienza 

Il pentito: «Le estorsioni? Ecco come le facevamo»

Il pentito: «Le estorsioni? Ecco come le facevamo»

REGGIO EMILIA. Quattrini a palate fra estorsioni e fatture false, con ben sottolineate le pressioni ma anche le intimidazioni («È la ’ndrangheta!») messe in atto, con tanto di continue manifestazioni...

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REGGIO EMILIA. Quattrini a palate fra estorsioni e fatture false, con ben sottolineate le pressioni ma anche le intimidazioni («È la ’ndrangheta!») messe in atto, con tanto di continue manifestazioni di rispetto nella Reggio Emilia impaurita “preda” del clan.

Esaurite le risposte ai due pm Marco Mescolini e Beatrice Ronchi sul cosiddetto capo di imputazione “1”, cioè quello che qualifica come di 'ndrangheta il sodalizio criminale radicato in Emilia, il pentito Antonio Valerio ha ieri continuato la sua deposizione – in videocollegamento da una località segreta – nel maxi processo Aemilia, entrando nel merito di diversi capi d’imputazione. Si sofferma a lungo sul caso dell'estorsione ai danni dell'imprenditore reggiano Roberto Ferrari che, per problemi finanziari con il socio che si rivolse ai calabresi per il “recupero crediti”, fu costretto a cedere nel 2009 il 95% delle quote della propria azienda (la Naturalmente srl di Campagnola). Il prezzo spuntato per le azioni, che ne valevano 9.500, fu di un euro («Ma quell’euro messo sul tavolo – rimarca ridendo Valerio – me lo sono poi ripreso, neanche il caffè gli ho dato...». A convincere Ferrari furono le intimidazioni messe in atto dallo stesso Valerio – che ieri ha ammesso la sua responsabilità – insieme con Roberto Turrà. Quest'ultimo, minacciò la convivente dell'imprenditore vessato, titolare di una ditta di manutenzione del verde, dicendole che «con tre dita avrebbe fatto fatica a tenere un rastrello in mano». Non da meno Valerio («L'azienda deve diventare mia con le buone o con le cattive»), precisando che se non fosse stata sua «non sarebbe stata di nessun altro». A seguire il pentito ha riferito di altre attività estorsive in cui non è coinvolto, che nell'ordinanza di rinvio a giudizio vengono definite così: «modalità di infiltrazione nel tessuto economico adottate dal gruppo criminale, che svolge un'attività di progressiva sostituzione, non scevra all'occorrenza dal ricorso all'intimidazione, all'interno della governance aziendale, in modo da piegarla ai propri obiettivi di profitto». Nella deposizione si è parlato anche dell'operazione per il controllo del circolo Cartagena (club di via Brigata Reggio) che secondo Valerio «prima era dei Muto ed a un certo punto viene gestito da un gruppo di cinesi». Un esempio di un altro filone di attività del clan e cioè, si legge sempre nelle carte, «l'acquisizione di attività commerciali, da affidare alla gestione di prestanome, sfruttando gli ingenti guadagni derivanti dalla gestione delle attività illecite».

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